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Kaidan Story

Da Storiealcubo.

Attenzione: Questo racconto è pensato come un documentario neorealista sul giappone medievale, didascalisco ed essenziale, una rapida carrellata di immagini che portano il lettore a farsi un'idea personale della vicenda ...



La pagina si tinge dell’inchiostro lasciato con movimenti precisi e delicati dal pennello di Ise. Il braccio esile si flette come un nastro di seta, fendendo l’aria che la circonda. L’odore intenso della china le riempie le narici, ma il suo viso è una maschera d’alabastro calata nell’armonia della calligrafia kanji. Da bambina suo padre le porgeva gli auguri di buon compleanno tracciando sulla fronte dei segni caldi e lisci, poi lei correva a specchiarsi nel laghetto del giardino, e si incantava a contemplare l’ideogramma porpora sulla pelle candida. Nessuno l’aveva più fatta sentire cosi inebriata dal suo tocco. Una corrente d’aria fredda si insinua tra le pieghe del kimono, che lascia intravedere la schiena candida, e la fa tremare, mentre la mano si allontana dal foglio appena in tempo. Il suo lavoro è terminato. Resta cosi, china sul foglio ancora un po’ a contemplare la sua opera e la sigla posta in basso. Koken, il suo nome da Geisha. La vita nella città dei fiori scorre lenta, scandita dai rituali della sua nuova esistenza. Ise Takei non esiste più, svanita sotto il biancore irreale della maschera che ha indossato. Il suo segreto è salvo. La domestica accorre al suono del suo campanello. È l’ora della vestizione: una fragile donna che si trasforma in una dea. Le mani della donna la sfiorano appena, ma Ise ha imparato a fingere, e si lascia accarezzare tenendo per se gli oscuri pensieri che l’hanno spinta nell’okiya, sfuggendo la vita reale. Gli uomini regrediscono ad uno stadio infantile al suo cospetto, soggiogati dallo squittire della sua risata, cadenzata al punto giusto, per consentire al kimono di sobbalzare sul corpo minuto, e lasciare intravedere la pelle incipriata della schiena. Li stordisce con il gioco sapiente del mostrare e del negare, ebbri del desiderio provato, e appagati dalla sua presenza, altera e irraggiungibile. Perché Koken è il frutto proibito, la leggenda di un mizuage segreto e, si vocifera tra i suoi nemici, mai consumato. Dimostra più dei suoi diciotto anni quando si muove sicura sugli okobo, fermando l’aria intorno, satura della carica elettrica sprigionata dai suoi sguardi mirati. Invidia e ammirazione sono sentimenti ingrati per una creatura evanescente come lei, relegata nella prigione dorata del mito. L’amore non esiste nella vita di una geisha, la seduzione è un’arte che va amministrata con maestria e parsimonia, al pari della musica, uno strumento per irretire e appagare il bisogno di compassione di uomini ignari del tranello. Li osserva mentre, sorseggiando il sakè, arrossiscono. Ne prova un sentimento misto di pietà e compassione, per loro e per se stessa, che ha chiuso il cuore nella prigione della sua condizione di professionista dell’inganno. Perché Koken incanta gli uomini per non amare le donne. La scelta era stata semplice quanto dolorosa, nel costatare il turbamento suscitato dalle sue compagne al bagno. L’acqua del fiume le accarezzava e le rendeva lucide sotto il sole estivo e la giovane Ise avrebbe voluto sciogliersi all’istante per sentire la morbidezza di quei corpi nudi. Il bruciante desiderio le avvampava il viso mentre le altre la schernivano per quel corpo ossuto. L’unico modo per sottrarsi all’ingrato compito di compiacere un uomo carnalmente era diventarne la musa, puro spirito, una geisha. Certo avrebbe potuto avere un danna in futuro, ma questo era un problema al quale avrebbe pensato più in là. Adesso si limitava a raccogliere i frutti del suo successo. Koken la più desiderata geisha della città di Edo. L’acqua del fiume scorre lenta luccicando sotto il sole di maggio, i ciliegi sono in fiore e una pioggia di petali rosa è portatrice di cambiamento. L’okiya è scosso dal tumulto di passi agitati, su e giù per le scale, e dagli strilli delle maiko. Oramai la notizia è confermata. Il mizuage di Koken è stato superato. Una cifra ben più cospicua è stata pagata per la giovane Miho Ki. Ise ripensa a quel giorno, e agli occhi di quel pittore che si erano incantati a guardare la sua pelle bianca. Il giovane Hishikawa Moronobu l’aveva osservata a lungo nelle sale da té, senza mai rivolgerle la parola. La guardava come si guarderebbe un oggetto prezioso, la studiava come un’opera d’arte unica e inestimabile, la contemplava. Aveva pagato il suo mizuage una cifra impensabile per un giovane pittore, solo per poterla avere per sé una notte intera. Ise era piegata al suo destino. Avrebbe compiaciuto un uomo per qualche ora e poi sarebbe stata libera di rifiutarli tutti. Era un rito da compiere e almeno, pensava, Morunobu era un ragazzo gentile. «Per te è un gioco». «Un gioco Morunobu san?», chiese Ise, sorpresa dalle parole di Hishikawa. «Ho visto come guardi gli uomini che ti stanno intorno. Sono pedine di un gioco.» «Voi vi prendete gioco di me Morunobu san », disse fingendo di arrossire e coprendo il viso con la mano. «Non fingere con me, Ise. Io sono abituato dalla mia arte ad indagare l’animo umano, a scorgere la verità sotto l’apparenza delle cose. Non un tremito ha mai scosso le pieghe della tuo kimono, non un rossore a colorito le tue guance candide. Non per un uomo». Ise pensò a quella volta che la tazza le era scivolata di mano, quando la sua giovane minarai, l’aveva accompagnata durante un banchetto. «Il mio destino è già stato scritto, Morunobu san. Una geisha sa controllare le proprie emozioni. Assolverò al mio compito anche questa notte». «No Ise, non ti possederò con il corpo. Non violerò il tuo segreto. Ti farò mia per sempre, se me lo concederai, ma con la mia arte. Permettimi di fondere il segno del mio tocco alla tua pelle candida. Serberai il ricordo di me con tenerezza invece che con disprezzo». Ise era esterrefatta. Lo guardava incredula: un tatuaggio. «Morunobu san, ne sarei onorata», disse Ise mentre una lacrima calda le rigava il viso. «Sentirai un po’ di dolore». Ise annui in segno di approvazione. Era un prezzo accettabile per il suo segreto. «Da oggi la tua vita cambierà, mia dolce Ise. Dopo questa notte la città sarà ai tuoi piedi, nulla ti sarà negato. La fenice sarà il simbolo della tua rinascita». E cosi era stato. Tutto si era avverato, fino al momento in cui Miho Ki aveva fatto il suo ingresso trionfale nella città di Edo, indossando le nuove vesti di Nanako. Il suo mondo cristallino stava per sgretolarsi sotto il peso dei passi leggeri della nuova geisha di Edo. «Si dice abbia gli occhi color del fiume. È un presagio di sventura.», disse la vecchia madre entrando nella camera di Koken. «Sciocche superstizioni, ne ho viste altre come lei sorgere e bruciare come fuochi di paglia secca». La Madre annui, compenetrata nel suo presentimento di rovina. «Ora è tardi, devi andare. Alla sala da tè ti aspettano. Ci sarà anche lei, sta attenta figlia mia». Ise, vestiti gli abiti di Koken, si avvia a passo sicuro verso l’ignoto destino che l’attende. Durante il tragitto la sua mente è concentrata sulla presenza della nuova geisha, cerca di prevederne le mosse, di elaborare una strategia per fronteggiare i pericoli legati alla sua presenza. Sicuramente sfoggerà un kimono preziosissimo, essendo il suo primo ingresso nell’ochaya - pensava. Cercherà di mettermi in ridicolo nella conversazione? O suonerà lo shamisen con inaudita dolcezza tanto da oscurarmi nell’arte della danza? E se non fosse mia nemica? Mentre questi pensieri ronzano vorticosamente nella sua mente, dalla porta dell’ochaya giunge il vociare confuso dei clienti e Koken si prepara al più trionfale dei suoi ingressi. Sono tutti arrivati e Nanako siede proprio di fronte a lei. È vero i suoi occhi hanno il colore del fiume, e le sue labbra la dolcezza dei fiori di ciliegio appena sbocciati. Ecco, si alza per danzare. Tutto il suo corpo sembra un fiore di ciliegio sul punto di sfiorire al culmine della sua bellezza, ha un non so che di etereo ed effimero, non sembra appartenere al mondo della terra ma a quello degli spiriti, fatta della stessa sostanza dei sogni. Koken la guarda incantata sotto la sua maschera bianca di biacca, cercando di non lasciare trasparire l’emozione. Ora è il suo turno. Suona un flauto di bambù, lo shakuhachi, con incredibile dolcezza. I clienti dell’ochaya sono estasiati. Erano anni che non si teneva un simile duello tra geishe. Koken e Nanako si scambiano sguardi sempre più complici, non c’è rivalità nella nuova arrivata ma voglia di piacere. Un’immensa carica seduttiva che stordisce tutti i presenti, senza distinzioni. Nanako è puro fascino. Un’arma senza controllo. Koken l’asseconda in questo gioco delle parti, in segno di benvenuto, e vicendevolmente si scambiano l’attenzione dei presenti. La serata si è chiusa con una nuova consapevolezza.

Nella sua stanza Ise ricalca le scene appena vissute. Il cuore le batte all’impazzata al suono dei passi di Nanako. Non è lei che deve temere, ma se stessa. Il desiderio di rivederla è insieme la paura delle certezza di saperla accanto. Sono geishe destinate a calcare fianco a fianco lo stesso palcoscenico. I giorni si susseguono portando sempre più scompiglio nel cuore di Ise, e calda eccitazione in quello di Nanako. Lei è attratta dal mito di Koken, dalla finzione della maschera, dall’alterigia della dea. Ise è fragile e impaurita di fronte all’irriverente ostinazione di quella ragazzina impetuosa e spudorata. Nanako non si pone limiti e barriere. Koken si è rifugiata nella città dei fiori per sfuggire al mondo degli uomini, Nanako per godere dei supremi vertici della bellezza femminile. La primavera ha sciolto le nevi dell’esitazione e una mattina la dea Koken riceve un biglietto - Ti aspetto all’onsen, Nanako. Ise si prepara a quell’incontro, da tempo desiderato e temuto. Sa di non avere la forza di tirarsi indietro. Le tornano in mente i giochi di bambina e i primi candidi turbamenti. Le terme, l’inizio e la fine dei suoi tormenti, e sorride pensando a come il destino spesso si colori di una sgargiante ironia. Nanako la aspetta, avvolta dai vapori esalati dall’acqua calda della vasca. Si guardano svestite del mito e dell’inganno. Gli occhi di Nanako riflettono l’acqua cristallina e il riflesso d’ebano dello sguardo di Ise, mentre tenere onde mosse dai corpi agitati le accarezzano. Il mistero è svelato. La felicità è un petalo strappato da un fiore scosso dal vento, si libra per pochi istanti su un alito di brezza e poi marcisce per sempre sulla terra umida. Gli occhi di un servo le hanno spiate, e la notizia corre veloce fino all’okiya di Koken e rimbalza per la città di Edo. «Chi osa, chi la ha vista?», la Madre è furiosa per l’accusa infamante gettata sulla più pagata delle sue geishe. «Uno sguattero alle terme Okosan», la vecchia lavandaia è rossa dalla vergogna. «Cane di un servo, come fa ad essere certo che fosse Koken?» «Ha visto la fenice sulla sua schiena, Okosan» È lo scandalo. Nessuna sala da tè le vorrà più. La loro sorte è segnata. Sono giorni di silenzio e di incertezza. Koken è relegata nella sua stanza dell’okiya, senza poter comunicare con il mondo esterno. Mille pensieri affollano la sua mente delirante. La voce calda di Nanako è soppiantata dalle urla delle maiko e dallo stridere delle porte chiuse al suo passaggio. Nessuno osa rivolgerle la parola. È stata messa al bando, e ora si attende solo il giudizio della madre. Non dorme da giorni e le ciotole di riso si accumulano accanto alla sua porta chiusa. Quando all’improvviso la porta si apre. «Madre, perdonatemi!» «Koken sei stata per me come una vera figlia, e da tempo hai ripagato il tuo debito con l’okiya. Non ho nulla da perdonare», la voce della Okosan è rotta da una tristezza antica. Sa di essere messaggera di dolore. «Che volete dire Madre?» «Sei libera Koken, lascerai questa casa che hai disonorato oggi stesso, e potrai fare della tua vita quello che vuoi» Ise ha la voce rotta dai singhiozzi ma trova la forza di parlare. «E Nanako? Cosa ne è stato di lei?» «Lei non ha avuto la tua fortuna Koken, non ha il tuo potere, lei non può decidere» «Che intendete, parlate vi scongiuro». I suoi occhi d’ebano sono accessi dalla disperazione d’un riflesso purpureo. La madre tira un sospiro di amarezza. «Nanako è stata portata in un bordello, e li continuerà a pagare il debito che l’okiya ha contratto per farla studiare da geisha». L’urlo straziato di Koken ha rotto il silenzio dell’okiya, paralizzato dallo scandalo. «Dove, ditemi dove, vi prego!» Gli occhi della Madre ora sono severi e impenetrabili. «Hai tempo fino al tramonto per andare via. Addio mia sventurata Ise». Koken è morta, ricordarla è oltraggioso. Il suo nome non verrà più pronunciato in pubblico. Ise è di nuovo sola con il suo dolore. Ha i capelli in disordine, il viso arrossato dal pianto e un abito misero da indossare. I suoi splendidi kimono appartengono all’okiya, e a un passato che non la riguarda più. Varca la soglia di casa col solo pensiero di cercare Nanako e il triste presentimento di non poter far nulla. Vaga per ore tra i vicoli del quartiere a luci rosse di Edo, senza riuscire ad averne notizia. Gli occhi della gente si posano su quella figura errabonda senza riconoscerla. Ovunque sono cumuli di immondizia e case logore, niente a che vedere con la sontuosa regalità della città dei fiori. Qualcuno la chiama con voce sguaiata, invitandola ad entrare in un vicolo buio, poi una porta si apre su una locanda e il suo sguardo si posa su alcune prostitute sedute ad un tavolo con dei clienti. Indossano kimono logori e portano l’obi annodato in modo frettoloso sotto la pancia, pronte a sciogliere il nodo per il primo disposto a pagare. Sono ubriache e dimostrano molti più anni di quelli che dovrebbero avere a giudicare dalle voci stridule. Ise è sopraffatta dal dolore è vaga delirando fino alla sponda del fiume. La luna piena splende tra gli alberi di ciliegio. Il vento della sera stacca un piccolo fiore che lento si deposita sul velo d’acqua, galleggia per qualche secondo per poi affondare nell’acqua scura. Koken sa che il suo destino è seguire quel fragile fiore nel suo viaggio in fondo all’abisso. L’acqua fredda del fiume la avvolge con benevola compassione e il corpo leggero è trasportato dalle corrente e agitato in una danza macabra verso il nulla. Un’ultima danza solitaria al ritmo incalzante delle onde. Lì in fondo è buio e freddo, ma non sente più il corpo punto da mille spilli. Le anime degli antenati la chiamano verso la luce, ma lo sguardo di Ise è distratto dal rigoglio delle acque, colorate del riflesso degli occhi di Nanako. La sua anima immortale è scossa dal dolore e incapace di separarsi dal pensiero di quel fiore di ciliegio avvolto dalle onde e trascinato dai flutti. Il suo destino è vagare per sempre sulle sponde del fiume, uno yuurei senza pace immerso per l’eternità nella sua folle ricerca della bella Nanako.

Nelle notti di luna piena c’è chi giura di aver sentito una voce dolcissima e infinitamente triste provenire dall’acqua scura, tra i gorghi e le correnti del fiume. «u-ra-me-shi-ya», un canto ammaliante che invita a sporgersi per ascoltare meglio. «u-ra-me-shi-ya», il lamento funebre di una donna bellissima che sorge dalle acque e invita i malcapitati a seguirla tra le onde alla ricerca di un fiore di ciliegio.

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--AfroditeAx 09:58, 2 feb 2010 (UTC)


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