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1024374

Da Storiealcubo.


Il cerchio sul grano

Don Vito si alzò dal pianoforte. Per lui il piano jazz era sempre stato un po’ come il calcetto: ci si impegnava da anni ma continuava a riuscirgli decisamente male. Si aggirò tra gli avventori della Taverna Rossa che lo salutarono rumorosamente. Ma lui non era dell’umore giusto.

Aspettava lei.

Lo zio Carmelo aveva organizzato l’incontro. E lui era nervoso. Gli capitava spesso ultimamente. Dormiva male, e beveva troppo, ma non per convivialità come faceva un tempo. Ora era solo uno sfogo, un modo per passare tutto quel tempo. La serata era cupa. Pioveva.

Ma ve l’ho già detto, il problema di questa città è la pioggia.

La donna arrivò tardi. Ormai la taverna cominciava già a svuotarsi. Lei si presentò frettolosa e a disagio.

La Taverna rossa la prima volta fa sempre quell’effetto. Sarà la gente, saranno le urla, sarà l’odore rancido di vino sfatto e piscio, saranno i numerosi avventori sdraiati sul pavimento a smaltire la sbornia? Non capisco proprio ma la gente che entra per la prima volta alla taverna Rossa si sente a disagio. O forse sarà per colpa dello zio Carmelo, con la sua stazza enorme e il suo sguardo da malaffare? Brav’uomo lo zia Carmelo…se ogni tanto si facesse i cazzi suoi! Sempre a infilare il naso negli umori e nelle storie degli altri. Ma Don Vito non poteva lamentarsi. Lo zio Carmelo lo pagava da anni per suonare quel piano vecchio e scordato…e per suonarlo male come solo Don Vito era capace di fare.

Dov’ero? Ah sì, la donna. Era un artista.

E si vedeva a vista d’occhio.

Come sono gli artisti? Non lo so. Ma quando ne incontri uno lo capisci subito. Insomma, hanno quel modo distaccato di guardare le cose e le persone. A forza di abusare dell’immaginazione si creano una specie di callo al cervello che li tiene distanti dalla realtà. Un po’ come certi programmatori di computer. La donna era un’artista. Sicuramente. Aveva un modo tutto suo di masticare le parole e di dire le cose. Sapete? Una bella frase detta in un modo sbagliato sembra una stronzata, ma se la dice un’artista la fa diventare una cosa estetica, sensata.

Io personalmente sono capace di trasformare in “liste della spesa” anche le quartine di Dante. Ma quello è un mio problema.

Lei parlava col suo strano accento e sembrava dire solo cose da artista. Se capite quello che voglio dire.

Don Vito le si avvicinò e comincio a spiegarle:

- Mi hanno detto che lei è un artista del grano.

- Beh, non l’ho mai sentito dire in questi termini ma più o meno è così – rispose lei – creo i cerchi sul grano.

- Cioè lei li disegna di nascosto durante la notte in campi di grano di gente che non conosce?

- Sì, esattamente. Ma…ehm…potrebbe abbassare la voce? Stiamo parlando di una cosa, almeno teoricamente, illegale.

Intervenne lo zio Carmelo, che naturalmente stava ascoltando di nascosto, urlando:

- Non si preoccupi signorina, qui alla Taverna Rossa è tutta gente fidata. Lo sanno che se qualcuno parla di qualunque cosa fuori di qui verrà ritrovato in un cassonetto con le budella a fare compagnia alla sua lingua!

E sottolineò le sue parole con un rumoroso rutto. Lo disse scherzando, ma il suo tono era tutto fuorché frivolo!

Riprese Don Vito conciliante e imbarazzato.

- Ehm, stia tranquilla, qui siamo tra “amici”. Io volevo commissionarle un disegno sul grano.

- In genere nessuno ce li commissiona mai, lì facciamo di nascosto e con la paura che il contadino ci spari. Vuole dire che sarebbe disposto a pagarmi?

- Sì, certo. Non ho molti soldi, ma lei avrà il suo compenso. La cosa importante è che lo faccia esattamente come le dico di farlo. Niente cazzate artistiche, geometrie armoniose o arzigogoli non necessari. Deve metterci SOLO QUELLO CHE LE DICO!! Siamo d’accordo?

- Sì, certo nessun problema. Ma che disegno aveva in mente?

- Nessun disegno. Il cerchio deve essere molto grande e deve contenere un numero.

- Un numero? Non capisco, le posso fare vedere molti disegni, guardi qui ho un quaderno con le mie opere…

- HO DETTO CHE DEVE METTERCI SOLO QUELLO CHE LE DIRO’!

- Va bene, va bene. E’ lei il capo. Che numero devo disegnare?

- Il cerchio deve essere enorme, il più grande che lei o qualsiasi altro artista del grano abbia mai fatto. Deve restare sugli annali. Deve essere ricordato per molti, moltissimi anni e deve rappresentare il numero 1024374.


1024374

L’idea di Don Vito, per quanto audace e di difficile realizzazione, non era male. Aveva semplicemente escogitato un modo per mandare un messaggio ad Eve. Gli mancava e da mesi non pensava che a lei. Aveva bisogno di rivederla. Di parlarle. Per questo era necessario che su tutti i giornali fosse pubblicata una foto del cerchio sul grano. In questo modo avrebbe attirato la sua attenzione. Il cerchio doveva essere così sensazionale, così memorabile da rimanere negli annali. Non sapeva esattamente dove si trovasse Eve, ma sapeva (in realtà sperava) che non appena lei avesse visto la foto del campo avrebbe capito. Guardando il numero 1024374. Avrebbe capito.

Lei era l’unica che sapesse cosa significava.


L’artista del grano

Erano seduti sul muro che circondava il campo di grano. C’era un grande sole. Ed è strano, perché era inverno pieno, ma conoscete quelle strabilianti giornate di azzurro e sole che la Sicilia regala a febbraio? Voi vi alzate la domenica pensando di dedicare la giornata alle faccende di casa o a qualche lavoro in sospeso. Poi ancora prima di aver preso il caffè aprite la finestra, il sole vi investe, e allora vi sfilate il pigiama, indossate la prima cosa che trovate e vi gettate per strada per vivere quella giornata fuori? Ecco…quello era un sole così. Don Vito e Sara (così si chiamava l’artista del grano) erano seduti su un muretto a guardare il cerchio sul grano che lei aveva finito di disegnare quel giorno. Il numero 1024374 stilizzato e largo decine di metri quadrati si estendeva verso l’orizzonte. Il lavoro era decisamente ben fatto.

Don Vito era soddisfatto.

Erano lì. Con le gambe penzolanti sul muretto, rivolti al cerchio e verso l’orizzonte fatto di grano che si allargava senza limiti. Il sole del pomeriggio che batteva, la brezza del mare che rabbrividiva i loro cappelli e il silenzio soddisfatto di Don Vito che guardava verso un punto imprecisato.

- Grazie! Hai fatto proprio un bel lavoro. Ti sei meritata il tuo compenso - cominciò a dire Don Vito.

- No, lascia stare i soldi. Non sono capace di farmi pagare per un cerchio. Mi piace farli. E poi stavolta avevo pure il permesso del padrone del terreno. E’ stato facile.

- Dici davvero? Io vorrei ringraziarti in qualche modo.

- Beh potresti spiegarmi che significa il numero che ho disegnato.

Don Vito, si incupì e rimase in silenzio. Poi rispose:

- C’è una persona. Che adesso vive molto lontano. Non so esattamente dove. Io vorrei rincontrarla.

- E cosa c’entra il cerchio? – riprese Sara

- Il cerchio, serve per attirare la sua attenzione. Quando vedrà sui giornali la fotografia del cerchio, e leggerà il numero che contiene, capirà che la sto cercando…che ho bisogno di lei. E tornerà!


L’attesa

Certe persone sono come le bolle di sapone, puoi ammirarle e gioire della loro presenza, ma se provi ad afferrarle, si dissolvono tra le dita. Devono volare libere senza direzione nello spazio e non puoi chiedergli di smettere di fluttuare nell’aria, perché non possiedono peso.

Certe vicinanze sono troppo forti per essere gestite in modo adeguato. Si vivono per pochi momenti e poi si fugge nella normalità per trovare pace.

Don Vito passava tutte le notti nel campo di grano ad aspettare Eve.

Alla fine succede sempre così, sentirsi per pochi momenti vivo in modo completo ti porta accanitamente a cercare di risentirti vivo allo stesso modo. Ma ogni accanimento allontana dall’essere vivo.

Fuggire le cose o inseguirle in modo ossessivo sono due modi differenti di perderle.

Bisognerebbe essere capaci di aspettarle. Tutto il tempo necessario. Essere dentro il vuoto, anzi essere il vuoto, il silenzio e le pause che attendono in pace il momento in cui la musica ricomincia.

Ma Don Vito era solo un pianista semianalfabeta di una bettola maleodorante e ne sapeva poco di certe cose.

Col tempo si abituò al campo di grano. Conosceva tutti i punti migliori dove sedersi per godere del disegno di Sara con la giusta prospettiva. Era convinto che Eve prima o poi sarebbe apparsa, dal fondo del disegno, dal punto esatto dove cominciava il numero “uno”. Avrebbe avuto quella sua solita espressione truce sopra il viso incorniciato dagli splendidi capelli rossi. Gli avrebbe chiesto urlando quale stupida idea era quella di inviarle quell’assurdo messaggio. Si sarebbe avvicinata a passi lenti, accendendosi un sigaro e una volta di fronte a lui l’avrebbe guardato con uno sguardo tenero e lo avrebbe abbracciato, quasi senza preavviso.

Incontrollabile e inattesa come ogni sua manifestazione.

L’aspettava per ore nel silenzio del campo. A volte parlava da solo e cercava di convincersi che fosse sensato tutto quello che stava facendo. Altre volte semplicemente non ci pensava. Certe notti insonni si convinceva che Eve fosse davvero sul punto di arrivare.

Ma ad arrivare era solo l’alba fredda di luce fosca e tagliente che lo trovava addormentato e semicongelato.

A volte Sara gli faceva compagnia.

A volte parlavano.

A volte no.

Quando Sara arrivava si poggiavano su una specie di colonna di pietra diroccata che a chissà cosa serviva un tempo al padrone del terreno. Stavano seduti, e per passare la notte bevevano vino e parlavano dei massimi sistemi. Insomma sapete…quando si cerca di trovare quella teoria unificatrice che spiega propriamente il senso di tutte le cose? Per esempio il perché universale dei fallimenti delle storie sentimentali, o il perché gli amici inseparabili di un tempo ora non si sa neanche in che città vivano, o il perché la gente crede ai fantasmi anche quando si professa atea o perché ci stampiamo un sorriso emozionato nel raccontare di come le persone importanti della nostra vita ci hanno spezzato il cuore.

Quando la luna calava e il campo diventava buio in modo insostenibile Sara trascinava Don Vito via. Gli diceva che Eve non sarebbe mai arrivata quella notte. Persino lei avrebbe scelto una notte più luminosa per apparire.

E Don Vito la seguiva, protestando, ma la seguiva.


Concomitanze

Una notte Eve arrivò davvero. O almeno così sembrò.

Don Vito era come tutte le sere raggomitolato su un gradino a rimirare l’orizzonte del campo, braccia conserte, sguardo semiaddormentato. In attesa. Anche Sara era lì, in piedi vicino a lui, e stava rullando una sigaretta. O almeno sembrava una sigaretta. Erano stremati di parole. A volte parlavano per ore ed ore, disquisendo di “importanti questioni di principio” sulle quali si trovavano di opinioni opposte. Poi ad un certo punto, improvvisamente cadeva il silenzio. La discussione era finita, senza una conclusione, solo a causa della stanchezza di entrambi.

In questi casi finalmente il campo si alleggeriva, e dopo troppa ragione e troppe logiche diventava più bello, più profumato.

Successe in quel momento. Lui era seduto a pensare ai fatti suoi, lei stava litigando coi fiammiferi per riaccendersi per l’ennesima volta la sigaretta, ed il campo di grano si esibiva in un silenzio indifferente.

Ci fu un rumore di passi. E quell’aria di distacco venne improvvisamente squarciata.

Qualcuno si stava avvicinando dal fondo del campo.

Forse era lei! Era Eve!!

Dei passi pesanti sfrondavano le spighe di grano proprio dalla direzione che Don Vito aveva sempre immaginato.

Ora il silenzio era diverso. Era carico di tensione, di nervosismo.

Forse lei aveva davvero ricevuto il messaggio e aveva capito.

Eve era tornata, aveva fatto la sua scelta, aveva attraversato la sterminata distanza che li separava e alla fine era arrivata.

I passi si avvicinavano. Ormai il calpestio si confondeva col rumore delle spighe che si piegavano al loro passaggio.

Era solo questione di secondi.

Don Vito avrebbe voluto accelerare il tempo per sapere subito se quell’assurda possibilità era la realtà, tuttavia avrebbe anche voluto rallentare il tempo per rimandare al più tardi possibile un’eventuale delusione.

Il tempo decise di accontentare entrambi i suoi desideri, e continuò a scorrere esattamente con la velocità di sempre. Finché dal folto manto dorato delle spighe venne fuori una figura. Don Vito e Sara strabuzzarono gli occhi!

Il grosso cane della taverna Rossa li aveva seguiti di nascosto e ora, uscito festante dall’oscurità, si esibiva in clamorose manifestazioni di gioia e di affetto nei loro confronti.

E avvenne!

Don Vito e Sara ruotarono le loro teste ed i loro sguardi fino ad incrociarli esattamente nel medesimo istante, e nel medesimo istante scoppiarono a ridere guardandosi. Voi direte che succede spesso che due persone si guardano e ridono nello stesso momento. E avete ragione. Ma con quella risata accadde qualcosa. Si gettò un ponte.


Il cerchio scompare

L’attesa non poteva continuare all’infinito.

Ma di questo Don Vito non era del tutto certo.

Il fatto è che se non avesse passato tutte le notti adagiato tra le spighe di grano ad aspettare, non avrebbe saputo esattamente cosa fare e dove andare. Aveva smesso di suonare alla Taverna Rossa. Aveva smesso la sua vecchia vita e al momento non sapeva costruirsene una nuova.

Prima o poi si sarebbe inventato qualcosa.

Adesso aspettava Eve, ecco tutto. Del futuro si sarebbe preoccupato in seguito.

Passavano le settimane e lentamente l’inverno finiva.

Don Vito a volte quasi non se ne rendeva conto, ma Sara era ogni giorno con lui. Spesso neanche si parlavano, restavano seduti accanto, ognuno a pensare ai fatti propri, a sfiorarsi le ginocchia per l’intera notte senza dire una parola. Il cane della Taverna Rossa, anche lui restava con loro. Saltellava, zampettava, ululava, correva per il campo e poi tornava da loro a farsi accarezzare. Sembrava l’unico felice dei tre. Loro non erano molto partecipi del suo entusiasmo. Ci riflettevano su.

A volte tuttavia si illuminavano, nello stesso medesimo istante, tornavano a ruotare lo sguardo l’uno verso l’altra, e a scambiarsi un cenno complice con gli occhi. Poi ridevano, urlavano, sbuffavano o semplicemente accendevano una sigaretta. Ma lo facevano nello stesso medesimo istante.

Poi Sara smise di venire.

Don Vito rimase solo. Ma gli stava bene. In fondo era quello che desiderava. La barba troppo lunga, nessuna inutile conversazione o giustificazione da dare a nessuno e tutto il tempo del mondo per se. Ora il grano era ricresciuto, e il disegno di Sara era quasi sparito per fare posto alle nuove spighe. Il segno lasciato sul grano sbiadiva, ma lui non aveva ne la voglia ne il danaro per farne un altro. Il ricordo del cerchio che aveva osservato per ore ed ore era sufficiente.

Si rese conto che usando l’immaginazione poteva rivederlo nella mente, e gli bastava.

Cominciò a disinteressarsi al tempo. Che fosse giorno o notte gli importava poco. Dormiva o vegliava solo quando ne aveva voglia.

Don Vito non stava diventando una specie di strambo eremita o un asceta o qualche altra categoria di uomini solitari e illuminati. Don Vito era tutto fuorché illuminato. In fondo aveva solo bisogno di restare un altro po’ fuori dalle cose, per cambiare punto di vista o semplicemente per capire esattamente cosa avrebbe fatto appena avesse rimesso i piedi nella realtà.

Ci fu il periodo in cui beveva, poi riprese a fumare, poi smise di fare entrambe le cose. Poi cominciò a fantasticare su Eve, su cosa avrebbero fatto appena si fossero rivisti, poi ripensò a Sara, al cane, a come era cambiata la temperatura del vento notturno col passare delle stagioni. Poi pensò al piano scordato della Taverna Rossa e a come gli sarebbe piaciuto poterlo suonare in quel preciso momento di quella notte.

Poi finalmente smise di pensare.

E fu tutto.

C’era la primavera che era arrivata, c’era il tempo immobile, c’erano i rumori del campo e c’era il suo corpo disteso verso il cielo e lui che non aveva più bisogno di nulla…forse neanche di Eve.

E non c’era più nessun pensiero.


Ma quella notte Eve arrivò per davvero.

E lui non se ne rese conto perché dormiva.

Improvvisamente senti una presenza accanto, una presenza immobile. Avvertì il calore di lei ancor prima di avere aperto gli occhi. Sentì che avere vicino quella persona fosse giusto, fosse la cosa più appropriata e naturale del mondo. Non sapeva che giorno fosse ne se fuori dal suo sonno ci fosse già luce o ancora buio, ma seppe che in quel preciso istante stava per andare via dal campo di grano per non tornarci mai più.

- Sara, cosa ci fai qui?

E lei rispose semplicemente:

- Ora, andiamo.

Lui si soffermò un attimo, poi si sollevò, incrociò il suo sguardo.

E senza dire una parola la seguì.


Epilogo

A questo vorreste sapere chi è Eve, che cosa significa il numero 1024374, o anche dove l’aveva incontrata Don Vito, oppure come mai si erano separati?

Non ve lo dirò.

Quella storia appartiene ad un altro racconto ed esula da questo. Posso solo dirvi che Eve viveva in un tempo diverso, forse era una viaggiatrice del tempo, o forse era solo frutto dell’immaginazione di Don Vito. Forse Eve era nata circa 10 mila anni dopo Don Vito e a causa di fortuito passaggio ai nostri giorni si erano incontrati. Poi era tornata a casa sua nella sua epoca.

Ma se proprio ci tenete posso regalarvi un finale dove Eve appare.


Finale

Eve ed Erik cominciavano ad avere una certa età. Anche in quell’epoca in cui tutti erano molto longevi. Stavano seduti su un divano rosso nel loro appartamento di New Cartago. Guardavano assieme delle immagini che potrebbero considerarsi delle lontane discendenti delle nostre fotografie. Erano abbracciati e sembravano felici.

La foto rappresentava il cerchio sul grano disegnato da Sara diversi millenni prima, che era effettivamente passato agli annali come il cerchio sul grano più grande del mondo, e anche uno degli ultimi, visto da li a breve la moda di farli sarebbe passata.

Alla fine il messaggio di Don Vito era davvero arrivato ad Eve. Eve sorrideva e spiegava ad Erik:

- Guarda questa figura, è una specie di opera d’arte di quell’epoca.

- Sai, non capisco certi tipi di arte, specialmente quella arcaica. – rispose Erik – sinceramente mi sembra brutto.

- Ma sai, c’erano un sacco di leggende che giravano attorno a queste opere d’arte. Pensa che qualcuno addirittura diceva che a farli erano gli alieni.

- Se…me lo immagino un arturiano che si mette a piegare spighe di grano.

- Che vuoi che ti dica…erano barbari pieni di idee assurde.

- Eve, ma perché da stamattina ti sei fissata su questo disegno? Non mi sembra questo granché per passarci la giornata

- Sì, lo so. Però vorrei appendere una trasfigurazione del disegno a casa.

- E perché mai dovresti appendere una cosa così brutta?

- Beh, sai, l’autrice è una mia lontana progenitrice!!

- Veramente? Incredibile una antenata di 10 mila anni fa. Interessante.

- Sì, e pensa che proprio a causa di questo cerchio, lei incontrò l’uomo da cui ebbe il primo figlio …credo si chiamasse Don Vito…o qualcosa del genere…


Firma

--Don vito 17:09, 19 dic 2011 (UTC)


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