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Illy

Da Storiealcubo.


Gesto automatico.

La mia mano fa schioccare la pietrina dell’accendino. Fumiamo.

Sedute in quel bar dove puoi ordinare tutto ciò che vuoi e tutto quello che ordini non c’è mai! Noi però che siamo ostinate e di poche pretese, torniamo sempre, chiediamo di tutto e... ci ritroviamo davanti al solito caffè! Niente di speciale, in città sono decine i posti in cui lo fanno meglio, ma che volete, il locale è di quelli in cui te ne freghi se questa o quella cosa sono buone. Ci sono i libri, una vecchia chitarra rattoppata con lo scotch, dieci mazzi di carte che non ne fanno neanche uno, la scacchiera e poi c’è quello là, appeso alla parete, con la sua ridicola bombetta e la mela verde!

- Uffa, lo zucchero di canna non c’è neanche oggi! Però guarda, hanno il budino e le noci e i biscotti e la crostata... caspita c’è pure un tagliere con sopra un mucchietto di pane abbrustolito!! Certo un po’ d’olio... -

- Vabbè, ora stai proprio esagerando! - dico senza farci caso mentre alterno al gusto del caffè una profonda boccata di nicotina.

Eccoci ancora qui, decise a versare sulle pareti di questo stramaledetto locale i fiumi di pensieri che accumuliamo durante il giorno. Stringiamo tra le mani una tazzina di caffè e bramiamo un tè verde corretto al Drambuie che chissà quando potremo bere!

- Ma sì... chissenefrega - e intanto noi due parliamo, parliamo e parliamo che non è male per non pensare. In sottofondo, le nostre ciarle sono scandite da un insolito tango. Si discute di noi, di lui, di loro, degli altri, di giarrettiere rosse, di cocktails, di Madrid, di sangue sulle spine, di quella canzone che ci piace tanto e cerchiamo di tradurre ogni volta, senza vocabolario però, perché noi due siamo di quelle ostinate!

- Hurt, cosa mai vorrà dire? - e subito mi rendo conto di averla già fatta questa domanda.

- Heart? - mi fa lei di rimando, e subito si rende conto di averla già fatta questa domanda.

- No! Con la “u”, ché in quell’altro modo lo sappiamo bene cosa vuol dire!-

Finalmente decidiamo di smettere di far cigolare gli ingranaggi delle nostre menti e di tuffarci nel nulla e così addormentarci prima delle tre di notte quando...

- Che cavolo vogliono questi qua?? -

Un gruppo di cacciatori si avvicina.

- Cazzo, stanno puntando proprio noi! Fai l’indifferente. Non li guardare, non li guardare! -

- Ho l’impressione di conoscervi. Dove ci siamo già visti? -

Questa banalità giunge alle nostre orecchie insinuandosi come una nota stonata nel ritmo logorroico di quel momento.

- Il nostro momento! Dedicato a noi... capito? SOLO A NOOIII!!-

Le nostre menti lo urlano e sappiamo che lo fanno all’unisono.

Ci guardiamo.

Blablabla... e il tango? Non si sente più il tango, solo quelli là che blaterano, ammiccano e noi, sempre più nauseate, cominciamo a muoverci nervose facendo scricchiolare il legno sotto i nostri culi. L’amaro di questo momento ci resta in bocca e proprio non troviamo il modo di sputarlo fuori.

- Ilaria! -

Lei sì che ci sarebbe riuscita!

Ilaria è una nostra amica. E’ andata via un giorno, così. Ha salutato i suoi pochi conoscenti dicendo - Vado a vivere per un po’ a Rìohacha. –

- Che storia la sua! - dice la mia amica senza badare più a quelli che farfugliano lì accanto.

- Ricordi? -


Tutto ebbe inizio quando Ilaria cominciò a frequentare quel posto là. Un giorno un amico le disse - Ti va di lavorare in un negozio all’interno di un centro commerciale? Il titolare è uno stronzo però sono 800 euro al mese, con ferie e contributi. -

Lei, che non aveva scelta, disse – Sì -.

Ilaria la conosciamo da quando tutte e tre eravamo alte poco più di un metro. E’ sempre stata una di quelle bambine che si definiscono iperattive, di quelle che i genitori intorpidiscono con camomille concentrate e valeriana pur di vederle dormire un paio d’ore. Crescendo non è cambiata e in vita sua, a causa del suo “disturbo”, non ha mai ingerito nulla che contenesse eccitanti, nonostante per ironia della sorte tutti i suoi amici la chiamassero Illy. Certo è che quando accettò quel lavoro non si immaginava che il negozio fosse così piccolo... percorreva chilometri lì dentro. Avanti e indietro, avanti e indietro per i pochi metri quadrati di quel postaccio d’un bianco abbacinante.

- Dopo una giornata di neon e faretti, ahhhh... finalmente la tenue luce delle candele! - erano le prime cose che ci diceva, tutte le sere, quando eravamo in tre a buttare fiumi di parole nello stramaledetto locale. La mattina pantera in gabbia, la sera straordinario animale da intrattenimento, ecco, così era Illy in quei lunghi mesi!

Aveva pure ripreso a mangiarsi le unghie.

Soffriva, lo sapevamo, e ci mangiavamo le unghie pure noi aromatizzandole col sapore pungente della nicotina.

Quanto tempo era passato da quel fottuto - sì -? Uno, due mesi? E già Illy si trascinava lì dentro biascicando tra sé e sé – cherotturadicoglioni... cherotturadicoglioni... -

Non era stanca fisicamente, no, ché lei è una iperattiva e per sfinirsi ce ne vuole! Solo non riusciva a sopportare l’idea di dover ripetere i minuti, le ore, le giornate. Ogni giorno uguale al precedente, senza possibilità di inventiva. Allora lei giocava a fare l’automa e ogni mattina prima di mettere piede nei trentasettemetriquadri di quel dannato negozio si trasformava e le riusciva bene battere la noia così camuffata!

Faceva tutto per inerzia.

Prendere le chiavi da Mafriz (supervisore supermarioboss superleccaculo fidofedele allegroessere scodinzolante e ripugnante etcetera etcetera), avviarsi alla saracinesca, infilare le chiavi nella toppa – Cazzo... l’allarme!! - ops! prima disinserire l’allarme, poi infilare le chiavi nella toppa, alzare la saracinesca, accendere luci, cassa, computer, prendere l’aspirapolvere, – Stamattina le fai tu le vetrine? -, riempire il secchio, lavare a terra, prendere le pezze, spolverare accuratamente le mensole (ché se arriva il superinterdettoboss il suo guanto, retaggio militare, deve rimanere bianco!!), l’alcol sullo specchio, sullo schermo del pc, sulla cassa.

E’ già l’ora del pennello!

Prendere pennello, calzonetto (dicesi calzonetto un oggetto spugnoso che si usa per lucidare le scarpe), scarpe... Spennellarle... lucidarle...

Manco a dirlo che se entra qualche cliente... yahoo!! La giornata si fa da sballo!!

Altrimenti su e giù con quel cazzo di pennello per un tempo indefinito fin quando ecco spuntare il supersenzacervelloboss – Ragazze, non state senza fare niente! -

Si ricomincia: prendere l’aspirapolvere, riempire il secchio, lavare a terra... e come sopra.

Nel frattempo la mente iperattiva di Illy riusciva a fare altre cento cose, ad andare in altri luoghi, a creare altre situazioni e allora non era più stanca e ogni giorno non era più identico al precedente.

Un’immagine, però, era sempre la stessa. Quella proprio non poteva togliersela dalla testa! Vabbè che le stava di fronte tutto il giorno, ma perché la saracinesca, l’aspirapolvere, il mocio, le scarpe, il magazzino, il calzonetto, la cassa e i clienti con le loro sciocche lamentele e quelli che gli puzzano i piedi e quelli che non sanno neanche che misura c’hanno (“Com’è possibile?” si chiedeva puntualmente e poi lasciava cadere la domanda lì dove le era venuta)?

Anche tutte queste cose le stavano di fronte tutto il giorno eppure le veniva così facile togliersele dalla testa!

Quelle foto là, invece...

Splendide.

Due foto in bianco e nero vicino al mega cartellone rosso fuoco con l’unica scritta: ”SEGAFREDO”.

Lui, uno strafigo che tiene in mano una nerissima tazzina e la guarda suadente tra bellezze architettoniche non ben definite.

Loro, due strafighe sedute su una terrazza da fiaba che fanno lo stesso.

Ridono e sono felici.

Quel bar di fronte alla sua prigione le dava come un senso di libertà. Lì la gente poteva parlare, sedersi, fumare, mangiare, bere... sì, bere caffè - perché no? - si sorprendeva a pensare. A forza di stare lì davanti cominciò ad aver voglia di assaggiare la bevanda sconosciuta e della quale non aveva mai sentito l’esigenza. Arrivò addirittura a credere che la sua potesse essere una specie di punizione, come dire, una pena da scontare prima del suo passaggio nell’aldilà, il suo inferno in terra insomma... lei che non aveva mai preso un caffè.

- Ridicolo averne voglia proprio adesso! –

A volte però pensava fosse solo suggestione.

- Sarà quel nome dal colore rosso sgargiante che mi lampeggia davanti? –

Messaggio subliminale che volente o nolente le ripeteva “un espresso così buono che... è un peccato berlo!”.

- Allora perché tutti continuano a mandarlo giù? - e ci impazziva su questa domanda. - Forse perché è “il caffè che scalda l’anima”? O perché “chi beve espresso moka ne sa una più del diavolo!”? O perché “più lo mandi giù più ti tira su!”? - e le giravano come vortici in testa tutti gli spot dei caffè che la sua mente potesse ricordare.

- Ma io non ho bisogno di niente che mi tiri su! - e anche quella volta le passava la voglia di provare l’ amara bevanda.


- Ma questi stanno ancora qua?-

- Oddio cosa ti sta per porgere? Eh??? Biglietti omaggiodonna per quel posto di tamarri?! -

- Che abbiamo fatto di male? –

- Sbrocco, sbrocco, lo sento il nervo sciatico va da solo! –

- Basta! Ora mi trasformo... lanciami i componenti: PER LA FORZA DI ILARIAAAAAA...


Quella mattina del cinque maggio Ilaria con lo sguardo spiritato era riuscita ad avvicinarsi al bancone, proprio sotto il manifesto rosso. I suoi occhi fucsia, prova inconfutabile della sbornia della sera precedente, ricambiavano lo sguardo suadente dello strafigo in bianco e nero. Lo stava sfidando e questo aumentava il tremore della sua voce che per la prima volta chiedeva – Un ca-caaa...ffè! Gra...zie... -


- Lì almeno ce l’avevano lo zucchero di canna, mica come qui. -

- Lì c’era pure lo strafigo anche se a due dimensioni, sempre meglio di questi qui che... che cazzo dite? – quasi glielo grido in faccia e somiglio un po’ di più a Illy.


Beveva lentamente e... – mica male! -

-Ma lei lo sa che questo è il primo caffè della mia vita?

Pensavo procurasse tachicardia. Non è che adesso mi viene? Lei che è del settore... un consiglio... e se mi innervosisco con i clienti? Lei sa bene che ce n’è tanti che... insomma, diciamocelo, in confidenza, rompono eccome! – mentre un gesto fin troppo evidente accompagnava le sue ultime parole.

Lo aveva mandato giù tutto. Il tempo di una sigaretta aspirata con calma per aspettare la tachicardia ma... niente! Entrò in negozio abbastanza contenta del fatto che fosse sabato. Nessun pennello che andava su e giù perché il sabato arrivava un sacco di gente e la giornata passava veloce.

- Prego, posso aiutarla? –

- Sì, cercavo delle scarpe leggere ma col tacco. Sa se sono troppo basse mi vengono le vertigini! Mi raccomando, comode. Ah, quelle potrebbero andare! Me le fa provare? –

- Che numero? –

- Ma, non saprei! Le ultime erano 38, però normalmente porto il 36... poi dipende se hanno la pianta larga, o la punta squadrata, o il tallone rientrante, o se sono strette di monta, sa io c’ho la monta alta come la buon’anima di mia madre! -

- Va bene faccio io. -

Ilaria entrò nel magazzino e prese una serie indefinita di modelli e misure. Uscì alternando la visuale ora all’occhio destro ora al sinistro per via della pila di scatole che oscillavano pericolosamente dalle sue braccia.

- Queste come le calzano? Le sente comode? –

- Be’, per essere carine sono carine però, qui... vede? Sento come un pungiglione! Cos’altro mi ha portato? -

- Guardi, queste sono comodissime glielo posso assicurare, le indossa la mia collega per lavorare e si trova benissimo. -

- Sì, ecco sono comode, ma troppo quotidiane... sa cercavo qualcosa di un po’ più elegante. Cioè qualcosa che posso mettere con il jeans ma anche con il tailleur! –

- Ah una scarpa tuttofare, ho capito! Ecco, questa è perfetta. La provi... allora come va? -

- Bene! Ma non c’è uguale solo di un colore un po’ più chiaro e con la fibbia rotonda? Sa le fibbie quadrate non si abbinano con i bottoni del mio tailleur. -

- Aspetti che vado a vedere se c’è altro in magazzino. -

Magnifico luogo, il magazzino! Limbo di qualche commessa pensante che ha compreso il vero senso della sua esistenza: urlarci dentro tutto ciò che non puoi sbattere in faccia ad un cliente! Illy lo faceva sempre. Lo fece anche quella volta fingendo di cercare la solita scarpa che non esiste, che per il cliente era sempre il paio venduto, guarda caso, appena due minuti prima dalla collega. Le riusciva bene, dopo lo sfogo s’intende, tornare sulla scena con l’espressione mortificata di chi avrebbe voluto fare l’impossibile e...

- Sono desolata ma la scarpa che fa per lei è terminata poco fa! –

- Signorina è sicura di aver guardato bene? –

- Sì, mi ‘spiace –

- Non ci sono di nessun colore? –

- Cherotturadicoglioni!!

- Come scusi? –

- Ehmmm, no no non ci sono neanche marroni! –

Le rimase impresso quell’episodio tant’è che la sera stessa ce lo raccontò come si trattasse di un brutto sogno e noi

– vabbè però lei se l’è cercata, chiunque avrebbe reagito così! -

E Illy tornò subito animale da intrattenimento.

Ormai tutte le mattine si fermava al bar, a volte anche il pomeriggio.

- Ciao Antonio, per me il solito: ristretto e con lo zucchero di canna. -

Andava sempre con qualche minuto d’anticipo, per gustarsi quel caffè accompagnato da quattro chiacchiere con Antonio. In realtà parlava solo lei ché poi dentro doveva stare zitta sennò il superincoboss la riprendeva – Rovini l’immagine del negozio se entra qualche cliente e ti trova con la bocca aperta a parlare di chissà cosa!-

- Ti pare che tutti hanno il Q.I. col segno meno davanti come il tuo? –

- Ci sono problemi con l’ordine? È arrivata merce in meno? -

Il superQInegativoboss stava entrando visibilmente nel panico.

- Noooo, vaaaa... tutto bene! –

Ma che bene e bene!

Aveva appena risposto al suo responsabile con una frecciatina tagliente che per sua fortuna non era stata colta da quell’ accozzaglia di neuroni monotematici.

Cosa ti è preso? Ci devi campare con questo lavoro! Se lo ripeteva spesso, ma proprio non riusciva a trattenere quelle che fino ad allora erano state solo parole scritte nella sua materia grigia e che ora si trasformavano involontariamente in suoni.

Che fare?

Antonio!

Valvola di sfogo espressa e concentrata in un metro di bancone.

- Me lo dicono tutti, è solo stress! - rimuginava tra sé e sé mentre si avviava verso casa.

Ora il fatto è che accadeva sempre più di frequente. Era come se a Illy fosse venuta una strana forma di ictus... al contrario però! Chi è colpito da questa malattia spesso non riesce più ad articolare i propri pensieri in parole, lei invece non ce la faceva proprio a non articolare!!

Ogni parola veniva fuori con facilità, troppa! Ilaria era preoccupata. Sparava a zero su tutti e su tutto, le sue mani erano livide per gli svariati tentativi di autosoffocamento che fallivano puntualmente.

Dava il meglio di sé sul posto di lavoro, ma non è che con conoscenti e amici le cose cambiassero!

Proprio non si poteva spiegare cosa le aveva preso, di sicuro però quell’atto involontario le stava facendo bene... non si mangiava più le unghie!

Ogni frase che sputava fuori era un macigno catapultato lontano da lei. Sensazione niente male a cui Illy si abbandonò senza opporre troppa resistenza.

Il supermentecattoboss cominciava a dare segni di intolleranza per quell’ inconsueto atteggiamento, ma Ilaria era più leggera e più felice e - che si prenda ciò che si merita! – masticavano in scioltezza le sue labbra.

Non si trascinava più lungo i corridoi del centro commerciale. Caffè da Antonio e poi via a strappare le chiavi dalle mani di Mafriz fischiettando allegri motivi...

“Non ti sopporto piùùù, davverooo... perché m’hai rottooo il bluuuess, davverooo...”

“Sììì stupendooo, mi viene il vomitooooo è più forte di meeee!!!”

Un po’ fischiava e un po’ canticchiava tant’è che anche nel supersenzacervelloboss si insinuava ogni giorno di più il dubbio... per lo “stupendo” più che altro!

Passava l’aspirapolvere e intanto sogghignava ai discorsi delle sue colleghe, tutti incentrati sull’altezza del tacco di quello stivale bianco o dell’ultima borsa in vernice gialla acquistata esclusivamente per le luci stroboscopiche del sabato sera. Quando quelle esageravano, il sogghigno si trasformava in sonora risata.

L’ora del pennello era sempre la stessa?

Illy no!

“Su e giù, su e giù... strana iooo, strana questa vita! Questa cosa qui non l’ho mai capitaaaaaa!!” e batteva il tempo con il piede.

All’aumento del nervosismo del fido Mafriz corrispondeva in modo direttamente proporzionale l’afflusso di acquirenti divertiti ma soprattutto che compravano cose che gli stavano bene veramente!

Ebbene sì, i clienti non sono una razza inferiore.

- Signora mi ascolti, i mocassini saranno pure comodi ma con delle gambe gonfie come le sue! Lei ha bisogno di una scarpa con la zeppa, pratica ma al tempo stesso che la slanci. Guardi queste... sono in pelle vera e costano pure venti euro in meno! -

Questa era una delle tante signore che uscivano raggianti dal negozio, sbattendo sul superviscidoboss che oramai passava tutto il suo tempo appiccicato alla vetrina. Se fosse stato Natale l’avrebbero potuto scambiare per un addobbo, tanto era rosso di rabbia!

Alla chiusura, quando Ilaria riportava le chiavi al superscendidallestelleboss, lui – rrghrrghuurrahgrr modo rghrgharhuhghurr clienti rrhgarghrruuff ti pare gggrrrhhhuuufff insomma? –

Lei lo guardava innocente e smorzava quel grugnito con 6 parole – Gli incassi sono aumentati, mi sembra? – e lo piantava lì sudato, stizzito e avvilito.

Percorreva il corridoio intonando “Liberi, liberi siamo noooi, però liberi da che coosaaa, chissà cos’èèèè, chissà cos’è?” frecce che colpivano quel bersaglio ancora immobile dietro di lei.

Poteva sopportare tutto ma per le sue orecchie una sera fu davvero troppo. Illy come al solito riportava le chiavi al superinettoboss e si era appena voltata per andare via quando – Ilaria, devo parlarti! –

Be’ prima o poi sarebbe successo, era solo questione di tempo... questo fu il pensiero che la rapì in quella frazione di secondo. Quell’ idea disgelò con il fiato emesso da Mafriz una frazione di secondo dopo, appunto!

- Ma lo sai che sta per aprire un nuovo negozio di scarpe? Dovremo darci da fare per sbaragliare la concorrenza! – disse nervoso mentre indicava con mano epilettica l’enorme scritta “FELTRINELLI VILLAGE”.

Illy non capì subito e ci volle un po’ prima di realizzare che il superottusoinabilescimunito... boss? non stesse scherzando.

No, no, non scherzava affatto – negozio ghrrrruurgr concorrenza rrfrghfrughf nuovo... uffa! – farfugliava isterico in attesa di una parola di conforto che lei non fece tardare.

– Stai calmo, non ti preoccupare! I loro prodotti sono molto più scadenti dei nostri e non si addicono a tut... – non ce la fece a finire la frase che già la sua risata rimbombava per il corridoio semideserto.

Mafriz rimase interdetto.

Illy, con le lacrime agli occhi, girava i tacchi ché le sue orecchie davvero non potevano sopportare un attimo di più quel delirio. Nel farlo il suo sguardo cadde sullo strafigo in bianco e nero che... le schiacciava l’occhio e la invitava tra le sue stupende bellezze architettoniche non ben definite?

- Come ho fatto a non pensarci prima? –

Cominciarono a saltellarle in testa come grilli, lo strafigo, la terrazza, il bar, il caffè, l’aria, il sole e anche il mare, enormi spiagge, la musica e lei che balla in costume mentre prepara caffè ad una serie di strafighi...

Sì, doveva solo rivolgere l’ultimo, definitivo saluto al fido Mafriz che era rimasto impalato con lo sguardo vuoto davanti a quella scritta.

Quasi le dispiaceva intromettersi in quel momento di riflessione proprio raro a vedersi ma, non aveva alternative, doveva farlo adesso, doveva farlo subito. - MAFRIZ?

Lui si girò per guardarla con la stessa vacua espressione con cui un attimo prima fissava la scritta e quando si accorse che Ilaria non era la scritta decise che, in quanto supervisore, doveva riprendere in mano la situazione. Appena il tempo di sintonizzare la sua espressione sul canale di chi ha capito tutto che Illy...

- MA VAFFANC...

e lui perse nuovamente il segnale.


- Ragazze ma voi siete di qui? Non vi abbiamo mai visto da queste parti! –

- Già e poi dall’accento non sembrate. –

- Che lavoro fate? Io ho un’agenzia immobiliare tutta mia proprio nel centro storico della città. –

- Vi va di farvi un giro sulla mia nuova decappottabile? –

Noi ci alziamo, a loro brillano gli occhi e un lungo sorriso gli si spalma sulla faccia.

Noi li guardiamo, loro “ evvaaiii! C’avemo fatta!!”

Noi ci guardiamo e...

- MA VAFFANC...

Prima che la porta del bar si chiuda alle nostre spalle abbiamo il tempo di sbirciarli con la coda dell’occhio.

Sarà stata quella l’espressione inebetita e vacante del supersenzasegnaleboss?


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--Viola 12:27, 3 dic 2010 (UTC)


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