Giudice Cazzilla
Da Storiealcubo.
Il tragitto dal Tribunale a casa era il suo unico momento di sfogo.
Sul marciapiede incrociando individui di tutte le specie esercitava il suo spirito critico e sfogava tutta la violenza repressa.
Si sfogava, si. Ma in silenzio.
I suoi pensieri erano un turbine di oscena violenza.
Come un angelo vendicatore armato di spada distribuiva fendenti incendiari nei confronti di tutti quelli che lo sfioravano.
Immaginava teste che rotolavano, braccia mozzate, orecchie strappate...
L'ira del Giudice Armando Cazzilla si abbatteva soprattutto nei confronti di quelli che la gente chiama "reietti".
Tutte le volte che qualcuno dall'aria strana lo sfiorava, gli dedicava almeno un minuto di pensieri ultra-violenti.
Odiava soprattutto gli alcolisti, i tossici, tutti coloro che amavano perdere il controllo e che ne avevano fatto la propria ragione di vita.
Quando arrivò davanti il portone di casa aveva decapitato tre ragazzine dagli abiti succinti, un barbone e due punk.
Ad attenderlo in casa c'era la moglie Marta. La donna più buona, mansueta, passiva e priva di stimoli che si possa immaginare.
Marta non era sempre stata così, un tempo era una ragazza a cui piaceva uscire, ballare, spesso intonava delle bellissime canzoni con la sua voce a dir poco celestiale.
Poi, purtroppo, aveva incontrato Armando Cazzilla.
Lui l'aveva stregata con la sua timidezza, l'impacciata gentilezza.
Una volta invitato a conoscere i suoi genitori li aveva affascinati con discorsi sull'integrità morale e l'assoluta necessità di resistere alla continua deriva dei valori sociali.
Dopo quella sera, la data del matrimonio fu addirittura anticipata. I genitori di Marta erano sicuri che la loro figlioletta sarebbe stata al sicuro tra le mure domestiche insieme ad un futuro giudice dall'animo così integerrimo.
Marta da decenni subiva piccole, continue, vessazioni quotidiane.
Armando era duro, scontroso, assoluto nei suoi discorsi.
Era assolutamente all'oscuro di tutto quello che bisogna fare per portare avanti una casa, non aveva la più pallida idea del lavoro che stava dietro le camicie stirate nei cassetti o del pasto che si trovava la sera per cena.
Come padre era stato abbastanza bravo, ma si era sempre rifiutato di leggere anche una sola favola al loro piccolo bambino.
Ogni volta che il piccolo guardava un cartone animato, diventava di pessimo umore ed usciva di casa urlando contro non si sa chi.
Marta non riusciva a capire il perché. Una volta glielo chiese ed ottenne per tutta risposta una mezza crisi isterica.
Con un padre simile il piccolo, appena ne ebbe la possibilità, chiese di proseguire gli studi in un altra città, il più possibile lontano da casa.
Marta ovviamente ne soffrì molto, e lo fece in silenzio. L'unica vendetta che applicò fu quella di trasferirsi in un altra stanza. Rifiutando così di dividere le notti con l'uomo che aveva fatto scappare il suo unico figlio.
Rinunciò così ad Armando.
Vivevano separati, sotto lo stesso tetto. Armando ne soffriva, ma aveva enormi difficoltà ad ammetterlo con se stesso, figurarsi con Marta.
Cenarono.Poi ognuno nella propria stanza a soffrire della propria solitudine.
L'indomani Armando andò in tribunale presto, lo attendeva una giornata veramente carica di lavoro. Era sempre pronto ad affrontare la fatica del lavoro, ma non era preparato a quello che successe alla prima udienza della giornata.
Prima dell'imputato, arrivò il fetore, una puzza che disegnò sui volti dei presenti - avvocati compresi - una espressione di disgusto, al pubblico ministero scappò anche un conato di vomito.
Le guardie giurate che accompagnavano l'imputato erano chiaramente in apnea, lasciarono l'imputato davanti la corte e fuggirono via a gambe levate.
In pochi minuti l'aula si svuotò e persino uno dei giudici della corte con una scusa si allontanò.
Armando Cazzilla era un giudice tutto d'un pezzo, non si sarebbe fatto intimorire di certo da un cattivo odore.
Tuttavia era senza fiato, e non a causa del miasma ammorbante, ma per il suo legittimo proprietario.
Era proprio lui Astutillo, Astutillo Gebbia. Non poteva sbagliarsi, gli occhi scuri, la faccia truce...
Astutillo era il suo amico d'infanzia, l'unico a conoscere il suo segreto, l'unico che sapeva perché odiava così tanto le favole e gli eccessi.
Restò di sasso a vederlo li in un aula di tribunale, lo sapeva in un manicomio.
Astutillo aveva subito un forte trauma quando era appena un ragazzino, Armando era certo che non si sarebbe mai più ripreso.
Invece Astutillo era lì, davanti a lui, in pessime condizioni, ma comunque fuori dalle mura di un istituto di igiene mentale.
Armando era allibito.
Si impegnò comunque ad affrontare l'udienza con tutta la professionalità che lo contraddistingueva. La cosa gli venne abbastanza semplice visto che Astutillo non sembrava averlo riconosciuto.
Astutillo l'aveva combinata grossa, aveva spaccato i finestrini di una Mercedes parcheggiata di fronte la taverna dove si era ubriacato. La cosa era degenerata quando un gruppo di giovani, tra cui il proprietario dell'auto, avevano cominciato a prenderlo a calci. Dalla taverna erano usciti tre noti pervertiti, due prostitute, un transessuale ed un numero imprecisato di vecchi ubriaconi per dare origine ad una delle più grandi "lotte di classe" che il quartiere avesse mai conosciuto.
Astutillo al momento dell'arresto aveva concluso la serata vomitando sui quattro agenti che cercavano di arrestarlo.
Aveva un buon avvocato, ed il pubblico ministero - forse intontito dal fetore - non riuscì a ribattere agli scaltri attacchi dell'avvocato.
Avrebbe dovuto condannarlo comunque, ma - diamine! - era Astutillo. Avevano passato l'infanzia insieme, non poteva sbatterlo in galera! Non dopo quello che aveva passato quel povero ragazzo...
Anche se non era vero, si sentiva comunque un pò responsabile di quello che era successo ad Astutillo, assolvendolo forse si sarebbe sentito in pace con se stesso.
Cosi fu. Complice il fatto che in aula erano rimasti solo Cazzilla, Il PM, l'avvocato e l'imputato, Cazzilla emise il suo verdetto di assoluzione, aumentando lo sdegno già consistente nella faccia del Pubblico ministero.
La giornata continuò faticosa come previsto, al termine aveva distribuito un centinaio di anni di galera ed una decina di lavori forzati nelle comunità di recupero. Sentiva di aver fatto anche quella volta un bel lavoro di pulizia per la società.
La soddisfazione per il lavoro svolto non gli impediva certo di distribuire la sua bella dose di ultra-violenza nei confronti dei passanti sulla strada del ritorno.
Era concentrato nell'immaginare di frustare il culetto di quella ragazzina con lo spinello in mano e non si accorse di Astutillo che lo afferrava con entrambe le braccia sollevavandolo di peso.
"ARMAAAANDOOOOOOO!!" la voce di Astutillo era forte e roca, il suo odore era nauseabondo, i suoi vestiti erano uno strazio, ma era il grande Astutillo e Armando fu felice di quell'incontro.
"Astutillo che piacere vederti! Non ci siamo più visti da ... ehm...".
"Si è vero da allora, è stato un periodo di merda, ma adesso finalmente sono fuori. Vieni dobbiamo festeggiare, il mio amico Armando mi ha salvato il culo!! SENTITO GENTE? LUI NON DIMENTICA GLI AMICI, MAI!!".
"Astutillo, ti prego, non gridare.. siamo ancora vicini al tribunale...".
"FANCULO I TRIBUNALI! Vieni con me ti offro da bere.".
Armando accettò, solo per allontanarsi il più possibile dalla strada dove lo avrebbero sicuramente riconosciuto. Avrebbe tenuto compagnia ad Astutillo per un pò poi, con una scusa, si sarebbe defilato.
Astutillo lo portò in una taverna, che chiamarla così era un complimento. La Taverna Rossa, così si chiamava il posto, emanava un odore di vino rancido fino a 500 metri, all'interno su tavolini di legno resi lucidi dall'unto erano semi svenuti i peggiori elementi di una società alla deriva. C'era persino un cane bastardo, pulcioso, che di nascosto era impegnato ad asciugare una grossa pozzanghera di vino rosso.
Astutillo entrò, prese al passaggio una bottiglia vuota posata sul bancone e si diresse in fondo verso delle enormi botti di vino, afferrò un tubo di gomma verde con in cima un rubinetto e riempì la bottiglia. Non prima di aver però dato una lunga sorsata dal tubo stesso.
Ruttò, scorreggiò ed infine si diresse verso Armando che lo aspettava sull'uscio con le gambe tremanti ed una espressione di autentico terrore in volto. Avrebbe voluto correre via a gambe levate.
Astutillo era un gigante di un metro novanta, Armando un piccoletto occhialuto e decisamente magro.
Astutillo lo trascinò al tavolo, gli versò del vino e lo guardò negli occhi. Armando durante il tragitto verso la taverna era assolutamente sicuro che mai e poi mai avrebbe toccato una sola goccia di alcol.
Adesso, guardando negli occhi Astutillo, era altrettanto sicuro che se non avesse bevuto il vino avrebbe bevuto il sangue del suo stesso naso rotto.
Dopo un paio d'ore i due cantavano a squarciagola in piedi sul tavolo. Armando aveva un occhio nero. Risultato di una avance un pò troppo spinta nei confronti de La giunonica Gianna, formosa e storica cliente della Taverna Rossa all'eterna ricerca di un uomo che rimanesse con lei OLTRE le prime luci dell'alba.
Armando stava cantando a squarciagola quando ad un certo punto la vide attraverso il vetro della taverna. Fu solo per una frazione di secondo ma qualcosa nel suo petto fece un balzo, era bellissima. Era comparsa solo un secondo prima alla sua sinistra e già stava scomparendo per sempre alla sua destra.
Armando non era tipo da correre dietro alle donne per strada, ma aveva già dimostrato in passato che sotto l'effetto di alcool era capace di dire e fare qualsiasi cosa.
Scese dal tavolo con un balzo e si lanciò all'inseguimento della bella. Durante la corsa si rese conto che se le fosse piombato alle spalle, ansimante per il fiatone, come minimo avrebbe rimediato un gran bel calcio al basso ventre. Meglio di no, un occhio nero per quella sera era abbastanza.
Rallentò e cominciò a seguirla a pochi metri di distanza. Comincio a respirare con il naso ed espirare con la bocca, come gli avevano insegnato durante le ore di ginnastica a scuola. Il risultato fu che la ragazza cominciò ad accelerare il passo. Armando capì che l'avrebbe persa per sempre e gridò. "NO! Non andare ti prego.. non sono quello che credi!" l'ultima frase la disse implorando, con la gola strozzata e la voce tremante di chi sta per scoppiare in un pianto a dirotto. Evidentemente era cominciata la fase calante della sbornia.
La ragazza si fermò, non si voltò, rimase in piedi di spalle ad ascoltarlo.
"Sono un uomo per bene, sposato, non un maniaco in preda ad un raptus. Non ci crederai ma di mestiere faccio il giudice. Io i maniaci li metto in galera...."
"Ti ho visto passare ed era come se vedessi una donna per la prima volta nella mia vita. Il respiro mi si è bloccato, tutto è diventato più nitido, ed un formicolio mi ha preso tutto il corpo fino ai polpastrelli. E' una sensazione che non ho mai provato, è piacevole, ma al tempo stesso orribile e spaventosa.E' come stare sospesi su di un baratro e non sapere se e quando ti lasceranno cadere. Sento che se non cambia qualcosa tra noi rimarrò in questo stato per sempre. Non ti chiedo nulla di particolare, ti prego, ti supplico, ho solo bisogno di sapere il tuo nome. ".
Era proprio vero, sotto effetto dell'alcool sapeva dire e fare cose che credeva impossibili.
La ragazza disse solo: "Seguimi" e si infilò nel vicolo buio che aveva sulla destra.
Armando la seguì. Una volta entrato nel vicolo fu sbattuto al muro con forza, capì di essere caduto in una trappola. Nel giro di qualche secondo si sarebbe preso una coltellata in pancia per i quattro spiccioli che aveva nel portafoglio, aprì la bocca per implorare pietà e senti una lingua morbida riempirgli la bocca.
Sembrava che una cascata di miele gli fosse finita in bocca, quella lingua calda e umida depositava gocce di miele in ogni angolo della sua bocca.
In piena estasi erotica non si accorse che la ragazza gli stava sbottonando i pantaloni, solo quando la lingua di miele lasciò la sua bocca, si accorse di essere nudo dalla cintola in giù.
La ragazza si inginocchiò, Armando chiuse gli occhi.
Prima fu il caldo secco dello scirocco sahariano, poi le piogge calde e torrenziali della foresta amazzonica ed infine uno stormo di farfalle cominciò a svolazzargli intorno al basso ventre.
Allargò le braccia con i palmi rivolti verso il muro, si aggrappò con le unghia, aveva la sensazione che da un momento all'altro sarebbe decollato come un razzo ed effettivamente, anche se il corpo rimase li, il cervello in un attimo raggiunse confini dell'universo e tornò quel vicolo buio.
Poi, finalmente, Armando riuscì a respirare. La ragazza, ancora in ginocchio, disse: "Mi chiamo Maria.". Si alzò, gli arruffò il riporto dei capelli sorridendogli, si girò e andò via.
Armando avrebbe voluto chiamarla, implorarla, prometterle il mondo intero avrebbe voluto chiedere di sposarlo li su due piedi, si sarebbe persino tagliato i polsi per lei... ma non riusciva a muoversi, con le dita sanguinanti conficcate nel muro, i pantaloni calati, ed in faccia la tipica espressione ebete dell'uomo soddisfatto.
Fu lo sghignazzo stridulo di un barbone a destarlo da quello stato di beatitudine. Si rivestì, prese la via di casa e durante tutto il tragitto ripeteva ossessivamente il nome di quell'angelo incontrato nel vicolo:
"Maria, Maria, Maria, Maria, Maria, Maria....".
Com'era prevedibile, Maria divenne la sua ossessione. Passava intere serate, a volte fino all'alba, alla Taverna Rossa in compagnia di coloro che aveva sempre considerato la feccia della società. In realtà non parlava con nessuno di loro, stava seduto ad un tavolo con un bicchiere di vino rosso fra le mani a fissare la strada, infastidito dal dover anche solo battere le ciglia e perdere così il contatto visivo con la strada.
Accanto alla sedia stava il cane pulcioso, ormai diventato suo inseparabile compagno di bevute, da come il cane guardava Armando Cazzilla, sembrava sapesse esattamente che quell'uomo soffriva per amore e gli stava vicino offrendogli il suo silenzioso supporto, in cambio Armando, ogni tanto, rovesciava un bicchiere di vino per terra.
Anche La giunonica Gianna lo guardava. Sospirando invidiava la destinataria di un amore così struggente. Quanto avrebbe voluto avere un uomo che soffrisse per lei come faceva il povero Armando.
Armando non tornava quasi più a casa a dormire, Marta smise così di preparargli la cena ed un giorno se ne andò.
Armando quasi non se ne accorse. Andava in tribunale ma non aveva più alcuna passione, assolveva e condannava a caso, tirando di nascosto un dado tra le gambe: pari in galera, dispari libero.
Una mattina si presentò l'ennesimo caso di pestaggio nei bassifondi della città. Una ronda del partito "La Corda" aveva preso di mira un transessuale che si prostituiva nel parco, lo avevano quasi ammazzato, adesso sedeva lì in prima fila, con la testa interamente fasciata ed un solo occhio libero.
Il Pm cominciò:" La vittima, che risponde al nome di Mario Treppuzzi, stava passeggiando in abiti....".
"Mi chiamo Maria", lo interruppe il transessuale.
Armando quasi cadde dalla sedia, diventò pallidissimo, cominciò ad ansimare in preda ad un attacco di panico. Gli altri giudici, il PM e gli avvocati si convinsero che stesse per avere un infarto, chiesero tutti una sospensione.
Dopo una ventina di minuti di soccorso casalingo - ovvero acqua, acqua e zucchero, sventagliamenti vari un paio di "lasciatelo respirare" - si sentì meglio.
Chiese di essere lasciato solo. Restò un paio di minuti a pensare, si scolò mezza bottiglia di grappa in un solo sorso, poi alzò la cornetta e chiamò una delle guardie giurate.
"Marco, sono io Cazzilla.".
"Signor giudice, che piacere sentirla. Perché mi chiama al telefono sono al piano di sotto."
"Marco, ti ricordi quella volta che ho fatto assolvere quel tuo nipote che aveva truffato con i gratta e vinci quel tabaccaio mezzo cieco?"
"Certo che mi ricordo 'sor giudice! Non le sarò mai grato abbastanza.."
"E' il momento di restituirmi il favore."
"A disposizione 'sor giudice."
"Portami nella stanza la vittima del pestaggio da parte dei razzisti de 'La Corda', un certo Mario Treppuzzi. E mi raccomando passa dalla porta di servizio, e non farne parola con nessuno."
"Eh Bravo il signor giudice! Non pensavo che anche lei... le dirò che anch'io almeno un paio di volte al mese...."
"Non dire scemenze Marco! Credo sia il parente di un personaggio importante e prima di continuare voglio esserne sicuro, non sono certo un pervertito!"
"Oddio, mi scusi 'sor giudice, non volevo, sia inteso neanch'io intendevo che..che..."
"Si, si, va bene, sbrigati a portarmi questo Treppuzzi."
Marco bussò, aprì la porta e con gli occhi bassi ed il volto paonazzo per la vergogna, fece entrare Maria. Borbottò qualcosa e chiuse la porta.
Maria lo guardò, Armando incrociò il suo sguardo ed esplose.
"UN UOMO, SEI UN UOMO! PORCA PUTTANA SCHIFOSA."
"Piano con le offese, NON SONO UN UOMO " rispose Maria.
"Non posso crederci, mi sono innamorato di un uomo! Hai presente quello che ho passato? Ero convinto di avere trovato una Dea, ti ho aspettato per mesi in quella lurida taverna in compagnia di falliti, ubriaconi e cani rognosi! Hai una vaga idea di quello che mi hai fatto passare? E per scoprire poi che sei un pervertito, uno a a cui piace mettersi minigonne e parruche! Sei un individuo ORRIBILE, mi fai schifo!"
Maria scattò in piedi. Adesso era furiosa anche lei.
"Tu chiedi a me di capire cosa hai passato? SEI SOLO UN LURIDO EGOISTA. Cosa ne sai tu di cosa significhi vivere in un corpo sbagliato! IO SONO UNA DONNA. Lo sono al cento per cento, ma mi hanno messo dentro il corpo di un uomo. Hai una vaga idea di come ci si senta? Eh no! Cosa ne sai tu di cosa si prova! Fai il giudice tu! Sei bravo, bravissimo a giudicare, sputare sentenze su tutto ciò che non ti assomiglia su tutto quello che minaccia la tua idea di morale.
Già la tua morale, che un mese fa in quel vicolo non sembrava affatto così salda come vorresti far credere! Mi imploravi, piangevi, mi declamavi, dicevi di essere sull'orlo di un baratro, ti ricordi? Mi avevi detto che eri un giudice e poi eri stato capace di dire quelle meravigliose parole, mi hai commossa ed ho voluto ringraziarti, nel modo che conosco meglio.
Poi sono sparita, che altro potevo fare? Un giudice! Figurarsi se un giudice avrebbe capito, appena ripreso dalla sbornia saresti tornato ad essere l'arbitro che distingue il bene dal male, ed io, sbagliata per natura non posso che essere il male.
Ed eccoti qui, infatti, a sputare sentenze.A parlare di te, del tuo inganno, non sapendo cosa si prova ad essere stati ingannati fin dal primo giorno della propria vita. Depositati in un corpo che non ti appartiene. Sei solo uno stronzo, l'ennesimo stronzo che incontro. Non sei molto diverso da quei nazisti de 'La Corda'. Anzi, le tue parole fanno molto più male dei loro calci. Non voglio vederti mai più.".
Si alzò e andò via.
Armando era devastato, le parole di Maria - insieme alla grappa ormai entrata in circolo - lo avevano demolito come un esercito di ruspe in un campo nomadi.
Rimase un paio di minuti a pensare, in un modo tutto nuovo, come mai aveva fatto in vita sua. Adesso sapeva cosa fare della sua vita. Si alzò finì la bottiglia di grappa con un altro sorso, e con passo marziale e la vista annebbiata dall'alcool si diresse in aula.
La sentenza di condanna nei confronti di tutti i partecipanti al pestaggio fu esemplare. Distribuì quasi cent'anni di carcere a quella mezza dozzina di razzisti.
Conclusa la sentenza, usci dall'aula e corse all'uscita del tribunale per aspettare Maria.
Quando la vide si avvicinò a lei, si inginocchiò e con la voce rotta dal pianto le disse:
"Ti chiedo perdono Maria, io ho bisogno di te. Le uniche due volte che mi sono sentito vivo in tutta la mia squallida vita, sono stati i minuti trascorsi con te. Ti prego, ti supplico, fammi vivere ancora, non voglio più essere come questi zombie che ci circondano, concedimi di starti accanto e di vivere la vita come merita di essere vissuta."
Ancora una volta Armando Cazzilla aveva dimostrato che sotto effetto di alcool era in grado di dire e fare qualsiasi cosa.
Maria era una donna e come tutte le donne era condannata a perdonare il proprio uomo.
Proprio così per Maria Treppuzzi, Armando Cazzilla era già diventato il SUO uomo.
Vissero felicemente ed intensamente il resto della loro vita.
Armando tutte le volte che si sarebbe trovato di fronte ad un dilemma, prima di decidere, si sarebbe scolato mezza bottiglia di superalcolico.
Sapeva che così avrebbe sicuramente fatto la cosa giusta.
Firma
--Pigi 15:04, 17 feb 2010 (UTC)

