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Aziz

Da Storiealcubo.


Non sento più l’odore dolciastro e acre del vomito.

I liquami di sentina, pieni di piscio e di paura, sciabordiano fin sopra le caviglie.

Il diesel copre i lamenti sommessi di questa marea nera di sciagure che attraversa la notte. Non riesco a non pensare ad Aziz: mia figlia. La dolce Aziz. Il nostro fiore. È già sparita da due giorni sul ponte superiore, negli alloggi dei pescatori. Le lacrime hanno appena il tempo di riformarsi che scendono lentamente a lavarmi la barba inzuppata dagli schizzi di vomito dei miei compagni d’oscurità.

Quant’è dolce la nostra bambina. Bella come un albero nel deserto, fresca come le pioggie d’autunno. Aziz, Aziz… Aziz mia adorata.

Vermi brucano nel mio cervello. Sono rossi. Rossi come le carni annerite dall’esplosione. La mina antiuomo su cui saltasti tu Teresa, amore mio. La mia dolce compagna italiana che insegna a leggere ai ragazzi del villaggio. Ti vedo correre per riprendere la piccola Aziz. L’esplosione ti spezza in due. Ma la parte superiore visse abbastanza per vedere Aziz che ti guardava, muta in un urlo disumano, mentre il soldato ferito scappava zoppicando e la pipì le scendeva lungo le gambe abbandonandola. Come fosse felicità: per sempre.

Piovve, erano nove mesi che non cadeva una goccia d’acqua sul nostro villaggio. Mamma ti chiese di portarle un fiore e tu uscisti a cercarlo. Tornasti subito con uno splendido fiore del deserto. Solo il deserto è così generoso da regalarti un fiore con così poca acqua.

I vermi brucano, li posso sentire muoversi nella mia testa, grigi come il cervello.

Fuggimmo insieme, camminammo, e poi ancora camminammo, per giorni. Fino a quel maledetto posto di frontiera. Non una parola, non una possibilità; neanche una semplice richiesta di: “documenti”. La violenza fu brutale. Uno di fronte all’altra. Padre di fronte a figlia violentati a forza per… sempre… mentre tutto diventava grigio e senza più un senso o uno scopo. E dieci, cento, mille posti di frontiera ancora, e poi ancora e poi ancora, e poi… fino al mare. Un deserto con così tanta acqua da non aver più fiori.

Quando i pescatori ti hanno vista ancora così bella, alta con gli occhi color delle felci del Nilo, gli occhi di Teresa, ci hanno subito separati. Davanti alla mia testa bassa e alle tue belle labbra

mute non potevano esitare.

Vorrei solo morire per sopraffare questa vita. Ma i vermi non me lo permettono. Mi divorano il cervello, ma lentamente. Loro sanno come fare, come tenermi vivo mentre immagino già te, mia Aziz, che hai imparato a far godere gli uomini per soffrir di meno. Ti vedo compiacente che gemi tra mugolii e spinte.

Anch’io mi piscio nei pantaloni già zuppi di liquami. Un attimo di calore che mi riporta alla realtà di questo scafo buio pieno di pezzi di carne che pensano ancora di essere uomini. Io non lo sono più. Non mi interessa. Vorrei solo che i vermi trovassero la strada per uscire da un orecchio o dal naso per lasciarmi finalmente del tutto vuoto.

La botola si apre e la notte ci sferza con il freddo della sua oscurità mentre mille occhi si levano in alto imbiancati di speranza. Anche i miei.

“Fuori. Siamo arrivati” urla un marinaio.

Il motore ha smesso di urlare ma attende acceso. Uno per volta passiamo per la stretta botola e veniamo condotti al bordo e invitati a scendere. Nella stiva si piange dalla gioia e si fa un gran fracasso… ma appena fuori il silenzio e il buio ti sposano al freddo e cammini verso un muro nero, verso un futuro ignoto. Al mio turno chiedo al marinaio che mi porge il braccio per salire in coperta: “Aziz..” - Uno sguardo un attimo: “Lei non viene, ti saluta vecchio. Lei è del comandante”.

“Meglio così” penso. E mi avvio a testa bassa per raggiungere gli altri.

Finalmente la libertà che cercavo, che agognavo da giorni.

I vermi, quei maledetti vermi fuggono impazziti…. Ah, ah, ah! Sanno di aver perso. Rido. Rido come un matto. Quei putridi vermi terrorizzati che non riescono a scappare dal naso o dalle orecchie annegano nelle mie viscere piene d’acqua: un deserto salato dove nulla vive. Morite maledetti vermi, andate via e lasciatemi finalmente libero, finalmente uomo, vicino a Teresa che mi aspetta laggiù, in fondo, dove il mare torna a essere sabbia. La vedo e le sorrido. Mi tende una mano da laggiù dove ancora crescono i fiori, dove insieme aspetteremo la nostra Aziz: il nostro fiore del deserto che presto arriverà con le prime piogge.


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--Gari 10:02, 12 ott 2010 (UTC)


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