Danza Macabra
Da Storiealcubo.
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Un insensato ottimismo aveva invaso la mia mente e spazzato via ogni capacità di discernimento del bene e del male.
Sentivo tutto il peso e l’intensità di quei giorni, carichi di premesse per un futuro che vedevo sempre più opaco e tremolante all’orizzonte; come un miraggio dai colori accesi della speranza.
Io e Diego camminavamo insieme lungo il sentiero che conduceva alla realizzazione delle nostre aspirazioni d’arte e di gloria. Discutevamo di musica e poesia, compiacendoci di come il nostro struggimento fortificasse la determinazione a vivere la vita senza schivarne i colpi, anzi cercando nelle forti emozioni la fonte dell’ispirazione, e invitando a gran voce la sorte a percuoterci con le sue sferzate di drammatica ironia.
Privi della pur minima capacità di arginare la nostra incoscienza, spostavamo ogni giorno il confine della capacità di sopportazione del dolore, provocato dal dubbio e dalla tolleranza dell’inconsueto triangolo in cui stavamo incastrando le nostre anime.
Manfredi era quello che sembrava soffrine di meno.
La famiglia D’Alcontrez possedeva da quasi un secolo un palazzetto arabo-normanno accanto alla Cattedrale, con un terrazzino dal quale Manfredi amava sputare sul mondo, che in linea di massima disprezzava più di se stesso.
Si sentiva parte di un sistema che non contestava ma utilizzava a suo favore per trarne il massimo giovamento. Ricco e viziato, sperperava il patrimonio e la sua vita tra lussi e stravaganze.
Aveva accettato il ruolo di assistente volontario del professor De Spuches come la copertura ideale al suo fallimento come compositore e come essere umano. Lo detestavo e il sentimento era reciproco. Senza ideali e senza morale, viveva ricercando solo il piacere e l’appagamento momentaneo ed effimero dei desideri, cangianti e contradditori.
Dopo avere assaporato le gioie della carnalità, offerte a piene mani dalle ignare studentesse del conservatorio, si era lasciato andare a festini alticci, trasudanti trasgressione e mondanità; quando, stanco e annoiato, aveva mollato tutto per un soggiorno a Londra, durato quasi un anno. Era ritornato ancora più ossuto, con un nuovo gilet di velluto amaranto intonato al nuovo compagno rossiccio.
Quella presenza inquietante, per lo sguardo allampanato, il sentore d’alcool e i tatuaggi sul lato sinistro del viso, lo seguiva come un’ombra, a distanza, discreto ma onnipresente.
Il suo essere straniero, alieno al nostro modo di vivere, era dichiarato dai lineamenti celtici ancor più che dall’accento cadenzato tipico degli irlandesi.
Ormai trascorrevamo quasi tutti i pomeriggi in quella casa del centro storico, poco distante dalla mia, ma infinitamente più carismatica e sinistramente intrigante. Le porte erano dipinte e i soffitti affrescati. Uno scalone marmoreo conduce dall’atrio interno alla porta d’ingresso, incorniciata da blocchi di pietra finemente scolpita a formare motivi di foglie d’acanto e bugne a punta di diamante.
L’irlandese era perennemente avvolto da una coltre di fumo denso e acre; quasi non ci rivolgeva la parola, rollava sigarette per tutti e beveva fiumi di birra direttamente dalla bottiglia, ruttando sonoramente con cadenza costante.
Io e Diego, facevamo gli esercizi di composizione e ascoltavamo musica attraverso quell’impianto assurdamente costoso e complicato, mentre Manfredi stava disteso sul grande letto a baldacchino infilato nell’alcova che dominava la stanza, sul lato opposto allo stereo, e ci guardava facendo finta di leggere un libro o di correggere dei compiti, o altre mansioni che puntualmente non svolgeva.
I suoi occhi erano puntati su Diego come un lupo ammansito e sazio. Disteso sul letto aveva le sembianze di un ragno in attesa paziente della preda, ormai spacciata, inconsapevolmente condannata sulla tela vibrante per i vani tentativi di retromarcia.
Sentivo addosso lo sguardo di Manfredi, che risvegliava in me i più torbidi istinti di donna; una femminilità atavica reggeva l’insana determinazione della mia scelta, in quella sfida impari attraverso la quale ci contendevamo l’oggetto dei nostri desideri: Diego.
In cucina c’era un barattolo dal collo largo, sempre colmo di taralle all’arancia, le mie preferite, l’unica cosa che avevo in comune con Manfredi, a parte l’abbeveraci alla stessa fontana.
L’ambiguità si era insinuata nelle nostre vite come una densa nebbia d’oppio, stordendo i sensi e confondendo i pensieri. La consuetudine aveva addolcito l’inquietudine, trasformando la minaccia in abitudine.
Furono mesi di furore ed esaltazione, tesi come pelli d’animale bagnate e stese al sole tra i paletti piantati a vivo nelle carni inermi, doloranti e senza sangue come tagli di carta, pieni come bricchi traboccanti di passione e incertezza. Vivevamo senza risparmiarci ogni emozione come fosse l’ultima occasione offertaci da un destino riprovevole, insensato e imprevedibile.
Sfiorando la bocca di Diego distrattamente e con familiare possesso, voltavo volutamente lo sguardo verso il letto in fondo alla stanza, cercando la disapprovazione muta del nostro inquietante spettatore, e ricevendone in cambio solo un sorriso obliquo.
La mia arroganza era presto ribattuta da violente fitte di dolore quando li vedevo sparire, per un tempo indefinito, nell’altra stanza, senza avere la forza di contraccambiare.
Era una lotta impari dove, mentre le mie carni erano percosse da spasmi e ondate di collera che avvampavano le guance e il petto, Manfredi era doppiamente divertito: dalla sfida e dal godimento pregustato della preda.
Diego mi risparmiava i dettagli, e sosteneva la diversità di quei legami così distanti, e motivati da ineguali e incomparabili voglie e aspirazioni. Non essendo chiamato a scegliere, assaporava il nettare e l’ambrosia, restandone irrimediabilmente stregato e corrotto.
Aveva perso l’innocenza di quel pomeriggio, quando aveva bloccato la mia mano mosso dall’ansia e dalla sorpresa per le reazioni inaspettate del suo corpo.
Era completamente lusingato e inebriato dalle attenzioni avvolgenti e sinuose di Manfredi, che conosceva intimamente la natura della preda dall’interno della sua natura maschile. Non lo seduceva ma lo avvicinava a se con il compiacimento della vanità. Era stregato dall’ambizione di avere un uomo ai suoi piedi, dalla realizzazione del suo sogno infantile di totale consenso.
O, forse, la mia mente cercava interpretazioni diverse alla natura delle cose, che avrebbero continuato a seguire il loro corso prima e dopo di noi.
Quando, da sola, spegnevo la luce fissando il soffitto della stanza in affitto, dagli squarci della mia coscienza colava l’umore denso e purpureo della sofferenza. Un dolore sordo ma continuo e persistente, in un crescendo di intensità mano a mano che mi allontanavo dalla routine di quella vicinanza malsana.
La prima volta che li vidi, attraverso la fessura della porta della camera volutamente accostata, rimasi accecata dalla naturalezza di quell’idea che prendeva forma sotto i miei occhi increduli.
Immaginarlo non mi aveva preparata allo shock di quelle mani che si accarezzavano, vicino, troppo vicino.
Distolsi lo sguardo cercando conferma negli angeli azzurrini della volta affrescata del soffitto, che mi guardavano con occhi compassionevoli.
Diego non si accorse della mia presenza al contrario di Manfredi che affondò il colpo, inflitto nel mio cuore con inattesa crudeltà, baciandolo.
Sbattei la porta con forza, non fosse altro per distoglierli da quella bruciante intimità. Scesi di corsa le scale con il volto in fiamme e l’orgoglio in un pugno, stretto tanto forte da conficcare le unghie nel palmo della mano.
Non avevo la forza di tornare a casa, in quella stanza troppo vuota e troppo gialla per la luce del pomeriggio, così mi diressi verso il molo, cercando refrigerio tra le barche a vela ormeggiate, come me, nella melma della cala.
L’odore penetrante di acqua marcia riempì completamente le narici, tanto da provocare un’intensa sensazione di ripulsa.
Sentivo i passi sul pontile ondeggiante sopra l’acqua nera e putrida, e mi abituai a quel sentore di vita che abbandona i corpi galleggianti all’incalzare del disfacimento della materia.
La carcassa di un pesce veniva divorata da una miriade di pesci più piccoli che lo costringevano ad una macabra danza verso la completa disfatta. Così dilaniato dai suoi simili che ne facevano scempio, l’animale appariva serenamente abbandonato al suo destino, pronto a liquefarsi in quella pozza maleodorante dove, fino a poco prima, aveva sospinto la sua vacua esistenza.
Un’onda lunga, provocata da un motoscafo in lontananza, distolse la cricca da quell’ingrato pasto, facendo sprofondare la carcassa nell’acqua densa come petrolio. Sentii tutto il mio coraggio sprofondare insieme a quel corpo senza vita nelle acque scure, e mi accasciai sulla ringhiera per non finire con le ginocchia sul pontile.
L’onda lunga faceva oscillare le assi di legno tenute insieme da pesanti funi color terra bruciata, e un’ondata di nausea più violenta mi costrinse a chinare la testa verso l’acqua, in un conato secco di rabbia.
I flutti oleosi restituirono la mia immagine devastata dallo sgomento, e dallo sforzo insensato di trattenere le lacrime asciugate dalla rabbia bloccata nel petto. Una risata d’amarezza mi scosse da quel torpore, quando un gruppo di podisti mi incrociò in lontananza, visibilmente impensierito dalla mia presenza.
Tornai verso casa ricalcando i miei passi sulla banchina, con gli occhi ancora più tristi e devastati dalla nausea di quel pomeriggio.
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--AfroditeAx 17:07, 24 mar 2010 (UTC)

