Ibrahim
Da Storiealcubo.
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Era il 1982 , l’estate era appena finita e ci godevamo il fresco delle serate profumate di settembre. Facevamo tutti finta che quell’aria immobile e silenziosa non significasse nulla. C’era del fumo sui monti e le camionette sfrecciavano anche di notte per le strade di Beirut, mentre tutti fingevamo di non capire, di non sapere.
Appoggiavo lo schienale della sedia al muro scrostato della mia casa a un solo piano, guardando le stelle e pensando a quando da bambino mio padre mi sfidava a contarle - Provaci Ibrahim, quando avrai finiti sarai diventato un uomo!
All’inizio ci avevo creduto e mi ero impegnato forsennatamente e cercare il numero esatto, il codice per diventare un uomo. Sembrava semplice, in fondo era questione di tempo. Ma ero un bambino e mi stancai presto di guardare il cielo. In fondo essere un bambino mi piaceva, le corse per le strade a perdifiato, camminare a piedi nudi, le biglie di vetro nella tasca e i baci di mamma.
Quanto era bella mamma, con i capelli neri e gli occhi scurissimi come i miei. Le assomigliavo molto e papà, dopo la sua morte, non riusciva più a guardarmi a lungo, sfuggiva il mio sguardo e abbassava gli occhi al suolo trattenendo a stento le lacrime, tanto gliela ricordavo.
Di tanto in tanto tornavo a contare le stelle per non pensare, per fare il vuoto nella mente, per riprovare a essere un uomo, magari migliore di quello che ero diventato. Neanche mio padre in fondo ci credeva, non dopo la malattia. Fissava il cielo anche il giorno in cui si spense come quelle luci tremolanti, senza un sospiro.
I fuochi sui monti quella sera rischiaravano la notte rendendo più complesso il mio passatempo. Il pensiero di quegli uomini di vedetta tra le sterpaglie mi riportava alla necessità di compiere una scelta, alla svelta.
Per fortuna sono solo pensai, nessun vecchio da trascinare, nessuna donna da proteggere. In un giorno o due avrei superato il confine. In fondo era semplice: partire o restare, vivere o morire senza alternative.
Tornai a fissare le stelle, incurante dell’eco fragorosa di una jeep in fondo alla strada, come se quella distesa tremolante di luci potesse veramente aiutarmi a capire. In fondo cento, mille o un milione di puntini muti e distanti che differenza potevano fare in quella notte di dubbio senza onore.
Ero un traditore, o meglio meditavo di esserlo.
In un giorno o due sarei stato lontano dalle voci dei vicini e dal disonore in cui meditavo di gettare il buon nome della mia famiglia. Il nome e l’onore, l’unica cosa che mi era rimasta, il ricordo delle gesta eroiche di mio padre, valoroso combattente della resistenza e dell’ansia silenziosa di mia madre che insieme a me lo aspettava di notte. Lei si sedeva fuori come me adesso, ed io le stavo sulle ginocchia con i piedi penzoloni e lo sguardo fisso al cielo.
Eppure non sentivo vergogna per quei pensieri che mi portavano al di la del confine, vivo e diretto verso una nuova terra, senza onore e senza religione, ma libero di sperare, di cercare una ragione migliore per morire.
Tutto era deciso, l’ora, il posto, la cintura di esplosivo che avrei dovuto indossare e le sette mutande che mi avrebbero accompagnato sulle porte del paradiso, una per ogni vergine che mi spettava. Ma io non sapevo che farmene di sette vergini. Avevo appena compiuto vent’anni e l’idea di morire per la ricompensa divina mi sembrava semplicemente inaccettabile. L’idea di morire per i palestinesi mi sembrava inaccettabile. La guerra degli israeliani mi sembrava inaccettabile. Il mio destino già scritto era ai miei occhi inaccettabile. Quella notte avevo deciso, le mie vergini sarebbero rimaste tali ancora per un bel po’.
Era ancora buio, il sole stava per sorgere e un gruppo di uomini caricava delle casse di frutta. Tirai fuori dai pantaloni la busta con i soldi, e la consegnai al turco che dirigeva le operazioni di imbarco. Il tir era diretto in Grecia e da lì via mare in Italia. Mi arrampicai in cima a due pile altissime di cassette d’arance e mele. Lo spazio era pochissimo e il naso toccava il soffitto di metallo del tir.
Sbattevo la testa ad ogni buca del terreno e cercavo di fissare le mani sulle casse di legno grezzo per non cadere verso il centro. Passarono molte ore, in silenzio costretto a confrontarmi con il ronzare dei miei pensieri senza neanche il conforto delle stelle. Riuscivo a malapena a respirare, l’ossigeno cominciava a scarseggiare e l’odore della frutta fermentata mi dava la nausea, o forse era solo il rollio della nave che non avevo mai preso.
Ho attraversato paesi che non ho mai visto, ho navigato su un mare sconosciuto e ho pianto per il dolore alla schiena. Ho pianto per quel viaggio assurdo e per le cose che avevo lasciato e per il nulla al quale andavo incontro. Ho dormito e ho sognato credendo di morire, o sono morto e mi sono svegliato credendo di sognare. Da quel giorno la mia vita è stata un incubo di urla e bastonate per farci scendere dalla pila di frutta al suono di parole incomprensibili, di fame e di umilianti richieste d’aiuto ai semafori. Ho imparato a non guardare più negli occhi della gente per non sentirne il disprezzo o peggio l’indifferenza, e a sorridere solo con la bocca, senza accendere il cuore, spento come la luce della stanza che ho diviso con altre sei anime disperate, variopinte come ha voluto Allah su questa terra.
Ho venduto collanine di plastica alle donne e accendini agli uomini, pupazzi colorati ai bambini e bustine ai tossici, giornali appena stampati ai nottambuli e ho pulito i vetri ai passanti, senza più sperare, senza più cercare una ragione migliore per morire.
Dormivo per terra tra una panchina del parco e un’aiuola di fiori viola quando mi hanno preso a calci per svegliarmi dal torpore di una delle tante notti gelide. Urlavano e mi guardavano interrogativi, ma io non capivo bene, parlavano di una donna, almeno il nome di sembrava femminile, forse era morta o era stata picchiata li vicino, non capivo bene e nessuno mi spiegava meglio.
Ogni tanto ripenso alle mie vergini, a quanto hanno aspettato. Il momento sta arrivando lo sento. Mi chiedo se ora avrò la forza di accontentarle. Sono passati vent’anni da quella sera a Beirut, quando ancora interrogavo le stelle sperando in una vita migliore. Hanno detto che sono pazzo, che sono pericoloso. Sono imbottito di farmaci e ho perso il conto delle stelle. Forse il mio destino era morire in quelle strade polverose in cui avevo giocato da bambino, raggiungere mio padre e sedere accanto a lui in cielo, riabbracciare mia madre e onorare la mia patria in nome di Allah.
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--AfroditeAx 17:07, 24 mar 2010 (UTC)

