Inside out
Da Storiealcubo.
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Questi pensieri mi assillano, mi paralizzano.
Immobile.
Solo pensieri, confusi e ossessivi. Pensieri che si rincorrono, sovrappongono immagini lontane, sfuocate, ed echi di passi. Non riesco a muovere neanche un muscolo, sono stanca e ho freddo, proprio come se non avessi più in corpo una singola goccia di sangue.
Odio sentirmi così! Sdraiata su questo letto, incapace persino di muovere un dito per scacciare questa maledetta mosca che continua a poggiarsi addosso, io, che sono sempre stata super attiva. Correvo, saltavo, pompavo a ritmo di musica, incitando gli altri a muoversi, godendo del piacere di sentire ogni muscolo del mio corpo risvegliarsi, tonico, il sudore scorrere lungo la pelle morbida, il mio viso pallido arrossarsi per il grande sforzo ed il calore inondarmi le guance. Lezione dopo lezione, GAG, PUMP, TOTAL BODY WORK OUT, un elenco di parole astruse per gli altri ed il mio chiarissimo controllato mondo di insegnante di fitness che certamente, adesso, mi aiuterebbe a non pensare; Invece, continuo a stare qui, immobile.
Incominciò tutto quel giorno in cui la mia perfetta vita prese una inaspettata direzione. Avevo tutto, tutto quello che avrei dovuto avere o che gli altri si aspettavano da me. Ero fidanzata con Don Vito da qualche tempo, un uomo non certo bello ma, a suo modo, interessante. Tanto timido quanto generoso. Mi aveva fatto innamorare dandomi tutto di se senza troppe pretese finché, un giorno, mi aveva chiesto di sposarlo. All’improvviso non sapevo più cosa provare e nei giorni successivi quella sensazione era cresciuta sempre più, diventando odiosa ed insopportabile.
Non capivo, mi ero sempre riconosciuta in una persona decisa, sapevo quello che volevo e anche come ottenerlo. Andavo dritta in contro ad ogni situazione. Avevo il controllo. Ma quella mia sicurezza adesso era crollata, svanita. Com’era stato possibile?
Incominciai a cercare certezze nei posti più improbabili e con le persone più improbabili. Frequentavo bar e taverne poco raccomandabili, come quella giù al porto, la Taverna rossa. Complice la notte, vi entravo e osservavo uomini soli seduti e persi nei loro bicchieri così come sembravano persi nelle loro vite. L’aspetto fisico non era importante, ma le loro vite erano diverse, diverse dalla mia, e quello mi bastava. Una scarica di adrenalina attraversava il mio corpo e mi sentivo di nuovo viva. Avevo bisogno, smaniavo di sentirmi desiderata. Un gioco di sguardi, di parole, riconoscersi e appartenersi per una sola notte. Ognuno di loro, invece, si faceva affascinare dal mio aspetto fisico. I lunghi capelli mossi, gli occhi verdi ed un fisico atletico. Il gioco funzionava bene, bastava stupirli andando ad invadere il loro spazio in un modo così inatteso da non dargli il tempo di pensare. Li vedevo arrossire e cercare di essere brillanti bevendo un bicchiere dopo l’altro… e da lì al letto il passo era breve. Un gioco di corpi, avidi ed affamati, ad afferrarsi, toccarsi ed annusarsi come animali. Ma il giorno dopo: i pensieri, confusi ed ossessivi, da non riuscire a muovere neanche un muscolo per la vergogna. Di giorno, impallidivo agli sguardi molesti degli sconosciuti, alle battute sconce e sessiste degli uomini che incontravo e che esibivano i loro muscoli in palestra, guardando la loro immagine riflessa negli specchi, ma, di notte, continuavo il mio gioco sempre più tragicamente consapevole di quanto tutto ciò scavasse un’incredibile vuoto dentro di me e solcasse la distanza che mi separava sempre di più dalla realtà.
Non ero la sola a giocare, vedevo intorno a me altre donne, belle, dalle misure abbondanti con uomini sciatti. Una di quelle donne l’avevo vista spesso, era Gianna detta la giunonica Gianna. Così diversa da me. Abbondante, prorompente, dura ma “generosa” al tempo stesso. Qualche volta mi ero persa ad immaginarla in un candido vestito bianco da sposa, lineare e accollato, con i suoi capelli neri e ricci raccolti elegantemente sulla nuca e nessuna forma in esposizione. Pronta ad una vita normale, fedelissima, una vera santa con la gonna. Figuriamoci, impossibile, la protagonista di Una storia non scritta.
Gianna era una vera creatura della notte, ma forse lei avrebbe avuto il coraggio e la determinazione di mantenere la sua identità anche alla luce, del giorno.
Il giorno delle nozze era arrivato. Nel mio vestito bianco sotto la luce abbagliante del mattino mi sentivo nuda, le mie verità nascoste dovevano essere lampanti, evidenti a tutti, sentivo le gambe tremare ad ogni passo. Quando Vito sollevò il velo, e mi girai per posare per la nostra prima foto nuziale, la verità mi raggiunse come un coltello affilato nella carne viva, il fotografo, Luca, il mio ultimo uomo, il mio ultimo gioco…
Freddo, questi pensieri mi assillano e mi paralizzano. Il mio corpo nudo su questo lettino senza avere neanche la forza alzare un dito per togliere via questo ridicolo di cartellino che dondola appeso all’alluce del piede con su scritto Silvia ed accanto me la giunonica Gianna. Adesso non siamo più tanto diverse.
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--Vermelha 07:55, 9 set 2011 (UTC)

