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LA CATTEDRALE DELL'AMORE

Da Storiealcubo.


1.

Una coda di maiale congelata, un Impulse Body Spray, due mele, 402 sassi, un corno di bue, un coltello non affilato. Tutto era sul tavolo freddo ed esanime della sala operatoria. Mike Zizzi aveva appena finito il suo turno. Era l’addetto pulizie al level -2. Lui usava lo sguardo per disinfettare gli strumenti sanitari, nessun altro era in grado di farlo. Era un istrionico essere dal camice verde. Era un insetto notturno che viveva nelle fredde stanze di un ospedale.

La targhetta appuntata sul camice riportava il nome Mikele. Sotto, a penna, e più volte rimarcato: Gelsomino.

Era impegnato nella merenda notturna, mentre sorseggiava del buon tè dal corno di bue cavo. L’insalata era condita con aceto balsamico, in mezzo vi erano anche foglie di songino così finemente tagliuzzate da rimanere tra i denti senza causare alcun trauma o carie. La mandibola scolpita era attrezzata con forti ganasce metalliche. L’arcata superiore era composta da denti in oro e piombature miste, porcellanate su monconi a fare da perno nell’osso. Con quei denti poteva permettersi le migliori fiorentine, ma il suo passatempo preferito era ispezionare l’incappucciata, foglia dopo foglia, per eliminare ogni visibile residuo di terra. I denti erano solo un perfetto abbellimento a un sorriso enfatizzato.

Teneva la verdura su uno scaffale metallico riposto nell’angolo accanto all’estintore della sala operatoria.

L’ospedale era meta tradizionale di chi era affetto da un mal di cuore. Era una questione di piacere in sé, con tutte le conseguenze di dolore cui ne era sottoposto chi ne fosse affetto. Era l’ospedale dell’Amore, e i suoi maghi-dottore erano rinchiusi nei loro laboratori a prendersi cura dei pazienti. “Un amore disordinato, di moderno diletto”, era l’assioma riportato in tutte le bacheche dei vari corridori dell’ospedale. Quando si era assunti, era obbligatorio prestare giuramento in stile ippocratico sull’amore così concepito. Anche Mike quando si trovò per la prima volta dinanzi al Mega Direttore Generale, recitò: «Giuro su Apollo dottore, su Vanaclepio netturbino e sui pulitori tutti e tutte le pulitrici, chiamandoli a miei testimoni, di portare a termine questo giuramento e questo patto scritto, di dissipare quant’è viziato o men che buono, sicché l’aloe purifica il sangue, i venti purificano l’anima, il fuoco deterge il cuore, le medicine il corpo. L’amore, che a nulla intenzione di passare provocherà dolore, il regime (diaitéma) utilizzerò per aiutare i pazienti secondo le mie possibilità e il mio criterio, ma mi asterrò dal riportare danno e ingiustizia. Amor di diletto, sovviene in cuor suo quando non riporta alcun male, disordinato, ma libero da ingiustizie volontarie». «Mikele Zizzi, - disse il Mega Direttore - da questo momento Lei è membro ufficiale del nostro Ospedale. Congratulazioni». Quel giorno il direttore andò via lasciando a Mike, impresso nella sua memoria, un sorriso mega quanto la sua rappresentanza.

2.

Mike non si allontanava mai di casa, viveva nel suo ospedale, portava le gioie e dolori della camera mortuaria. «Alcuni hanno un sorriso stampato tale da mettere allegria, altri invece muoiono tristi. La bocca serrata. Le mani irrigidite, intente a soffocare la morte per avere un altro po’ di ossigeno e non dipartire in solitudine, o implorando l’ultimo cheeseburger con cetriolini e sottaceti, o l’ultimo amplesso, amico dell’infarto che l’ha recluso definitivamente qui». Questo Mike se lo ripeteva puntualmente, forse perché convivente di se stesso nella cambusa del potere, la sua pancia di balena, che l’avrebbe condotto, in balia delle onde, verso la terra madre, l’Antartide. Non poteva vivere lontano dal freddo. Il suo cuore pompava sangue a -3 gradi. Tutta la sua vita era stata sempre accompagnata da un valore in negativo. Persino gli anni per lui passavano in un conto alla rovescia. Conosceva la data della sua morte. Avrebbe vissuto altri quarantasei anni. Stroncato da un malore improvviso. Gliel’aveva riferito una strega, di quelle che ti leggono le carte per strada. Ma la sua di strega l’aveva incontrata in ospedale, al level -1, davanti all’ascensore per l’inferno. Lui doveva scendere al piano inferiore, mentre lei al level -n, indefinito. «Mi attende l’onniscienza», disse.

«Non sono mai uscito da questa cattedrale devota al freddo».

Tutti solitamente cercano il caldo dei paesi tropicali, Mike invece si addormentava persino nella cella frigorifera, solo nel gelo ritrovava la sua pace. Il gelo conserva tutto, anche i pensieri e senza carta stagnola. Lo faceva per proteggerli dal mondo esterno, per lasciarli intatti ed eterni. «Al di fuori tutto è sottoposto all’usura del tempo, al caldo. Tutto trasmuta e trasuda il tempo che passa. Fuori non c’è nessun santuario, solo questa è la cattedrale dell’Amore. Il mio ospedale. Ed io ci vivo da sempre».

Quando era l’ora di andare via Mike faceva finta di prepararsi, s’infilava il giaccone e senza neanche salutare sgattaiolava per le scale antincendio. La sua fuga era preceduta dalla fioca luce delle lampade poste sopra le uscite di emergenza a ogni livello. Iniziava il suo viaggio verso il centro della terra, nel cuore della sua cattedrale. Lì negli abissi si celava la sua cripta, un piccolissimo ripostiglio alle spalle della cella frigorifera dell’obitorio.

Non ci entrava mai nessuno in quel ripostiglio per il semplice motivo che era risaputo non vi fosse al suo interno nulla, se non la presenza di tubazioni che portavano aria fredda alla cella frigorifera. Per fortuna il motore dell’impianto di raffreddamento era posto lungo il corridoio in un telaio Etsi ribassato di un metro e mezzo circa. Quando i manutentori operavano i controlli periodici, si soffermavano sempre e solo sul motore, che funzionasse e pompasse freddo glaciale all’interno della cella, senza accedere mai al ripostiglio per visionare le tubazioni. Erano d’alluminio nikelizzato, ottimo per supportare le basse temperature.

Nessuno inoltre osava fermarsi in corridoio per più di dieci secondi dato il rumore assordante delle turbine. Per dormire, infatti, Mike si procurava dei tappi di cera, che gli riducevano di un buon 70% la litania assordante. Oramai era talmente abituato che si addormentava senza alcun fastidio.

In pratica Mike viveva in un piccolo Eden di ghiaccio, meglio assistito di un igloo. Nessuno poteva rompergli i coglioni. La porta era chiusa da un catenaccio, di cui solo lui possedeva le chiavi. Per entrare avrebbero dovuto utilizzare una tronchese, ma nessuno sapeva o poteva immaginare cosa si celasse al suo interno.

La prima volta che Mike irruppe nell’antro buio, lo fece con un semplice sforzo mandibolare, stringendo il collo curvo di una maglia della vecchia catena arrugginita, messa lì per indicare uno state lontani da qui, o voi che entrate. Da allora quel ripostiglio aveva subìto migliorie essenziali. La stanza ora si presentava con un letto, che occupava un terzo dello spazio, tenuto sempre in ordine. Non amava lasciare nulla fuori posto. Una sedia faceva da appendiabiti e da comodino. Non vi erano finestre ma Gelsomino ne aveva disegnata una sul muro, semichiusa come anche le persiane esterne. Dipinse persino le pareti blu come il cielo. «L’aria che voglio respirare - affermava - è quella di un ambiente tranquillo, che deve suggerire un riposo meritato». Accanto alla porta c’era uno scaffale metallico con quattro ripiani. Sopra i primi due vi erano riposti e piegati con una cura chirurgica tutti i vestiti, sulla sinistra stagione estiva, sulla destra stagione invernale. Sul terzo c’erano libri e riviste recuperati da pazienti smemorati o deceduti. Sull’ultimo invece tutti oggetti per la cura della persona, specchio, catino e pappagallo in plastica bianca. Nell’angolo opposto al letto, infine, vi era un tre scalini con sopra poggiato una vecchia TV in bianco e nero con sei canali che si sintonizzavano manualmente mediante dei potenziometri posti accanto all’antenna. «La mia compagna è proprio la tele, mi mette in un comodo contatto col mondo». Erano quasi otto anni che Mike non metteva piede fuori da quelle mura.

«Sicuramente all’esterno l’aria sarà cambiata, sarà più irrespirabile, smog che mangia ossigeno e cielo, e fin quando il sole è lì fermo al suo posto nessuno si lamenterà. Quindi, o sole mio, se mi ascolti, per favore spegniti. Tanto io sono al riparo qua sotto, come in un bunker anti-apocalisse. Le scorte alimentari sono a portata di mano, e anche se dovessi dividerle con qualche ratto, mi basterebbero per un anno intero, se non di più. Volendo anche farla finita, nessun problema, ho accesso alla farmacia».

Mike aveva tremila cose da fare, ma si ricordava sempre e solo di quelle più importanti.

«Non ho mai tempo per niente», diceva. Sempre indaffarato a pulire e sgrassare i piani inferiori, a renderli brillanti come le protesi in porcellana dei mezzibusti RAI.

Mike era contento di tutto, della sua vita, della sua cripta, certo gli mancava una donna che potesse accudirlo o semplicemente coccolarlo con un abbraccio materno.

Quando Mike decise di vivere laggiù, lo fece perché prese una decisione, e solo lui avrebbe potuto darsi dell’idiota, perché in tal caso l’avrebbe sempre deciso lui. Era un tipo con i piedi per terra, anzi sottoterra.

Era consapevole di tutto, era un non visionario che concretava le sue emozioni in tutto ciò che aveva costruito e che era intorno a lui.

3.

Mike non si sentiva solo, poteva fare sempre affidamento sul suo amico, il dottor Caniggia, così chiamato per via delle gambette curve da calciatore, lascito di un’adolescenza da terzino nei dilettanti. Dalla cinta in su era notevolmente in sovrappeso, di quelli che il camice bianco se lo infilano col calzascarpe e chiuso da bottoni che prima o poi sarebbero schizzati via come proiettili.

Il dottore mangiava solitamente in compagnia di Mike. Patate e zucchine ripiene, cannella, pistacchio e nocciola. Era il menu di quel martedì, o meglio, di ogni martedì. Dopo il pranzo Caniggia offriva sempre al suo Sancho un buon caffè alla macchinetta del -1, nell’atrio davanti agli ascensori. Mike prediligeva il caffè al ginseng, che dava di nocciola. Su di lui aveva un ottimo effetto lassativo.

Mike non aveva mai soldi con sé, lo stipendio gli era accumulato su un conto corrente, del quale a malapena si ricordava la banca di appartenenza. In otto anni aveva accumulato un gruzzolo niente male, ma era un anarchico nei confronti del dio denaro. Se ne fotteva altamente, diceva che gli sarebbe servito solo quando fosse andato in pensione, si sarebbe fatto costruire un bunker in Alaska, dove vivere gli ultimi anni della sua vita.

Prima di fare qualcosa, Mike doveva chiedere solo a se stesso se ne fosse capace.

Gli ingredienti primari li prendeva dalla cucina, le lenzuola invece dalla lavanderia. Rientravano ogni giovedì mediante un camioncino traghettato da un falso invalido con licenza di investire. Chi ne provò gli effetti fu un collega infermiere, travolto in fase di retromarcia dal portellone posteriore del mezzo che riportava la scritta: veloci e puliti. Tutto si era svolto sotto gli occhi inespressivi della guardia giurata Coletti, che riuscì a spostare il furgone con la sola forza di una mano, con l’altra teneva fermo l’autista che aveva invano tentato la fuga. L’infermiere ci mise poco ad arrivare al reparto ortopedia.

«Vedete cosa si rischia a vivere fuori? Io qui sono al sicuro. Sono nella mia dimensione amniotica. Nel mio antro l’atmosfera è familiare, la disposizione dei mobili, la solita, la finestra mi sorveglia, i libri mi guidano, la tele mi ammonisce dal guardare fuori, è l’oracolo eloquente. Il tutto è un equilibrio perfetto». Mike si sentiva anche lui un mago-dottore, e in quel piccolo laboratorio compiva i suoi riti per liberare le forze che erano in lui. Si sentiva il Mago dell’Amore. L’idea gli era venuta confortando il suo amico dottore dopo l’ennesima delusione, era stato appena lasciato dalla nuova fidanzata russa. «Mike, non so come fare, questa volta è dura, mi sono davvero innamorato. Io che provvedo alla cura degli altri, questa volta non riesco a curare me stesso». Mike leggeva una disperata richiesta di aiuto negli occhi del suo amico Caniggia, che iniziò ad aumentare brutalmente di peso, incurante delle conseguenze da alto tasso di colesterolo.

Mike decise di aiutarlo. Voleva curare l’amico. Voleva forgiare una soluzione come dardi da scoccare nelle sue pupille che inducessero a temperare la sua volontà al freddo fuoco di una cella frigorifera. Doveva trovare le parole giuste per sciogliere il cuore, per renderlo più forte delle pareti della sua camera. Dal brucia-profumi si emanava un’essenza d’arancio che si cristallizzava con l’aria gelida, producendo crepitii da far scricchiolare l’Io più profondo del Mago dell’Amore. La stanza era il cuore pulsante di questa cattedrale devota all’amore, era un vero e proprio centro ermetico che promanava brividi d’insolito piacere. Mike doveva occultamente curare il cuore dell’amico, il quale non si sarebbe mai sottoposto a divenire cavia di uno stregone non iscritto all’albo. Quello che voleva mettere in atto Mike era ciò che aveva carpito dalle conversazioni tra i dottori, ognuno con le proprie teorie e metodi d’applicazione. Il cuore costituiva un grosso introito per l’Ospedale, difatti ognuno ne era in qualche maniera afflitto in una delle sue miriadi di affezioni. Aveva anche sentito parlare di una malattia sacra, definita così da alcuni maghi-dottore che si erano spinti oltre l’ordinario della loro professione e confidavano nell’elemento divino la causa di tale morbo. Questi non erano ben visti dall’albo, giacché non avendo alcun rimedio che recasse giovamento ai malati, ponevano nelle mani di Dio la cura ipotetica. Per tale motivo ritennero questo male sacro.

Mike era convinto che Caniggia fosse affetto da questa malattia sacra. La delusione d’amore era uno dei mali del cuore incurabili, secondo lui, e da un punto di vista medico non se ne conoscevano le vere cause. Fu tramandata così una natura quasi divina del male, tanto che i metodi terapeutici diffusi consistevano in purificazioni e incantesimi. Mike ne trasse un’analisi grossolana per le sue conoscenze, ma sufficiente a mobilitare in lui una corsa alla ricerca di una cura efficace. Doveva riuscire a discernere un amore senza contatto, un matrimonio puramente psichico con se stessi. Il Mago dell’Amore doveva trasmutare l’amore terreno in qualcosa di elevato, lungi dalla comprensione di profani. Era un compito d’alta magia. Un percorso segnato da ricerca e dedizione. Le sue conoscenze erano legate ai soli bugiardini recuperati dalle scatole dei farmaci utilizzati nelle sale operatorie. Da questo momento in poi le sue ore extra-lavorative furono dedite allo stare in mezzo ad ampolle e odori da laboratorio. Sul pavimento ghiacciato dell’antro aveva riposto vasetti di ogni tipo e grandezza contenenti ogni genere di farmaco rinvenuto dall’armadietto nell’ufficio del primario, il dottor Galati. Ogni vasetto riportava il nome del principio attivo contenuto: Mepartricina, G01AA09, disponibile in Italia dal 1983; Cimetidina, A02BBA01, brevettata nel 1972; Paracetamolo, N02BE01, derivato del paraminofenolo con blanda attività antiprostaglandinica, che si esercita a livello del sistema nervoso centrale; Benzilpenicellina benzatinica, J01CE08, preparazione ritardo della penicillina G, disponibile in Italia dal 1950; […]

Ogni volta Mike testava su se stesso intrugli di farmaci che preparava in soluzioni neutre o acide, e in dosaggi sempre diversi, subendone tutti gli effetti collaterali come di prove effettuate su di un ratto o di un coniglio, nausea e vomito le principali.

Mike segnava su un taccuino i test che conduceva su se stesso: data, ora, effetti. Voleva riuscire a estraniare l’anima dal corpo, ma un’anima razionale, che avesse saputo rendere volatile ogni sentimento attaccato ad un peso terreno, e secondo lui proprio in questo passaggio c’era la soluzione ad ogni male d’amore, ad ogni stimolo terreno. Così concepita la malattia era realmente sacra.

Il Mago dell’Amore voleva compiere la sua opera più grande: rinunciare ai piaceri fugaci dell’amare umano, in quanto rappresentavano per lui solo un esile riflesso della comunione con un piano superiore, divino. Qui l’amore era al pari di quello di un dio senza carne e sangue.

4.

Passarono gli anni. L’ossessione di rendere l’amore oggettivo, aveva in Mike causato una vera e propria distorsione della realtà, era divenuta una ricerca della sua verità ideale. E da essere rinchiuso in uno sgabuzzino, finì per rinchiudersi anche in se stesso. Lui, ne era il mezzo, il suo corpo: un oggetto da adoperare nelle mani della casualità. Un corpo sfregiato, che portava i segni e le cicatrici di una morbosa attitudine all’auto-inflizione. Spesso delirava senza alcun motivo, ululava e gridava nel sonno, si sentiva soffocare, diveniva pallido e senza forze.

Nel frattempo Caniggia era guarito, aveva conosciuto un’altra donna, dalla quale ebbe anche un figlio. Mikele però non si arrese, e quasi non curante di ciò continuò determinato a trovare una cura alla malattia sacra.

Era riuscito persino a stilare una classificazione di cibi da evitare per chi fosse malato, tra i pesci: lo sgombro, la passera di mare, il pesce luna e il pesce gatto; tra le carni: il piccione, il maiale, il cane delle praterie e il lama andino; tra i vegetali: la cicoria, il peyote e l’aglio. L’uso di questi cibi, secondo lui, avrebbe offuscato l’influsso divino. Forse si cercava di soggiogare il potere divino con l’intelletto di un uomo? Nessuno l’ha mai saputo.

Mike si meravigliò di come da vegetariano si fosse spinto a mangiare carni rosse e bianche. Riteneva necessario quanto indispensabile entrare con gli elementi in contatto diretto e il cibo era per lui la miglior via di simbiosi. Il cibo lo vivi, lo assimili naturalmente senza grossi danni apparenti. Inoltre tutto si conservava per lunghissimi periodi grazie alle basse temperature come in un freezer.


Passarono altri quindici anni. Era sempre lì, più che mai irriconoscibile. La pesantezza del tempo si era impossessata del suo volto, gli occhi erano divenuti così piccoli e le palpebre pesanti che facevano fatica ad aprirsi al mondo, alle sue asperità. Il fisico ne era provato. Più il tempo passava e più si faceva strada in lui la convinzione che il corpo di un uomo non potesse essere contaminato da un dio, oppure che un dio fosse la reale causa del male chiedendone il sacrificio.

In realtà è proprio il Divino a santificarci, a ripulirci dai nostri errori, tanto che l’uomo consacra in suo nome luoghi, che solo chi è puro può valicare, e chi invece è macchiato varcandone la soglia ne è purificato, come in questa Cattedrale.

L’obiettivo di Mike era un amore impossibile da decifrare. Il suo era un corpo ormai logoro, che aveva tentato di impossessarsi di un segreto, quello divino, dell’Amore stesso, ma l’amore è l’amore, la malattia sacra non poteva essere identificata perché inesistente, o almeno inspiegabile perché non avente segreti. L’amore poteva essere solo accolto e donato, e se respinto, bisognava donarne di più. Alla fine questo male sembrò essere più forte dei farmaci assunti.


Mike visse per altri vent’anni. Si spense nell’isolamento della sua cripta, sotto l’occhio incurante di maghi-dottore e inservienti-apprendisti che non notarono mai la sua mancanza. Persino Caniggia non vedendo più il suo amico ipotizzò il famoso viaggio in Alaska com’era abituato sentirsi raccontare da lui. Nessuno superò mai quella porta al level -2. Quel nascondiglio rimase chiuso per anni e anni. Il gelo crioconservò il corpo di Mike.

5.

Martedì mattina, 18 aprile 2068. Iniziarono i lavori al settore nuovo. Dopo quattro giorni a circa 6,80 m sotto il livello della prima rampa di scale, e a egual misura rispetto alle sale rinvenute il mese prima di quello che rimaneva di una struttura risalente all’età déco post-moderna, si trovò l’accesso a un vano sottostante. Ci vollero settimane per ripulire il passaggio dai detriti calcarei. Man mano che si procedeva nei lavori si presentò davanti agli occhi degli archeologi una porta che bloccava l’entrata alla camera. Fu operato un foro che permise l’inserimento di alcuni nanoidi. Una volta all’interno i nanoidi liberarono una luce che rese visibile il contenuto della stanza. Il segnale video fu trasmesso al controller da polso di Hurrington. L’ologramma generato mostrava un ambiente mai violato, tutto sembrava intatto e al suo posto, come se il tempo si fosse fermato. Con i comandi remoti cambiarono la visuale dei nanoidi, subito si notò la presenza di colonne portanti che nonostante il tempo avevano retto il peso delle macerie sovrastanti, regalando questa scoperta misteriosa ed affascinante.

Fu rinvenuto anche un manoscritto. L’ultimo foglio riportava: «Bisogna guardarsi attorno, bisogna contare i propri respiri, ogni respiro ha un suo peso. Il senso di un’attenzione al particolare serve a migliorare le nostre vite. A creare l’armonia col mondo. Se tutti avessero coscienza di questo senso, il mondo di noi tutti sarebbe un mondo nuovo, meno freddo ed austero del mio».


Times, 11 settembre 2073: «Venne il giorno in cui una vecchia civiltà ritornò alla luce, venne il giorno in cui fu posata la pietra di una Chiesa Nuova, venne il giorno in cui fu piantato il seme di un Nuovo Vangelo».

Dalle macerie di un antico ospedale fu eretto quello che divenne il simbolo della cristianità moderna, una cattedrale intitolata all’Amore. A simbolo fu posto un candido fiore, il gelsomino. Le spoglie del suo fondatore furono conservate nel cuore delle fondamenta, in una cripta che guardava la rinascita del mondo da una finestra semichiusa.

Mikele Zizzi dimora ancora adesso a Losanna in Svizzera.


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--Syt 23:45, 21 ott 2011 (UTC)


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