Di nascosto
Da Storiealcubo.
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- CITAZIONE E ANTEFATTO
Una antica credenza popolare siciliana del '800 così recita:
“Per curare la pertosse bisogna portare il piccolo paziente dentro le stalle e bisogna fargli respirare gli umori esalati dagli escrementi degli ovini.”
La cura era ovviamente infondata e non aveva nessun presupposto scientifico, ma anche adesso alcuni siciliani di una certa età ricordano le passeggiate curative nelle stalle della loro infanzia.
- Il Pascolo
Io sono un cane. Ma non in senso figurato, sono proprio un cane. Non starò qui ad approfondire qual è la mia razza e quali episodi hanno portato alla mia natalità.
Mi definiscono bastardo. Punto e basta. Tengo a bada un branco di pecore. E’ il mio lavoro. E lo faccio bene. Nessun pastore si è mai lamentato.
Certo ogni tanto mi vola addosso qualche bastonata, qualche bestemmia. Ma io capisco che un capo deve farsi obbedire, deve farsi rispettare. La disciplina è importante. Io sono intelligente e capisco. Lo dicono dei cani, no? Che siamo intelligenti intendo. E’ vero! Io capisco tutte le lezioni e non mi lamento. Anzi mi piace quello che faccio. Sto attento che quegli stupidi ovini non si gettino dalla rupe, e li tengo vicini al branco. Le regole sono: tutti assieme e tutti lontani dal pericolo. Non è facile, ma da quando lavoro con i greggi nessuna pecora si è mai persa. Ed io ne vado fiero.
- Marisol
Mi piacerebbe potervi parlare della mia famiglia. Mi piacerebbe potervi dire che mio padre amò mia madre e che visse accanto a lei tutta la vita. Mi piacerebbe potervi raccontare che mia madre si occupò di me e che mi insegnò ad andare in giro per il mondo, che mi aiutò a capire le cose della vita. Ma la realtà è che sono sempre stato solo. Mio padre abbandonò mia madre dopo aver concepito in un attimo di estatico amore notturno me ed i miei 5 fratelli. Mia madre abbandonò me ed i miei fratelli pochi giorni dopo la nostra nascita. Da allora ognuno se ne è andato per la sua strada. Dio sa dove sono adesso i miei fratelli.
Poi è arrivata lei: Marisol! La prima volta che la vidi ero solo un cucciolo. Venne in visita a casa del mio capo, insomma del pastore.
Com’era bella.
Mi prese in braccio e mi accarezzò. So che è banale, ma non avevo mai ricevuto una carezza, fu splendido! E mi innamorai subito di lei. Così a prima vista. Certo, lo so…un cane non può amare una donna, non mi faccio idee così strane, ma avete capito cosa voglio dire! Non parlo di fidanzamenti, convivenze, matrimoni, parenti, figli, etc. So che non è possibile, non potrebbe mai funzionare tra un cane e una donna.
E poi per dirla tutta, non credo molto nella famiglia, la mia è stata un disastro.
Ma io sto parlando di Amore, quello con la A maiuscola. Quello che nasce tra due esseri che possono con uno sguardo superare tutte le barriere. Quel tipo di Amore che non ha bisogno di promesse, parole, doveri e prescrizioni. Con uno sguardo si attraversano tutti i muri, con uno sguardo si entra in risonanza, si diventa per pochi istanti la stessa entità, lo stesso animo. Quindi non parlatemi di impossibilità o di “razze”, che è una parola orribile. Non parlatemi di storie d'amore “normali”, perché le storie d'amore normali non sono per niente storie d'amore.
Se è vero Amore è sufficiente uno sguardo.
Quando Marisol mi prese in braccio e mi accarezzò per la prima volta successe proprio questo: uno sguardo e fu tutto! Proprio così. Se dovessi definire la nostra storia scriverei solo queste quattro parole:
“Uno sguardo e fu tutto”.
Capii da come stava a suo agio a casa del capo che dovesse essere una sua parente o qualcosa del genere, forse una nipote.
Mi faceva piacere.
Tutto restava in famiglia: il mio lavoro ed il mio Amore.
Le sue visite si fecero sempre più frequenti. Finché cominciò ad arrivare ogni domenica mattina. Veniva con altra gente, forse erano i suoi genitori. Saliva il pendio della montagna e ad ora di colazione era già vicino al fuoco a riscaldarsi. Era ancora inverno.
Io, il sabato ero già agitato, emozionato, non stavo nella pelle. Correvo da un capo all’altro del pascolo, con la scusa di controllare le pecore, ma avevo bisogno di correre, mi faceva bene. Mi aiutava a distendere i nervi. Mi aiutare a sfogare la mia ansia. E se non fosse venuta? E se non mi avesse accarezzato? E se il capo mi avesse tenuto tutta la giornata fuori casa?
Contavo le ore che mi separavano dal suo arrivo, dalle sue carezze.
La domenica mi svegliavo prima dell’alba, anticipando i calci che il capo usava per svegliarmi. Mi posizionavo davanti la porta della stalla in attesa. Volevo uscire al pascolo prima possibile, per tornare a casa presto per vedere Marisol.
“Marisol”!
Amavo anche il semplice suono del suo nome. Lo assaporavo quando lo sentivo chiamare da qualche suo familiare. A volte anch’io provavo a chiamarla, a pronunciare il suo nome. Sì, con la mia voce canina. Ma non mi veniva bene. Nessuno capiva cosa dicevo, e il capo mi lanciava lo scarpone, forse perché i miei ululati lo infastidivano. Benedetto uomo!
Invece Marisol capiva. Sì, lei capiva che chiamavo lei. Mi sorrideva, mi dava di nascosto un pezzo della sua cena e poi veniva ad accarezzarmi. Ricordo le sue mani, morbide, calde, profumate di cibo. In quelle gelide giornate di inverno le sue carezze erano il mio sole estivo, il mio campo verde dove correre all’impazzata, la mia notte buia dove ululare con tutte le mie energie. Ero felice. I giorni passavano, ed il nostro amore cresceva.
Trascorremmo la primavera a fare lunghe passeggiate domenicali assieme.
Io tenevo lontani gli altri cani che si permettevano di abbaiarle contro, e le camminavo agitato attorno seguendo i suoi passi. Lei raccoglieva le mele.
Poi ci sdraiavamo assieme sul prato e ci dividevamo le mele.
Sia chiaro, francamente non è che le mele siano il mio cibo preferito, ma tutto quello che mi dava Marisol aveva un sapore dolcissimo, adorabile, inestimabile.
Avrei voluto chiederle di venire a vivere con me. Insomma di venire a stare anche gli altri giorni della settimana a casa del capo. Ma avevo paura di farla sentire troppo pressata. Insomma, capite, è sempre un passo importante. Volevo che le cose arrivassero con naturalezza. In fondo, eravamo giovani, potevamo aspettare ancora un po’.
La mia vita scorreva in un altalenarsi di sei giorni di deliziosa e agitata attesa, e un giorno di gioia estatica ed appagante.
Io, lei, la montagna, i prati, le passeggiate, le carezze, ed io che pisciavo a tutti gli angoli della montagna come a dire…
”IL MONDO E' TUTTO MIO, SONO UN ESSERE FELICE!!”.
Ma poi tutto cambiò.
- La distanza
Qualcosa sta cambiando tra noi. La sento distante. Non ha più il suo splendido sorriso rosso fragola tra le gote rosa. E’ pallida, sembra stanca. Non la smette più di tossire, per interi spiacevoli minuti. Vorrei aiutarla, ma non so cosa fare. La sua famiglia sembra non capire. Parlano tra loro, bisbigliano, ma non fanno nulla.
PER DIO MARISOL STA MALE, QUALCUNO FACCIA QUALCOSA!!
Io urlo, mi divincolo, salto, zampetto, corro da un lato all’altro della stanza ma nessuno mi ascolta mai.
Neanche Marisol sembra ascoltarmi più.
Il capo ogni volta si arrabbia della mia agitazione. Mi afferra per il collare e mi getta fuori dalla casa. Resto solo tutta la notte a macinare la mia preoccupazione, la mia solitudine.
Ormai passo quasi tutte le notti fuori casa.
Una grigia mattina succede qualcosa di strano. Oggi non è domenica ma Marisol è qui. Continua a tossire. Il capo la prende per mano in modo brusco e la accompagna dentro la stalla. Vorrei entrare ma vengo di nuovo cacciato. Cosa ci fa Marisol dentro la stalla? Ed io? Ora sono diventato un estraneo? Lei non si cura più di me? Vuole abbandonarmi? Chi c’è dentro quella stalla?
Ed i giorni passano. E la mia solitudine mi si cicatrizza addosso. Anche stanotte sono fuori, al buio ad ululare alla luna. Sento un sacco di odori nell’aria, odori che non conosco. Questa è ancora casa mia? O sono solo un estraneo adesso? Sono uno straniero nella terra dove sono nato?
- Il liquido del tesoro
Adesso Marisol ogni giorno è qui. Dovrei sentirmi felice, ma non lo sono. Arriva presto la mattina, si chiude dentro la stalla, da sola. Ci resta per un po’. Non so misurare il tempo. Diavolo…sono un cane!! Non ne capisco nulla di ore, giorni o settimane, o secondi. Ma so che il tempo in cui lei resta chiusa nella stalla mi sembra un’eternità. Perché non mi fanno entrare con lei? Cosa farà li dentro di così segreto?
Poi ieri ho scoperto il "liquido del tesoro". E qualcosa è cambiato. Giravo come ogni notte, al buio nella mia solitudine ed esploravo la casa del capo. Improvvisamente ho notato una stretta scala che non avevo mai visto. Certo, una volta non passavo tutte le notti all’aperto ad esplorare il mondo. Una volta qualcuno mi voleva con se.
Sono sceso per la scala. Non si vedeva nulla, incespicavo nei gradini ed il cuore mi rimbalzava nel petto facendo lo stesso rumore degli zoccoli di quei maledetti ovini quando corrono affamati sul pascolo. Mi sono orientato con l’odore. Sentivo un profumo dolcissimo e molto forte. L’avevo percepito qualche volta anche in cucina mentre il capo cenava, ma mai con questa intensità.
Sono arrivato in fondo alla scala e ho trovato un enorme contenitore di legno. Non so cosa sia. Ha una strana forma arrotondata. E’ chiuso da un tappo di sughero. Voglio sapere cosa contiene. Addento il tappo con tutta la mia rabbia e tristezza e lo strappo via. Dal contenitore incomincia ad uscire uno strano liquido rosso. Lo assaggio. E’ molto dolce, mi piace.
Preso dal panico rimetto il tappo e guardo la pozzanghera che si è formata davanti a me con un terribile senso di colpa. Sto tradendo il mio capo. Lui con me è sempre stato onesto.
Al diavolo! Gli sono sempre servito per quelle sue cazzo di pecore. Non gliene frega niente di me, come a tutti gli altri. Non si merita la mia lealtà.
Incomincio a leccare il liquido sul pavimento. Mi piace. Il "liquido del tesoro", così lo chiamo, dolce quasi come le carezze di Marisol. Sfogo la mia rabbia leccando tutto il liquido.
E succede!
Sì, succede! Improvvisamente mi sento meglio. Mi pare di percepire odori lontanissimi, mi pare di capire tutto e sapere tutto del capo, della sua famiglia e…pure di Marisol. Provo a risalire la scala, ma perdo l’equilibrio. E’ strano. La mia mente è aperta, ma il mio corpo le risponde male. Striscio carponi fino all’aperto. L’aria fresca, mi schiarisce le idee mi ridà un po’ di equilibrio. Prometto a me stesso di non scendere più in quella stanza. Quel liquido ha in se qualcosa di malvagio e di oscuro. Giuro di non berne più.
Ma ci ritorno.
E ne ribevo.
Prima saltuariamente.
Poi ogni notte.
Poi anche di giorno.
Vado. Apro il tappo. Aspetto che si formi una pozzanghera. Ogni volta sempre più larga. Poi rimetto il tappo. Asciugo con la lingua la pozzanghera. Poi corro lontano dalla casa per smaltire il liquido del tesoro.
E’ il mio segreto. E’ un segreto che mi fa stare male, mi fa perdere la stima di me stesso, mi fa sentire un fallito. Ma che importanza ha? Mi hanno abbandonato tutti, mio padre, mia madre, i miei fratelli e ora anche Marisol. Forse mi tradisce. Sì, lo so, sicuramente mi tradisce. Va in quella stalla ogni giorno e lo incontra. Non so chi è, ma sicuramente è meglio di me. Ma non importa. Forse fuggirò. O forse mi getterò dalla rupe. E magari mi porterò dietro tutte quelle dannate pecore.
Poi un pensiero mi blocca. Non ho ancora smaltito il “liquido del tesoro” di oggi. Ma il pensiero sembra molto ragionevole.
E se entrassi nella stalla di nascosto mentre Marisol è dentro? Potrei scoprire finalmente cosa fa lì dentro ogni giorno.
Mi metto a correre come un matto. Capisco di muovermi a zig-zag distinguo a malapena gli alberi che mi corrono incontro. Riesco ad evitarli tutti. Attraverso tutto il prato, lascio la rupe alla mia destra, e continuo a correre. Raggiungo la casa del capo, e giro attorno al muro che la separa dalla stalla.
La porta della stalla è semichiusa.
Lì davanti mi fermo. So che Marisol è dentro. Ho paura di scoprire la verità. Ho paura di sapere che tutti i miei incubi sono realtà. Sento il suo odore. Come vorrei, semplicemente entrare. Senza sotterfugi, correrle incontro e dirle nella lingua degli umani di non lasciarmi. Di non abbandonarmi. Ma non so farlo. Sono un cane.
Entro di soppiatto col capo chino. E la vedo. Dio mio, non immaginavo che la realtà fosse così terribile!!
- La rivelazione
Marisol era lì. Bella come il sole. Di nuovo pallida, ancora immersa negli spasmi della sua tosse. Era lì. Chinata vicino al recinto delle pecore.
A respirare con entusiasmo i loro odori!!!
Non pensavo fosse capace di tale oscenità. Non la mia Marisol. Tutti i cani quando si incontrano si annusano le parti intime. Lo sappiamo tutti. Io non l’ho mai fatto. Mi sembra un modo di conoscersi veramente squallido. D’accordo è un nostro istinto. E’ vero, si capiscono più cose di un fratello cane annusandogli il sedere che parlandogli un intera giornata, ma, santo cielo, millenni di civiltà ci avranno pure insegnato qualcosa, o no?
E lei annusa... le pecore?? Non posso crederci!!
E’ orribile!
La stessa persona che mi accarezzava, la stessa persona che passeggiava con me e condivideva con me le mele. La stessa persona che mi sorrideva quando provavo a pronunciare il suo nome.
Era tutto finto allora? Mi sono illuso che fosse diversa…invece è una come tante. Annusa le pecore?
Beh…per dirla tutta sta annusando i loro escrementi!! Penso sia inutile cercare di misurare le parole. Ecco cosa fa!
Marisol annusa gli escrementi delle pecore!
Forse volevi questo da me Marisol? Ed io che avevo dato valore ai nostri sguardi. Invece ti interessava questo Marisol? Potevi pure dirmelo!! Ti piacciono gli odori forti?
Esco dalla stalla in lacrime. Non sapevo che un cane potesse piangere. Forse un cane bastardo abbandonato da tutti che credeva negli sguardi della donna che amava può farlo. Corro fino a sfinirmi, accecato dalle lacrime.
- Vendetta
Sono arrabbiato. Tutta la mia vita era basata sul nulla, su un inganno! La rabbia mi acceca più delle lacrime.
So cosa voglio fare!
Corro nella stanza dove Marisol dorme in questo periodo. Mi avvicino al suo letto, ancora stupito della cosa terribile che sto per fare.
Non riesco a smettere di singhiozzare. Quel maledetto liquido che ho bevuto mi rende strano. I miei sentimenti esplodono senza freno. Non riesco a controllarmi. Penso a tutti i momenti assieme e guardo quel letto dove lei ha riposato fino a poche ore fà. Quella persona adorabile e fragile col suo pallore e la sua tosse che… ogni giorno annusa gli escrementi di pecora. La rabbia prende il sopravvento. Allora lo faccio!
Affondo il mio sedere nel cuscino di Marisol. Lo strofino con tutte le mie forze. Se il suo desiderio malato vuole sentire gli “odori”, le farò sentire il mio. Strofino le mie parti intime sul suo cuscino e nel mentre piango. Piango forte. Nessuno mi sente. Non so quanto tempo passa. Comincio ad ululare mentre lascio sul cuscino della donna che amavo il mio odore come ricordo di me.
Ho deciso di andare via. Non sono capace di sopportare l’idea di viverle ancora vicino.
Il sole sta tramontando. Sento che Marisol è uscita dalla stalla. Esco anch’io dalla sua stanza. E le vado incontro. Siamo entrambi nel prato davanti la casa del capo. Mi fermo davanti a lei e la guardo. Mi guarda anche lei, come non faceva da mesi. Voglio ricordarmi il suo viso. Non voglio dimenticarlo. Chiamo l’ultima volta il suo nome a gran voce. Ma ora so che non sa che sto pronunciando il nome più bello del mondo: “Marisol”. Ora so che non mi ha mai capito. Ed io non ho mai capito lei.
Poi quando cerca di accarezzarmi, fuggo via. Troppo tardi Marisol, troppo tardi…ADDIO.
- Guarigione
Una antica credenza popolare siciliana così recita:
“Per curare la pertosse bisogna portare il piccolo paziente dentro le stalle e bisogna fargli respirare gli umori esalati dagli escrementi degli ovini.”
Marisol fece questa sgradevole cura, ogni giorno, per tre mesi. Senza alcun risultato. Poi un mattino si svegliò, dopo una notte di sonno agitata, e non tossiva più.
Guarì dall’oggi al domani. Nessuno si spiegò mai il motivo del miglioramento improvviso, ma tutti ne furono felici. Curiosamente successe lo stesso giorno in cui il cane pastore di suo zio sparì. E nessuno ne ebbe più notizia.
Riferimenti
Firma
--Don vito 15:38, 21 gen 2010 (UTC)

