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A scuola con Quasimodo

Da Storiealcubo.


CAPITOLO I


- Eppure una te la devo fare trovare, perché tu sei un bravo picciotto.

La nuova supplente, Linda, era entrata da pochi minuti in sala professori e si trovava già nel bel mezzo di una discussione sull’utilità degli incontri combinati vivacemente animata da una signora bassina, di mezz’età, robusta, e dallo sguardo che si sarebbe detto penetrante se la spessissima lente degli occhiali che portava non le avesse ingrandito e deformato l’iride marrone scuro in misura tale da inebetirne l’espressione.

Le parole che aveva appena pronunciato erano dirette a un corpulento signore seduto alla sua destra, che la ascoltava con le braccia conserte appoggiate al tavolo. L’elegante cardigan che l’uomo indossava non riusciva a ingentilire una figura nel complesso dolorosamente disarmonica, e a distogliere lo sguardo degli astanti dal suo occhio destro in totale “divergenza di vedute” rispetto all’altro, l’unico in grado di centrare l’obbiettivo.

Alla sinistra della signora stava invece il bidello giovane, forte del suo occhio azzurro e, soprattutto, dell’inevitabile confronto con il collega, unico termine di paragone nella succursale della scuola in cui i fatti qui narrati avvennero.

Mancavano ancora venti minuti al cambio dell’ora, e sarebbe parso un tempo interminabile a chiunque si fosse trovato nei panni nella nuova venuta, che ascoltava perplessa la narrazione delle imprese in cui la donna (di certo una collega dei due, a giudizio della supplente, troppo giovane per sapere che tanto più qualcosa appare evidente tanto meno corrisponde al vero), dichiarava di essersi distinta.

- Io ho fatto trovare un marito a una mia amica; la figlia di questo vedovo veniva da me in parrocchia e mi diceva sempre che io potevo essere una buona mamma per lei; ma io allora non ci pensavo a queste cose, e ci presentai la mia amica che era sola. Hanno fatto un bellissimo matrimonio, eppero pure una bambina; però dopo due anni lei s’ammalò e morse.

Pronunciò quest’ultima frase rovistando nervosamente nella borsetta di pelle marrone chiaro che teneva sulle gambe, dalla quale, alla fine di un’affannosa ricerca, tirò fuori una fotografia; facendo segno di farla girare tra i presenti disse:

- Me la porto sempre appresso; una bella ragazza, vero? Lui, mischino, ora è di nuovo solo e io gliene vorrei fare attrovare un’altra.

Ma è ostinato, non vuole. Dice sempre ‹‹No, basta; non c’è due senza tre, non c’è due senza tre….››; ma io gliela devo attrovare un’altra. E’ destino nella vita! Invece… voi… non è che conoscete qualcuno che ha bisogno di una donna? Perché io ne conosco tante che hanno bisogno di lavorare.

Lo spirito filantropico del bidello anziano non poteva essere più opportunamente sollecitato.

- Io certo ne avrei di bisogno, perché sono solo. La domenica mi faccio tutti i lavori a casa, quindi mi piacissi aviri a una. Ma no solo per le pulizie.

- Certo, certo, per la compagnia, si capisce, - intervenne subito comprensiva la donna, che sembrava però usare adesso il tono conclusivo di chi sta per togliere le tende, proprio quando stava ormai per suonare la campanella.

Prima di allontanarsi si sentì però in dovere di offrire la sua opera anche alla nuova arrivata che le era stata fino a quel momento seduta di fronte.

- E tu, collega, sei sposata, fidanzata?

Cercando con malcelata difficoltà di trasformare la smorfia di stupore spontaneamente sorta sul suo viso all’udire la parola “collega” in un sorriso di cortesia, la supplente si trovò a corto di energie dissimulatorie, e tentando di avvicinarsi alla porta rispose:

- No,ma…- non ebbe il tempo di concludere;

la signora che si trovava ormai in piedi alle spalle del bidello strabico la interruppe subito, temendo di apparire non abbastanza tempestiva nel farsi carico del “problema”:

- Allora ti devo presentare qualcuno;

ma notando come la sua frase non fosse stata accolta dall’interlocutrice con lo sperato entusiasmo, volle fare una precisazione e dovette ricorrere necessariamente ai gesti.

Cominciò ad agitare gli indici a destra e a sinistra in segno di negazione, e poi li rivolse verso le spalle di colui che le rimaneva seduto davanti e rivolgeva il viso alla supplente, intenta a interpretare il messaggio che l’emittente intanto ripeteva in labiale, a scanso di equivoci:

-Ma no lui.

La ragazza non si sentì rassicurata né sollevata da tale dichiarazione, e accelerando le operazioni di congedo si diresse verso l’uscita per raggiungere la classe che si accingeva a conoscere; ebbe solo il tempo di leggere sul registro, che intanto la collega prendeva sporgendosi verso il centro del tavolo, “religione” .


CAPITOLO II


Il secondo giorno di scuola arrivò prima del previsto, o almeno troppo presto, anzi peggio: puntuale; ma puntuale come uno che, se gli dici ci vediamo a mezzogiorno, quello arriva a mezzogiorno preciso.

Il passaggio dalla sala professori la nostra eroina l’avrebbe evitato volentieri, ma le toccava e non si poteva evitare in nessun modo. Ad attenderla il bidello giovane che più sorridente che mai la accoglie sulla soglia.

- Buongiorno professoressa, si accomodi. Lei le ha firmate le circolari? Venga, venga, le faccio vedere.

- E, mentre le porgeva i vari fogli sparsi sul tavolo invitandola ad apporvi la sua firma, le disse:

- Professoressa, ma io sono sicuro di conoscerla, l’ho già vista da qualche parte. Non è che per caso abita in corso Calatafimi?

- No, no, sto da tutt’altra parte.

-Allora in villeggiatura a Balestrate?

- Impossibile, non ci sono mai stata - rispose lei sperando di scoraggiare ulteriori tentativi di soluzione dell’arcano. Ma niente da fare.

- Forse alle scuole elementari; dove le ha fatte?

- E lei: - Guardi, non credo, mi sembra difficile; ora mi scusi, devo andare in seconda.

- Eppure…sono sicuro. Ah professoressa, le volevo dire, con questi della seconda, mi raccomando, pugno di ferro!

- Va bene, va bene, arrivederci, - rispose lei mentre si allontanava velocemente.

Non era passata neanche mezz’ora dall’inizio della lezione che la porta dell’aula si aprì. Era sempre lui, che restando sulla soglia si rivolse ai ragazzi per un comunicato “urgentissimo”.

- Mi scusi se la disturbo, ma è una cosa importante, sa, quando si tratta di scadenze… Allora ragazzi, non dimenticate che chi vuole fare gli esami per il patentino deve portare la documentazione al professore Minici entro due mesi da oggi, altrimenti niente.

Nei pochi secondi che passarono tra le scuse per il disturbo arrecato e la chiusura della porta, la professoressa ebbe modo di intravedere dietro la spalla destra di lui, nascosti nella penombra, due occhi intenti a sbirciare in direzione della cattedra.

Uno solo, per la verità, era rivolto alla cattedra, o meglio a chi ci stava dietro; l’altro rivelava soltanto un inappagato (e inappagabile) desiderio di seguire il primo.

La sensazione inquietante che gliene derivò si manifestò nella sua pienezza soltanto nella notte, quando la memoria di quello sguardo furtivo riaffiorò in una dimensione onirica.

Camminando a passo affrettato (per quanto le pesanti balze della gonna e gli stivaletti abbottonati dalla caviglia al ginocchio glielo consentissero) in una strada buia della Londra di fine Ottocento, la giovane donna tornava con frequenza regolare a guardarsi indietro, per accertasi che il rumore sordo dei passi claudicanti che risuonava nella sua mente non avesse corrispondenza nella realtà. Ma ecco che in un punto imprecisabile del semicerchio percorso dalla sua testa per riportare in avanti gli occhi, nella nebbia fitta appena penetrata dalla luce fioca di un lampione, le balena improvviso il lampo tenebroso di quello sguardo.

La mattina seguente il suono della sveglia fu del tutto superfluo.

CAPITOLO III

Driiiiin, driiiiiiiin. E’ arrivata la ricreazione, ma sul volto di lei non campeggia il sorriso gioioso che anima l’espressione di studenti e professori al suono della campana, rivelando in essi un’altrimenti insospettabile fondo di umanità.

Come poteva sentirsi partecipe dell’altrui ilarità? Tra pochi istanti si sarebbe trovata in sala professori, dove il bidello anziano era di certo già pronto a offrirle un bicchiere di plastica ricolmo di una bevanda calda, scura, maleodorante, alla quale si ostinava a dare il nome di caffè; sarebbe stato inutile provare a rifiutare: i precedenti tentativi erano miseramente falliti.

Le scuse che aveva avanzato il primo giorno avrebbero impietosito chiunque, ma non lui. Nemmeno un’ulcera conclamata poteva fare valere le sue ragioni di fronte al ministro del liquido nero, che ogni giorno puntuale compiva il suo magico rituale immolando numerose vittime sacrificali.

‹‹Professoressa no, non me lo deve dire; il caffè non si rifiuta mai››.

I tentativi di sottrarsi al sacrificio del primo giorno erano per di più stati puniti con un’ irreversibile imposizione di una razione tripla, da sorseggiare sotto l’occhio attento e scrutatore dell’ “amabile” vecchio; occhio peraltro aduso a raddoppiare le sue (di certo già affinate) proprietà indagatrici a causa della solitudine nella quale si era venuto, per sorte, a trovare.

Ma anche quel momento sarebbe passato e, dopo tutto, la supplenza sarebbe durata ancora per poco; a meno che, come qualcuno faceva trapelare da parole lasciate scivolare qua e là, le condizioni del professor Spustò non fossero ancora tali da non consentire il suo rientro entro i termini previsti.

C’era poi chi aveva ipotizzato fin dall’inizio che il professore non sarebbe tornato: la collega di latino e greco, che aveva suggerito alla supplente di “accelerare” lo svolgimento del programma di italiano della quinta, fermo a Leopardi ancora ai primi di marzo.

‹‹Sì, cerca di arrivare a Pirandello entro il mese; la letteratura saltala: leggete qualche testo qua e là magari››.

La patata non era più bollente, era già purè bello e fatto, e al ricevimento dei genitori cosa avrebbe dovuto dire la sostituta appena arrivata?

I genitori sono esigentini, chiedono conto e ragione!

Soprattutto una; una in particolare. Una simpatica signora molto loquace, inarrestabilmente loquace, loquace fino al punto da seppellire il suo interlocutore sotto l’inarrestabile fiume della sua loquacità.

Una signora ricca di consigli, suggerimenti, proposte, richieste…imposizioni.

- Agli esami ci sarà lei, professoressa? - L’ultima parola era stata pronunciata con tono perplesso, quasi fosse un dovere di cortesia chiamare così l’interlocutrice, che di fatto non si sarebbe mai e poi mai meritata quell’appellativo.

- Mi dispiace signora, non saprei dirglielo, dipende da cosa decide di fare il titolare della cattedra.

- Capisco; lei mi sta dicendo che il professor Spustò potrebbe non tornare.

- Esattamente.

- E lei cosa penserebbe di fare per portare avanti il programma? Come ha intenzione di comportarsi agli esami?

- Stiamo concludendo il Verismo e parallelamente allo svolgimento di questo argomento abbiamo completato lo studio di Manzoni: consideri che sono qui da una settimana! Per quanto riguarda gli esami sono certa che con l’aiuto dei miei colleghi che conoscono i ragazzi da cinque anni si svolgerà tutto nel migliore dei modi, ne stia certa!.

La signora continuava ad essere perplessa, più per l’aspetto della giovane interlocutrice che per le sue parole: questa ragazzina smilza non le dava certo le garanzie del robusto professore coi capelli bianchi con il quale da anni era abituata a parlare durante i colloqui con i genitori. Come avrebbe potuto prendere realmente in mano la situazione questa pivellina? Sì, “pivellina” era proprio la parola che avrebbe voluto pronunciare al posto di “professoressa” quando le rivolgeva la parola. Più per rassegnazione che per essersi ritenuta soddisfatta delle risposte ricevute, la signora pensò che l’interrogatorio dovesse avere finalmente termine, e prima di alzarsi si sforzò anche di porgere la mano alla supplente, che nonostante tutto le sorrideva.

CAPITOLO IV

Fortunatamente le ipotesi del mancato ritorno del professore si rivelarono errate, con evidente disappunto di chi le aveva formulate; un po’ perché dispiace a tutti vedere le proprie congetture smentite dai fatti, un po’ perché il programma di italiano avrebbe subito nuovamente un brusco arresto: Spustò non avrebbe certo sorvolato sulle duecentotrenta pagine della sua interpretazione critica degli Inni Sacri di Manzoni che aveva fornito in fotocopia ai suoi alunni poco prima di assentarsi.

In ogni caso per la supplente era un gran vantaggio su tutti i fronti: niente più caffè e ministri del caffè; niente più suggerimenti molesti su come condurre il proprio lavoro, niente più genitori perplessi di fronte alla sua giovane età. Ma perché la gioia fosse piena era necessario aspettare la fine dell’ultimo giorno in quel liceo.

Il bidello anziano era venuto a sapere del fattaccio:

la supplente andava via! Non c’era più molto tempo per dimostrarle tutta la sua considerazione. Ma , si sa, la fretta rende maldestri.

Così, incontrandola nel corridoio, le chiese senza nemmeno salutarla:

- Professoressa, lei allora va via?- Con un tono che simulava un lieve rammarico di cortesia, lei rispose:

- E sì, vado via.

Forse perché la sua voce non era riuscita a dissimulare del tutto la sua profonda contentezza per l’evento che si stava per consumare, forse solamente perché quello stesso evento avrebbe tolto a lui tutta l’allegria che prometteva a lei, un velo di tristezza sembrò oscurare l’ occhio meno fortunato dell’uomo.

Ma non era ancora arrivato il momento del congedo; bisognava superare l’ultimo scoglio.

Al suono della campana dell’ultima ora i ragazzi volarono via dalla classe come sempre, ma la professoressa, che doveva ancora finire di compilare il registro, si attardò un po’ in classe. Se non l’avesse fatto lì, avrebbe dovuto soffermarsi ancora in sala professori, e scambiare quattro chiacchiere con i suoi soliti frequentatori: non era una prospettiva allettante!

Scriveva pensando alla libertà che tra pochi minuti avrebbe riacquistato, e la sua mente cominciava ad essere invasa da una dolce, calda, profonda sensazione di serenità. Dopo pochi minuti, però, un rumore di fondo cominciò a disturbare il piacevole suono dello stato d’animo nel quale era appena entrata; ci volle poco per capire di che si trattava: si stava appropinquando l’inconfondibile passo che aveva fatto da colonna sonora all’incubo che ormai tornava a farle compagnia tutte le notti.

Si stava avvicinando all’aula ormai vuota. Perché? C’erano molte altre aule da pulire prima di quella! E poi che fretta c’era? La campanella era appena suonata!

Furono attimi di vero panico quelli che precedettero l’ingresso del bidello anziano dal fondo della classe.

Quando entrò aveva in mano uno strumento di lavoro piuttosto desueto: un voluminoso piumino rosa con un lungo manico. Non tutti gli oggetti rassicuranti sono rassicuranti in tutte le circostanze della vita.

Con foga inarrestabile cominciò a spolverare veementemente i banchi; prima quelli più lontani dalla cattedra, poi via via quelli sempre più vicini.

Lei, muta, continuò a scrivere sul registro con mano tremante: non riusciva a connettere i pensieri, non ricordava nessuno degli argomenti trattati; ma sapeva che avrebbe dovuto fare in fretta, molto in fretta. Chiuse finalmente il registro e cercò di dirigersi spedita verso l’uscita dicendo:

- Arrivederci. - Ma si trovò sulla strada lui, che ex abrupto le afferrò la mano. Mentre gliela stringeva, non accennando a mollare la presa, le chiese:

- Lei è sposata professoressa?

Il panico si sa, è nemico dell’astuzia, così la supplente rispose:

-No.

Non fu facile tirare via la mano dalla stretta morsa, ma alla fine, grazie ad una torsione operata con destrezza, l’impresa ebbe successo e malgrado la pesante borsa e l’ingombro dei registri (nonché le sue scarse doti atletiche) la ragazza fuggì, corse via. Via, lontano dall’aula, dai corridoi, dalle grandi scale, dal portone, dai suoi quindici giorni lì.

E nella fuga un solo pensiero dominava la sua mente: l’indomani, e il giorno dopo, e tutti i giorni a venire non sarebbe più stata a scuola con Quasimodo.


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--Plumeria 13:40, 17 giu 2010 (UTC)


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