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I 120 minuti di Lucinda

Da Storiealcubo.


Si è appena svegliata e aprendo gli occhi dimentica di essere in ferie. Guarda la sveglia, la mette a fuoco, per un istante teme che sia tardi. Poi ricorda. Decide che farà colazione al bar. Si lava, si veste in fretta. È una giornata strana, il tempo potrebbe cambiare da un momento all'altro. Ordina il suo caffè, si siede a un tavolo appartato, da cui non distingue le parole degli altri. Solo un fittissimo, uniforme ronzio. Getta un'occhiata distratta al giornale, le sembra di sapere già tutto. Ma quanto sono vecchie queste notizie? Sfoglia veloce, in cerca delle pagine di cronaca. La tazzina resta sospesa a mezz'aria. In una fotografia le è sembrato di vedere un volto somigliante al suo. Lo fissa più a fondo, il cuore sembra già impazzito. Legge il titolo, sillaba per sillaba. Riguarda lei.


Facile definire in questi casi il destino: strano. Si era immaginata un giorno ordinario, l’ennesimo. Si ritrova invece proiettata in uno scherzo del destino. Per cosa, poi, è da capire, e le righe di quel giornale ne sono la forma più lampante. «A.A.A. Offresi giovane, libera e indipendente. Contattare Lucinda Maggi». Il numero riportato in grassetto era il suo. Suo anche il volto photoshoppato su un corpo di maitresse d’altri tempi. L’annuncio ricopre metà di pagina dodici, dopo la cronaca locale. Una pubblicità ingannevole fatta passare come articolo delle Cronache Cilentane.


Lei è ferma lì, impietrita nella glottide. Solo un accenno del capo per non generalizzare lo sgomento. Se ci fosse un po’ di vero, direbbe: «Non mi vergogno», ma la realtà era un’altra.


Il silenzio nel cervello fu interrotto dallo squillo del cellulare.


Indecisa, apre la chiamata: «Pronto…».


«Buongiorno, signora Maggi». È una voce maschile. Lucinda non la riconosce, resta in silenzio. «Davanti a sé, signora Maggi, il tempo le offre centoventi dei suoi preziosi minuti per riprendersi la propria vita. A disposizione ha solo i suoi ricordi. Ma lei non pensa, signora Maggi, che sarebbe utile, prima di iniziare le sue regressioni temporali, darle un ulteriore suggerimento? […] Era l’anno 1975 e una giovane studentessa, dalla corporatura esile e dall’aspetto sempre raffinato, mancò a un appuntamento importante. Quell’anima gentile era lei, signora Maggi. Si ricorda? […] La trama, d’ora in avanti, sarà suo compito scriverla. Ringraziandola per la collaborazione, le porgo i migliori saluti».


La call s’interrompe. La signora Maggi non ricorda. Nulla.


Come un’onda di poca memoria Lucinda si ricompone. Raccoglie le suppellettili sparse sul tavolo circolare, e lascia il luogo della pesante rivelazione.


Per la strada si diffonde un pezzo de The Tornadoes: Bustin' Surfboards. Si evoca un ritmo cadenzato dallo stile stare in spiaggia per davvero. È lì che si dirige Lucinda. Il caldo umido le dà fastidio. La spiaggia è deserta. Le dune allo stomaco si chiudono con un senso di nausea.


«Devo ricordare». Il tempo passa inesorabile, lei è seduta in riva che si bagna i piedi in questo mare magnum.


Il suono delle onde è insidiato dal rumore clandestino di passi sul ponticello di legno. Lucinda si volta.


È una figura togata. Nera. Le si avvicina: «Mi riconosce, signora Maggi?».


«... no», risponde lei.


«Sono il Vescovo Di Blangis». Silenzio. Lucinda ha una folgorazione. Di Blangis, Renato. Quel nome era un ossessionante tentacolare di ricordi. Tanti e tanti anni addietro fu invitata presso il castello Di Blangis, quale degna partecipante a un ricevimento di particolar diletto, come recitava l’invito presentatole da un portamissive. Lei, felicemente non lo raccolse, denegando per motivi di salute. Quel Renato divenne, poi, il Vescovo. «Signora Maggi, quanti anni sono trascorsi, quante notti insonni pensando a lei. Ora è qui dinanzi a me, ma il suo tempo è scaduto. Voglia porgermi il suo viso, ancora raffinato e degno di lodevoli voglie. Il suo rifiuto ha condotto la mia esistenza a indossare queste vesti, come giovane vedovo».


Senza aggiungere altro, il Vescovo estrae da sotto la tunica un lungo coltello, e di netto le taglia la gola. Il corpo cade esanime tra i flutti. Anche i ricordi sono recisi, ma un sol pensiero sopravvive, trasformandosi in un grande salmone che risale la corrente: «Quanto sono cambiata. Non so in cosa, ma lo sento. È come se mi trovassi in un altro universo dove tutto è rovesciato».


Le nuvole si sono fatte geometriche. Le costanti che hanno retto l’evoluzione del tempo sono ora esposte a un rovesciamento, la loro unicità si è spenta nel coraggio di una nuova speranza.

Note
Scritta per un concorso, l'incipit è "dal bando". I riferimenti sono a Pasolini.

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--Syt 12:09, 3 ago 2011 (UTC)


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