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Automatic

Da Storiealcubo.


L’impresa per noi era ardua.

Nuova.

Fresca anzi gelida.

Strati di piume d’oca e pile braccavano i movimenti che invece avrebbero dovuto essere pronti.

Scattanti.

Sul viso degli occhiali specchiati stile anni ottanta proibivano gli occhi mentre in basso i piedi erano rinchiusi in piccole costruzioni removibili, dure come macigni necessarie come l’acqua.

Ed era acqua fredda quella che tutta intorno a noi non ci bagnava ma si distendeva bianca per spiegare il nostro cammino.

Delle lame erano pronte a tagliare il lenzuolo senza fine.

Eravamo in fila insieme ad altri di noi che non avremmo facilmente visto in faccia.

Stranieri nel volto stranieri nella lingua.

Suoni di accenti lontani.

Duri, netti, autoritari.

Le loro dimensioni si affermavano imponenti sulle nostre ben più piccole e smarrite tra la massa colorata ma composta.

Il nostro turno si avvicinava.

Lama con lama strisciavamo verso il mezzo, quel mezzo che ci avrebbe portati in alto.

Era su quella vetta che avrebbe avuto inizio il bello.

I posti erano quattro e noi soltanto due.

Così ci eravamo schierate nel punto prestabilito finendo con due di quelli senza nome e con parecchi centimetri di altezza in più dei nostri.

Sollevati i racchettoni una pacca quasi ad altezza sedere ci costringeva all’abbandono sul sedile nero e freddo.

In velocità sollevavamo i macigni in cui erano costretti i piedi e ci abbandonavamo al relax mentre un sbarra abbassata ci custodiva.

Era fatta! E ora si saliva.

Più in alto, più su.

Gli occhi erano totalmente rapiti da quel bianco che aveva riempito ogni parte toccata dallo sguardo ovattando i rumori.

Che spettacolo! Implodevo di gioia! Si perché con quei due, grandi grossi e quasi incazzati non proferivamo parola alcuna.

Per via dell’evidente differenza di peso la seggiovia era inclinata sul loro lato.

Così tra noi e noi pensavamo che magari potesse essere questo il motivo della loro incazzatura.

Davanti e dietro noi altri di noi quattro.

“Ma solo noi due dovevamo capitare co sti due incazzati neri!” mi aveva sussurrato Fulvia! .

“Non è che perché si è in vacanza tutto deve essere perfetto?” le avevo risposto ma in fondo la pensavo esattamente come lei.

I minuti passavano.

Anche se non si comprendeva un tubo di ciò che si dicessero non si avvertivano sinistri sviluppi della faccenda.

Gli occhi davanti si erano accorti che l’arrivo era ormai prossimo.

Chi ci precedeva aveva messo i piedi a penzoloni e rimosso la barra di sicurezza.

I nostri due ciclopici colleghi di traversata non sembravano affatto interessati alla cosa.

Tra me e Fulvia si faceva la gara tra chi si inserisse tra i loro discorsi per spiegargli in un casereccio inglese che bisognava prepararsi a scendere.

I prossimi eravamo proprio noi.

Oltre ai racchettoni ho preso in mano anche il coraggio blaterando qualcosa in idioma straniero ma lo straniero a me più prossimo non mi ha calcolato di striscio.

Provai e riprovo.

Quei due continuavano coi loro discorsi come se io non avessi mai parlato.

Inizia a crescere il terrore di rimanere su quella seggiovia e rifare anche il ritorno lì, entrando nella storia dei nostri amici con un ridicolo primato.

Primati ecco cosa erano quei due! Dovevamo scendere, togliere i piedi sollevare la barra ma loro niente.

Non si poteva più aspettare, avremmo alzato noi la barra.

Così spingiamo con tutte le nostre forze ma la barra è bloccata! Panico! Eppure all’inizio non ci era apparsa così pesante.

Sarà stata di ferro pieno! Pochi secondi e la seggiovia sarebbe giunta al capolinea e noi eravamo ancora lì.

Seduti.

La situazione stava sfuggendo al nostro controllo, mentre i due orchi erano ancora intenti a parlare dell’ultimo bambino divorato a pranzo! Che fare? Iniziamo a urlargli “Help! Help!” indicandogli la barra bloccata.

“Help! Help! Help!”.

Al terzo Help uno dei si volta e con la stessa voce di Schwarzenegger in Terminator dice:“automatic!”.

Un secondo dopo la barra si solleva.


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--Claudiariccia 17:24, 18 feb 2011 (UTC)Claudiariccia


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