modified on 19 set 2011 at 21:24 ••• 444 views

Ho in mano una Polaroid

Da Storiealcubo.


The media player is loading... Guardo fuori dal vetro appannato, disegnando cerchi con le dita sulla patina di vapore condensato. Tra poco sarà qui, pochi minuti e saremo occhi negli occhi. Adoro quegli occhi, cosi lucidi, cosi grandi. La musica riempie ogni vuoto della stanza, tutto vibra al ritmo dei bassi pesanti, anche il mio corpo vibra, lo sento. È in ritardo ma so che arriverà, lo sento dall’elettricità nell’aria, lo sento.

Fa freddo e infilo le mani nei jeans, ma sono gelidi cosi le avvicino alla bocca e ci alito sopra. Cammino avanti e indietro di fronte alla finestra, a destra e a sinistra, pestando sempre le stesse mattonelle del pavimento, mantenendo lo sguardo fisso su quella curva dalla quale di solito spunta con il rosso un po’ scolorito della sua Panda. È in ritardo.

Il cd è terminato e non ho impostato il loop, cosi adesso c’è silenzio e io sento solo il sangue che pulsa nelle tempie. Ogni angolo della stanza aspetta insieme a me il suo arrivo. L’attesa è sfiancante e la sveglia scandisce seccamente i secondi, che diventano minuti, uno dopo l’altro, interminabili. Schiaccio il telecomando dello stereo e la musica riparte, mettendo in sordina l’ansia dei miei battiti accelerati.

Così mi metto a cantare, urlando al vetro della finestra la strofa e poi il ritornello, a squarcia gola. Adoro questa canzone, adoro il giro di chitarra che accompagna il bridge. Ho allentato la tensione e mi viene persino voglia di ballare; mentre tengo sempre lo sguardo fisso sulla curva all’inizio della strada, batto i piedi per terra e muovo le braccia al ritmo della musica che mi riempie totalmente la testa, impedendomi di domandarmi il perché di questa lunga attesa.

Ci saremo baciati mille volte su questo cd, forse di più, almeno duemila volte in una settimana. Adoro quando mi tiene i polsi e mi mordicchia il collo, muoio dal solletico ma mi piace la sensazione di formicolio che mi immobilizza la spalla. Presto sarà qui e la sua voce riempirà la stanza insieme a questa musica che attende come me il suo arrivo. Accendo una sigaretta e tiro una boccata profonda che mi riempie d’aria e nicotina i polmoni.

Gli occhi un po’ mi bruciano e sento il sapore amarognolo del tabacco sulla lingua. Non uso il filtro e le foglioline pizzicano sulle papille in punta. Ma se devi fare una cosa tanto vale farla come si deve, senza mezze misure. Mi passo una mano tra i capelli, cercando di riprendere contatto con la realtà. È passata mezz’ora e il telefono non ha squillato. Aspetto, non posso fare altro che attendere.

Sento il petto trafitto da lame e mi chiedo perché la nostra mente somatizzi in quel punto le ansie frutto del ragionamento. Sento davvero una fitta intensa al cuore, come se realmente fosse quell’organo pulsante a dolersi per le mie paure. Sento il veleno del dubbio insinuarsi come arsenico nelle vene, bloccando lentamente ogni muscolo in una dolorosa contrazione. La gente per strada non sa che esisto. Come in un acquario guardo il mondo attraverso un vetro, percependo il rumore ovattato della frenesia pomeridiana, il suono smorzato dei clacson e il mormorio in sordina dei marciapiedi brulicanti di vita. Sono immobile e attendo che qualcosa o qualcuno mi riporti in vita, una boccata d’ossigeno che riattivi il mio ciclo vitale, una scarica elettrica che risvegli questo corpo in coma vegetativo.

Una Panda, è rossa, ma no, non è la sua targa. Falso allarme.

Allarme rosso, è passata un’ora e non so che fare. Le ginocchia mi fanno male, non resisto più in piedi alla finestra, così mi siedo sul letto, a pensare. Potrei chiamare, ma che dire? - SONO IN ANSIA E NON RIESCO AD ASPETTARTI - che figura! No, non posso - CHE FAI? DOVE SEI? - che paranoia, io mi scoccerei al solo sentire il fiato sul collo. Meglio aspettare.

Guardo il soffitto con le scarpe sul letto, il silenzio mi avvolge e ad un tratto tutte le mie divagazione vengono inghiottite in una nebulosa indefinita di rassegnata indifferenza. Nulla ha più importanza, non il suo arrivo, non la visione di quegli occhi scuri, neanche il suono squillante della sua voce.

Galleggio nel nulla di questa stanza, assaporando l’indeterminatezza della vita che mi scorre addosso. Sento un flusso di energia attraversare gli angoli e dirigersi verso la luce sul soffitto. Il bianco è accecante eppure mi costringo a fissare l’incandescente bagliore fino a sentire una fitta dolorosa agli occhi. Tutto intorno risplende di quel sacrificio, non ci sono ombre adesso, solo un lampo accecato dalla volontà di sopportare il dolore.

È arrivato il momento, devo reagire.

Prendo le chiavi ed esco in fretta, senza voltarmi. L’ascensore è al piano; meglio, arriverò prima al portone sulla strada. Esco in strada senza guardare ne destra né a sinistra. I miei occhi sono ancora fissi sulla luce, e vedo solo ombre indistinte che mi vengono incontro.

Mi fermo.

Pian piano mi abituo ai colori del quartiere illuminato a festa per il natale e non resisto, mi volto un ultima volta verso la curva in fondo alla strada.

Il puntino scuro in cima alla curva si tinge di rosso. È una forma in movimento, i miei occhi si sforzano di mettere a fuoco, soffrono maledettamente ma ci riesco. È una macchia che avanza e si fa via via più intensa e definita.

È la Panda, è rossa.

Mi precipito correndo verso l’auto, attraversando di corsa senza guardare.

È rossa. La strada si tinge di rosso mentre mi accascio a terra.

Non ho sentito nulla solo un urlo che proveniva da quella Panda in fondo alla strada.

Lo sapevo, era in ritardo.

Buio.


Firma

--AfroditeAx 11:54, 6 mar 2010 (UTC)


VOTA QUESTO RACCONTO

Voto Medio: 4.4/5 (31 voti)Racconto rilasciato in licenza
Licenza Creative Commons