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In vino veritas

Da Storiealcubo.


Questo racconto si colloca in un tempo indefinito che sta “La notte corre sui muri” e “Don Vito

Linda

Il mio cuore è bipartito come l’hard-disk di un vecchio pc. La memoria si è quasi esaurita e sovrascrivere i ricordi diventa ogni giorno più difficile. Li ho amati tutti o forse non ne ho amato veramente nessuno. Come ho fatto a sopravvivere alla marea di ricordi, odori, sapori che pure devo avere provato? Devo avere sentito.

Non ricordo nulla. Non sento nulla, solo il grande vuoto. L’assenza di uno sopra tutti. Eppure quando stavamo insieme, all’inizio non sembrava cosi importante.

La mia vita è fatta di fughe per la sopravvivenza. A un certo punto gli eventi si incastrano in tal modo che l’unica via di salvezza è la fuga, e l’abbandono di qualcosa o di qualcuno. Loro no, non mi lasciano, non prendono decisioni. Mi costringono alla terribile scelta lucida dell’amputazione di un pezzo di vita. Ma è sempre l’unica via di scampo e per sopravvivere fuggo. Senza preavviso, senza esitare mai. Un taglio netto e via, si ricomincia. Un altro bicchiere e si ricomincia.

La notte è ancora tiepida e seduta su questo gradino di pietra comincio a vedere tutto con ebbra consapevolezza. Il tempo è un giudice imparziale che restituisce giustizia al corso delle cose. Già, il corso delle cose mi porta sempre in un terribile stato di empasse, come adesso che ho chiara la lucida drammaticità delle mie scelte.

Da certe notti non si torna indietro e alcune parole restano scolpite nella memoria, a ricordare che il tempo ha un corso lineare. Siamo condannati verso un epilogo e ciò che si è smarrito nel cammino resta solo a tormentare i ricordi e la coscienza.

Poi è arrivato il mio menestrello spensierato e un po’ di quella densa coltre d’amarezza si è dissolta, lasciando trapelare una brezza di levante. No, non un venticello profumato di glicine e cannella, ma imperiose raffiche in sequenza che sapevano di salsedine e burrasca. Perché l’amore si consuma a caro prezzo.

Ero troppo stanca per resistere, e poi io amo il mare in burrasca e le onde che si infrangono sui sassi, agitati e sbattuti fragorosamente dalla risacca in un boato di particelle sospese nell’aria, che sa di catastrofe immanente.

Mi piace avvicinarmi alla riva e sentire sul viso la sferzata tagliente dell’aria intrisa di acqua e sale, una sospensione di elementi scossi dagli eventi, imbizzarriti dall’infuriare dell’energia di correnti venute da lontano a sconvolgere la calma di un pomeriggio di quiete invernale.

Lì, immobile di fronte all’infuriare della tempesta, si sente la fragilità delle cose umane, l’avanzare del tempo e il cedere della materia di fronte all’imprevedibile vorticare del casuale presentarsi di giorni e notti di luna piena.

Più di una volta ho provato l’impulso di gettarmi tra le onde per non sentire il freddo dell’attesa. Immaginavo il mio corpo dilaniato dai sassi ignari di quella fragilità umana in balia dei flutti, frantumare ossa e cartilagini, segnare violentemente la pelle troppo candida per quei pensieri oscuri.

Con i piedi ben piantati tra la sabbia umida attendevo il coraggio dello scatto, l’istante di lucida follia che avrebbe posto fine al peso dei ricordi. Una notte urlai a squarcia gola al vento parole risalite dal passato a dare un senso al tormentato incedere dei pensieri in un punto ben preciso della mente. E me ne feci una ragione. Dovevo convivere con la consapevolezza della perdita e la dolce malinconia del ricordo.

E tornai a vivere.

Vit raccontava di cose tristi che facevano sorridere e di situazioni grottesche e ridicole che lasciavano l’amaro sentore di un dolore archiviato tra le righe della storia. Mi aveva perdonato tutto, il passato, il presente e anche il futuro, in un colpo solo. Non faceva domande e mi teneva sul divano con la testa sulle gambe carezzandomi i capelli nell’attesa di vedermi addormentata. Io non gli diedi risposte su quel bambino non nato e su quei giorni di lucida follia. Sentivo il calore del suo corpo e mi perdevo nei suoi occhi limpidi. Ogni spiegazione avrebbe fatto luce e provocato ombre. Nel buio dell’incoscienza mi concedevo di amarlo senza una ragione.

Lui continuava a suonare alla taverna rossa e ogni tanto la gente gli chiedeva di raccontare una delle sue storie. Era diventato bravo ad osservare la folla e a immaginare le parole giuste per ogni serata. Così quando vedeva degli occhi tristi chini sopra un bicchiere colmo di vino rosso tirava fuori il suo campionario scaccia demoni e la folla rideva di gusto dei suoi amori impossibili. Lui osservava il suo inconsapevole ispiratore e quando lo vedeva sorridere si sentiva un uomo migliore.

Io capivo, ascoltavo e capivo ogni frase, ogni intento di quelle parole che sentivo troppo simili e troppo vicine. E uno dopo l’altro mandavo giù sorsate calde d’amarezza, percependo che l’avrei distrutto. Completamente stordita dall’alcool sapevo di perdere ogni timore e ogni inibizione sulla scelleratezze dei miei propositi e lo desideravo intensamente. Conoscevo già il suo corpo e il suo sesso sfrontato e non osavo tirarmi indietro al naturale corso delle cose. Slegata dal vino la mia mente non opponeva ostacoli a quel legame pericoloso per entrambi e il mio corpo mandava segnali inequivocabili, una progressiva danza di seduzione che lo attirava senza scampo. Lui era stregato dal copione scritto con abile maestria e seguiva la sceneggiatura fatta di stoccate e di fughe orchestrate affinché i sensi potessero generare la passione. E la passione ci travolse una sera alticcia e secca per lo scirocco africano.

Erano passati cinque anni dall’ultima volta che avevamo fatto l’amore, anche se poi d’amore non si trattava. Sentivo che questa volta sarebbe stato diverso, se non altro per il fatto che eravamo solo io e lui, senza secondi fini.

Non ci furono candele né bastoncini d’incenso, niente musica romantica o luci soffuse. Eravamo complici nel buio della notte, nel silenzio dei nostri respiri agitati mentre i cani abbaiavano alla luna in lontananza e la sua auto era posteggiata in riva al mare. Sentivo la leva del cambio premere impietosa contro la gamba sinistra e la sua mano appoggiata al poggiatesta strapparmi i capelli, mentre i nostri corpi si agitavano in cerca di risposte chiare a quell’attesa. Una lunga attesa fatta di silenzi e di risate, di sorrisi e di occhiate maliziose. Gli conficcai le unghie nelle schiena, aggrappata a lui come ad uno scoglio mentre ero in balia della tempesta. Avevo spiccato il salto, mi ero buttata a capo fitto tra le onde, ed ora quei sassi taglienti mi percuoteva senza compassione. Lui mi sussurrava all’orecchio frasi ingiuriose e cariche di immagini crude, senza lasciare all’immaginazione nulla che non fosse animalesco come l’istinto che ci spingeva sempre più in là, verso il confine del bene del male.

Fu una notte lunga a compenso della lunga attesa. Eravamo stremati quando ci guardammo in silenzio e ormai sazi. Non c’erano risposte, non c’erano domande. Lui mi aveva perdonato tutto, il passato, il presente e anche il futuro di quei giorni.


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--AfroditeAx 11:54, 6 mar 2010 (UTC)


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