DE RERUM “ÀNEMOS”
Da Storiealcubo.
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Mi impossessai del libro. Lo vissi avidamente sino all’ultima pagina. Lo ripercorsi migliaia e migliaia di volte saltando le file di parole come mattoni gialli in un campo di ginestre dure e coriacee. Andavo dall’inizio alla fine e viceversa. Volevo viverlo, volevo intingere le mie labbra nel sapore delle pagine inchiostrate a fuoco. Quelle pagine davano di proibito. Leggerle era sacrilego, non si può immaginare che una così alta creazione potesse essere degna della più vile inquisizione morale. Ci sarebbe stato un momento di pace? Sarebbe prima o poi finito tutto nella scoperta della pura essenza effimera? Solo un ultima volta, ti prego. Ed ecco, mi ritrovavo a pronunciare ancora le stesse parole alla conclusione di ogni personale smarrimento in questo vorticoso piacere. Era un ciclo perpetuo ed indefinito. So solo che vi è stato un incipit.
Entrai nella sala al secondo piano ripercorrendo da fuori la navata laterale, era l’ora dell’ultima salmo. Nel dirigermi verso l’uscita posteriore inciampai in qualcosa che mi fece perdere l’equilibrio. Era pesante, a tal punto che non si smosse di un palmo. Un volume, sembrava antico, logorato dal tempo e dagli avidi sguardi dei suoi lettori. Lo raccolsi. Non vi era nessuno. Lo aprii con la cura di un gioielliere. Il testo era manoscritto e decorato come un elegante lenzuolo con la balza ricamata. Non avevo la minima idea di chi potesse aver lasciato un testo dall’aspetto sicuramente di così alto valore. Decisi di portarlo con me in cella. All’indomani avrei cercato il suo legittimo proprietario o quantomeno informato il prelato.
Mi sedetti al panchetto e solo con la luce di una candela iniziai questo viaggio. Sin dalla prima pagina la mia attenzione fu riposta sulla cura del testo, i caratteri impressi con una avidità interiore. Gli occhi iniziano a correre dietro ogni rigo. E’ una vera e propria lussuria. Non avevo mai provato sensazioni del genere. Era un inneggiamento alla vita vista con altri occhi. Forse i veri ciechi siamo proprio noi. Non vogliamo vedere quello che realmente ci spetta e ci appartiene. In verità dovremmo osservare forse la vita con un fare più meccanicistico in un universo atomistico?
Si.
L’uomo nasce vittima di passioni che non riesce a comprendere. Deve essere una responsabilità personale prendere coscienza della realtà. Dobbiamo essere padroni del destino, dobbiamo riappropriarci del nostro piacere, della nostra felicità. Non essere succubi di bla bla bla, o sazi di questi “social-polpettoni”.
La mia strada è una e tutta sbagliata. E’ tutto da rifare. Forse aveva davvero ragione Epicuro quando diceva che siamo masse di atomi che si modellano sull’anima. I miei atomi la hanno soffocata quest’anima, voglio darle aria, luce. Non voglio avere più alcun timore, pregiudizio di cambiare, paura della morte. Voglio essere un semplice felice, sono troppo preso dai canoni, dalle regole, ma sto cambiando.
La metamorfosi è iniziata. E mentre questo bozzolo si sta schiudendo continuo a consumare con gli occhi le pagine ingiallite:
“Il sembiante
parla multiforme
filosofibus clemens
temporeggia nei pensieri
la parola è veloce
la mano non la segue
resta indietro nei ricordi,
appannati, sbiaditi,
smarriti apparenti,
solo l'occhio dello stomaco
sa
il reale strato
di perplessità.”
Firma
--SYT 0:37 8 apr 2010 GENEVA

