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L'UOMO DI SCARTO

Da Storiealcubo.


Quando mi ha sorriso ho perso la speranza. Non subito. Ma quasi. Riconoscevo quegli occhi, li avevo già visti troppe volte addosso a facce identiche alla sua. Persino le sue labbra piegate all’insù mi erano familiari. E il tono della voce, quasi incrinato dalla spasmodica ricerca di una personalità che, alla resa dei conti, poteva dirsi originale come l’annuncio di un’offerta speciale ripetuto dagli altoparlanti del supermercato. Ecco, proprio quella era l’unica cosa che le mancava. Un’etichetta con il codice a barre stampata sulla fronte: in alto il prezzo e, subito sotto, le istruzioni per l’uso del corpo. Un corpo talmente abituato a piegare le sue emozioni alla convenienza del momento da conservare ben poco di umano.

Volevo esser folle anch’io, scendere in piazza e cercare il mio Dio. Cercarlo nelle facce della gente o riflesso nelle vetrate dei palazzi. Nei centri commerciali.

Tutto aveva il senso di un futuro retrò, come quello disegnato sulle prime strisce di Superman con i giganti di ferro a volare sui cieli di Berlino.

Questo, il pensiero di un uomo che avrebbe disegnato la propria vita come in una di quelle tavole. Ora, c’è solo lo spazio per una nuvola vuota.

Le sirene non intonano più il canto d’Ulisse, le sirene inneggiano al grido di: «Morte!», con l’impeto di odio nei polmoni che spinge il fumo nero fuori dai sigari a torre.

In processione, tutti, verso lo stomaco mangiapreti, così li chiamavamo, per creare ironia con il destino. Per ricordarci che eravamo diversi, che eravamo parte di un gioco su una scacchiera ma senza pedoni, senza le armi. Senza voci. Tutti i ricordi in fumo, tutti. Neanche un nome lasciato alla memoria del tempo, neanche stralci di DNA crioconservati. Solo codici a barre stampati sulla fronte. Siamo cavie, siamo reietti, siamo incubi che muoiono ogni notte. Siamo… ora non lo so più, i nostri corpi restano piegati, siamo ossa senza carne.

Ogni tanto incrocio il suo sguardo, quello di mia moglie. L’ultima volta l’ho vista quando ci hanno separato, un ultimo Ti amo recitato l’uno negli occhi dell’altra. Neanche la forza di condividere un labiale nella speranza di raccontarci ancora, di viverci ancora. Ma tra di noi si levò un valzer di sofferenza sul silenzio dei mitra puntati.

Ognuno conquistò il suo numero per l’estrazione quindicinale verso la libertà, si poteva scegliere tra quella dell’anima e quella dell’aria, ma cieco e gambizzato.

Era un gioco a perdere, era l’ultima follia di un’insana normalità, quella di un piccolo gruppo di uomini che vestiti a nero e con croci uncinate volevano riproporre al mondo intero l’esattezza di teorie dimenticate dalla storia, dai media. Quei pochi filosofi che avevano professato tali idee erano scomparsi dalle biblioteche, dai testi elettronici, dalle Babeli informatizzate. Erano il rimando di leggende tramandate di padre in figlio, talmente assurde da esser considerate oramai delle favole nere. Ma come nelle migliori famiglie ogni cinquecento anni si ripropone l’anticristo di turno che inneggia all’autoconservazione della specie, una stirpe di coglioni che puntano sull’ego-centralinismo la soluzione alle proprie devianze interiori. «Dio aveva affidato la missione di civilizzare il mondo e di dare origine a una nuova, forte, pura, civiltà occidentale», dicevano, i folli.

Nell’aria si diffonde, sempre intorno al calar del sole, un odore di morte. È il crepuscolo della follia. Persino la luna vorrebbe voltar le spalle e divenire luna a lutto in eclisse perenne. Nel silenzio di questa sera raggiungo a mani nude le stelle che in Braille mi parlano evocando le storie di romanzi letti, memorizzati in calce nella mia testa. I piedi intanto battono tocchi ritmati sulle travi dei letti accompagnando una canzone senza testo. Mi lascio andare a un finto riposo, non si dorme mai, qui. Si resta in dormiveglia per ricordarsi di essere vivi, di sentire il cuore pompare quel poco sangue che si autoricicla. Sono sicuro che tutto ciò avrà fine, che tutto ciò rimarrà come un discorso in mia difesa contro ogni memoria imbrattata, scevra da ogni falsa ideologia.

Quest’ossessione di purezza ridondava nelle teste come una musica wagneriana. Era il mio turno e in coda ad altri consanguinei percorrevo la linea di recinzione a Nord. Il cielo terso rifletteva un controsenso di religiosa accettazione. Non ho un Dio che mi accompagni in questo momento, che mi sorregga la coscienza pulita, ho in mente solo il suo volto: «Ich liebe dich, amore mio».

[Da “Le memorie di un austriaco, ma con cuore tedesco”]


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--Syt 15:47, 30 ott 2011 (UTC)


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