La notte corre sui muri
Da Storiealcubo.
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- Anch’io ho una storia da raccontare.
Lui fuma e si guarda riflesso sullo specchio della taverna rossa. Parla da solo, ma non è grave, in quel luogo lo fanno tutti. Gli avventori appollaiati sul bancone preferiscono sempre parlare da soli, al limite ascoltarsi a vicenda se è il caso. Non c’è mai silenzio nella taverna rossa. Ognuno parla nella sua lingua, lasciandosi liberamente andare agli sproloqui del “in vino veritas”. Lui ha gli occhi pieni di fumo e si divide tra un generoso bicchiere di gin, ed un nero sigaro cubano. O almeno così gli ha detto il rumeno zoppo che gliel’ha offerto. Beve lunghi sorsi dal bicchiere, e poi aspira il sigaro senza respirare, quasi si annega nel fumo, pur di non sciupare neppure il più piccolo soffio di tabacco. Lo specchio è logoro ma riflette un uomo non vecchio e non giovane, con i capelli bagnati di pioggia e un vestito elegante che, evidentemente, non si cambia da molto tempo.
- Sapete? Il problema di questa città è la pioggia. Non è pensabile che in una città piova dieci mesi l’anno. E poi questo freddo! E’ insopportabile seppellirsi sotto tutti questi strati di vestiti, per poi sbucciarseli ogni volta di dosso negli ambienti chiusi. E non dimenticate mai di portare l’ombrello. Pioggia, sempre pioggia. Sarebbe meglio la neve, ma ormai è primavera in città. Quindi piove.
Lui sputa di disgusto sul pavimento della taverna e quasi becca un ubriaco sdraiato che dorme tra la polvere.
- Oggi è l’anniversario. Già, proprio oggi. Ed ogni anno lo festeggio venendo qui. Oggi sono passati esattamente dieci anni.
Un vecchio senegalese si avvicina e gli chiede di pagargli un bicchiere, così magari può ascoltare la sua storia. Cosa sta festeggiando? Lui sembra non aver sentito, sta guardando qualcosa che è dietro lo specchio del bancone, dietro anche la sua immagine riflessa nello specchio, qualcosa che riesce a vedere solo lui. E incomincia a raccontare la storia.
- Linda e Gianna
Torno qui perché qui incominciò tutto, nella taverna Rossa. A quei tempi c’era un vecchio pianoforte ed io venivo a suonarlo. Ci guadagnavo qualcosa. Il padrone mi dava due centesimi per ogni pezzo che suonavo. Capite? Mi pagava a numero di canzoni. Non era facile. Dovevo suonare più canzoni possibili oppure non guadagnavo quasi nulla. Mi ero abituato a suonare canzoni brevi, in modo da suonarne di più. Ma, considerando che i bis ed i pezzi richiesti non erano pagati, non riuscivo mai a racimolare più di quattro o cinque dollari a notte.
Ci vivevo.
Mi piaceva quel lavoro. Mi sentivo un po’ Sam di Casablanca. Avete presente? “Suonala ancora Sam”. A volte suonavo “as times goes by”, e poi urlavo ad alta voce: “Sam ringrazia”! Ma quei rifiuti umani non capivano e non si sognavano mai di lasciarmi un mancia. Per fortuna gli alcoolici per me erano gratis, ed almeno avevo la soddisfazione di finire ubriaco ogni notte. Ai tempi credevo che questo aiutasse la mia arte, avrebbe spalancato “le porte della conoscenza”! E con un po’ fortuna mi avrebbe permesso di finire “postumo” ancora più giovane di tutti quegli rockettari stronzi degli anni 70. Insomma, tutti quelli che erano schiattati presto ed erano diventati famosi. Bello, maledetto e morto…figo!!! Avrei registrato il disco della mia vita, la mia carriera di musicista sarebbe decollata, giusto prima della mia clamorosa fine!!
La realtà al momento però era un po’ diversa. L’unica cosa che avrei lasciato al mondo se fossi morto erano i miei numerosi debiti e qualche sigaro fumato a metà che conservavo per le grandi occasioni. Per dirla tutta, mica volevo davvero morire presto!! Eh no…proprio no! Io volevo diventare vecchio, decrepito, ultracentenario e pieno di soldi. Ma la cazzata del bello e maledetto la usavo per fare colpo sulle donne. Ci provavo, almeno. E ogni notte speravo di dormire in un letto che non fosse il mio. Suonavo, bevevo, chiacchieravo con tutti, ammiccavo alle avventrici nuove, e dedicavo pezzi jazz che nessuno conosceva a bionde tatuate, rosse guerce, camioniste con i baffi e fragili cameriere che con un pugno avrebbero steso uno scaricatore di porto. Ecco, non dico che andasse magnificamente, ma non me la passavo neanche così male. Facevo l’amore spesso e tutti mi volevano bene.
Poi una sera Linda e Gianna entrarono nel locale e la mia vita cambiò.
- La prima notte
Quella sera stavo bene. Gli psicologi lo chiamano “stato di grazia”. Capita quando sei così amabilmente distaccato dal mondo che riesci ad essere brillante di strafottenza e tutto ti riesce meglio. La musica: i miei soliti grevi e asettici virtuosismi sul piano scivolavano leggeri e ad un orecchio poco attento potevano pure sembrare di “buon gusto”, le mie battute agli avventori erano brillanti e tutti ridevano. Per la prima volta nella storia recuperai pure qualche mancia. ADDIRITTURA! Stavo proprio bene. Alla fine del concerto mi avvicinai spavaldo al tavolo di Linda e Gianna e senza essere invitato presi posto accanto loro e mi misi a raccontare di me. Linda era di statura minuta e fragile, capelli rossi, pelle chiara e grandi occhi azzurri circondati da un accenno di lentiggini. Sembrava taciturna e mi sorrideva complice. Mi ricordava casa mia, i calore di un camino mentre fuori nevica, il profumo di pane caldo. Guardarla mi faceva sentire al sicuro. Era una di quelle donne capaci di farti essere un uomo migliore, in pace con te stesso. Gianna…invece…eh…Gianna, la giunonica Gianna era tutta un’altra cosa. Con la sua quarta misura abbondante di seno strappava decine di commenti bisbigliati (e meno bisbigliati) alla gentaglia del locale. Portava i lunghi capelli ricci nerissimi sulle spalle, ed i suoi occhi neri rapaci mi scrutavano. Solo il guardarla mi turbava, risvegliava in me tutti i più ignobili e scabrosi pensieri. Forse mi faceva anche un po’ paura, ma mi affascinava. Era come guardare in faccia il lato oscuro delle cose. Sembrava infastidita dalle mie chiacchiere ma, a volte, quasi di nascosto mi sorrideva con i suoi denti bianchissimi. Mi piaceva come muoveva le mani. Una persona che muove le mani così deve per forza essere intelligente, deve avere le idee chiare su tutto.
Non ricordo bene cosa successe poi. Non interrompevano il mio monologo, sembravano divertite e si scambiavano sguardi di intesa. Io saltavo di palo in frasca, offrivo loro da bere (tanto mica lo pagavo l’alcool), parlavo di musica (come se ne capissi qualcosa), gettavo una barzelletta spinta verso Gianna, ed una frase poetica verso Linda, fumavo il sigaro con fare spavaldo verso Gianna e montavo i miei occhi da bravo ragazzo verso Linda, parlavo dei miei viaggi in autostop a Gianna e parlavo della mia famiglia a Linda….eh insomma, era un po’ una faticaccia…ma mi divertivo. La notte scivolava perfetta sui muri di quella lurida taverna, e neanche mi resi conto quando Don Carmelo ci cacciò dal locale in chiusura. Si era davvero fatto tardi.
Uscii con Gianna e Linda e facemmo una passeggiata costeggiando il fiume. Non pioveva più. La luna mi svegliò dal mio “stato di grazia”. E mi resi conto di essere stanco: il concerto, il vino, le chiacchiere, l’ora tarda. Smisi di parlare. E calò il silenzio. Camminammo così per un pò, senza dire una parola sotto la luna ed il cielo limpido.
Poi mi presero per mano, Gianna alla mia destra e Linda alla mia sinistra, ed in silenzio mi portarono a casa con loro.
- Il risveglio
Fare l’amore con due donne non è mai come ce lo si aspetta. D’accordo, sì, è una fantasia ricorrente nella mente degli uomini ma posso assicurarvi che quando vi trovate in quella situazione vi prende una terribile ansia. E’ già faticosamente complicato farlo la prima volta con una donna sola. Se si è in tre è ancora peggio. Si rischia di restare, come dire, emarginato mentre le due donne si scambiano le “attenzioni”. Oppure si rischia di dedicarsi solo ad una delle due donne distraendosi dalla presenza dell’altra. E se siete proprio fortunati ed entrambe le donne non vedono l’ora di dedicarsi solo a voi…non dimenticate che bere tutta la serata come avevo bevuto io non aiuta.
No, non è mai un bene in questi casi!
Non racconterò come fu quella prima volta con Gianna e Linda. Non penso siano fatti che vi riguardino.
Posso solo dirvi che la cosa che ricordo di più di quella notte è il rumore dei loro respiri quando alla fine presero sonno. Io non dormii neanche un ora, neanche un minuto. Rimasi ad ascoltarle. Ascoltavo il modo in cui respiravano, e provavo ad immaginarmi cosa sognassero. Linda aveva un respiro profondo e leggero, quasi non si sentiva. Gianna aveva un respiro agitato, che a volte si trasformava in un sottile russare. Le ascoltavo e nel mentre immaginavo come sarebbe stata la mattina dopo. Lo sapete, no? La solita colazione fintamente cordiale del giorno dopo. Provi a fare l’amante appassionato come la notte prima, poi cerchi semplicemente di comportarti come un vecchio e familiare amico, poi la butti su una conversazione informale, e in fine ci rinunci. Non c’è nulla da dire. Sei solo un estraneo e basta. Questo è tutto. Nel frattempo la colazione si conclude, trovi un ottima scusa per salutare e per sparire.
Ci pensavo e nel mentre odoravo i loro capelli e li accarezzavo di nascosto. Era notte fonda e inspiegabilmente mi sentivo felice. Curioso, no? Era in un letto con due donne sconosciute che non avrei mai più visto, eppure mi sentivo a casa, come se avessi viaggiato infinitamente solo per raggiungere quella notte e quel letto.
Volevo ricordarmi quella felicità a lungo, non volevo spegnerla in una gelida colazione tra estranei. Forse per questo decisi di alzarmi dal letto. Mi rivestii in silenzio e me ne andai. Un secondo prima di chiudermi la porta alle spalle pensai di tornare indietro. Sì, di prolungare quell’inspiegabile benessere ancora per qualche ora. Poi ci ripensai, chiusi la porta e andai via.
- Lezioni di piano
Passarono i giorni, poi le settimane e la mia vita tornò quella di prima. Raccontando l’incredibile notte passata con due donne la mia credibilità dentro la taverna rossa era salita in modo clamoroso. Devo aggiungere che inizialmente mi preso anche un leggero sconforto...un po’ di tristezza. Era stata una notte splendida, indimenticabile, e non sarebbe tornata. Ma assorbii in fretta quel malumore. Non era proprio il caso di sentirmi giù per una scopata, anzi due. Sono di quelle cose che invece dovrebbe tirare su. Voglio dire…sapete…l’aumento di autostima che prende un uomo subito dopo una conquista. Parliamoci chiaro, in realtà l’aumento di autostima in questi casi è solo temporaneo. Se poi ti guadagni da vivere facendo il pianista alla taverna rossa dura davvero poco. Ma, cazzo, non volevo proprio inquinare quel momento con nessuna stupida tristezza. Ciò nonostante Gianna e Linda mi mancavano. Ma non ritenevo proprio opportuno presentarmi nuovamente da loro dopo un mese e dire che mi ero innamorato…di entrambe! No, non funzionano così queste cose.
Poi un mattino incontrai Linda lungo il fiume. Mi si blocco il cuore nel petto! Camminava a passi rapidi con uno sguardo assente. Poi mi vide, e le si illuminò il viso. Pensavo che neanche mi avrebbe salutato, invece mi si piantò davanti, mi prese la mano, mi guardo raggiante e mi disse soltanto:
- Ci daresti lezioni di piano?
E poi aggiunse quasi senza respirare:
- Ci manchi.
Poi sorrise, mi accarezzò le dita, lasciò la mia mano e continuò per la sua strada, come se niente fosse.
Ci pensai su tutto il pomeriggio. Non c’era assolutamente nulla di male nel dare lezioni di piano!
- Pochi mesi
E’ strano pensare che tutto durò solo pochi mesi. Cominciai ad andare a casa di Linda due volte a settimana con la scusa di insegnarle a suonare il pianoforte. E lì trovavo anche Gianna. Era la scusa che avevamo concordato per poterci rivedere. Per dirla tutta io ci provavo davvero ad insegnar loro a suonare: un po’ di rudimenti dell’armonia jazzistica, qualche scala, dei semplici standard, ma entrambe erano negate. Mai visto due persone così incapaci di approcciarsi alla musica. Beh…mi importava poco in realtà. Alla fine rinunciavamo alla lezione e prendevamo il the assieme, mangiandoci i pasticcini che io avevo il compito di comprare nel negozio del vecchio P.J. prima di presentarmi a casa loro. Bevevamo il the, poi parlavamo per delle ore, e poi facevamo l’amore. Tutti e tre assieme.
Non giudicatemi male. Lo so che è innaturale, immorale, antietico, forse persino vizioso e lussurioso comportarsi così. Non capisco bene cosa succedesse esattamente, era solo un’esperienza divertente, qualcosa di inatteso da scoprire. O forse era qualcosa di più. Posso solo dirvi che mi sentivo completo, al sicuro, a “Casa”. E succedeva solo quando eravamo tutti e tre assieme. Credo che anche loro provassero qualcosa di simile.
Piano piano abbandonammo le lezioni di pianoforte una volta per tutte e cominciammo a vederci a casa di Linda ogni giorno, senza un valido motivo. Ormai passavamo tutte le ore libere della giornata assieme. Il fine settimana restavo a dormire con loro. E a volte non uscivamo di casa per tre giorni di fila. Non so dire se stessimo “assieme”…insomma nel senso di fidanzati. Credo di sì, ma nessuno aveva il coraggio di parlarne. Non era esattamente un fidanzamento ortodosso in ogni caso. Capite, eravamo tre. E tecnicamente c’era uno di troppo. Ma stavamo così bene che i dettagli aritmetici non ci riguardavano troppo. Era qualcosa di impensabile non fare ogni notte l’amore assieme, tutti e tre. Semplicemente ci appariva come l’atto più naturale del mondo. Questo è tutto.
Arrivò l’estate. E poi l’autunno. Ed infine l’inverno.
La notte scivola sui muri di questa città. E’ curioso. Ogni storia di amore può essere riassunta in un elenco più o meno dettagliato di azioni, foto, biglietti, regali, luoghi, cene, parole dette o urlate, espressioni sul viso, film visti, amici in comune, fiori e canzoni. Ma indipendentemente dalla sua durata ti lascia dentro indissolubilmente solo poche immagini. Già…pochi mesi assieme o quarant’anni assieme lasciano nella parte più profonda della mente solo un esiguo numero di immagini. A volte una sola. Ecco…io ho una pessima memoria e ho un brutto rapporto con gli elenchi. Di quei pochi mesi ho conservato solo tre immagini. Trovate siano poche?
La prima
Ci incontriamo per caso per le strade del centro. E’ un martedì pomeriggio. In quel periodo mi nascondo ancora dietro la scusa delle lezioni di piano. Gianna agitatissima insiste perché io salga in macchina con loro. Vuole mostrarci qualcosa. Ci porta in un giardino poco fuori città e ci indica un albero secolare nascosto che ha scoperto. Dice che è addirittura più antico della città stessa ed è emozionatissima mentre lo dice. Gianna è così. Spontanea, e immediata, ogni sua reazione è violenta e passionale, a volte pericolosa. Per questo la amo.
La seconda.
E’ estate. Siamo in un bar di fronte al mare. Abbiamo preso il treno all’alba e siamo tutti e tre ancora un po’ addormentati. Linda prende un caffè macchiato mentre io e Gianna stiamo litigando non so per quale motivo. Linda ha troppo sonno per mettersi in mezzo e farci fare pace…come fa sempre. Beve il suo caffè macchiato ed esce dal bar senza rendersi conto che un po’ di schiuma di latte è rimasta sulle sue labbra. Linda è così. Delicata, a volte infantile, però è la più forte di noi tre. Per questo la amo.
La terza.
Della terza vi ho già parlato credo. E’ notte. Loro due dormono, io sono sveglio e ascolto i loro respiri. Rimango spesso sveglio ad ascoltarle. Il loro abbraccio stretto addosso e il loro respiro nelle orecchie mi aiuta a pensare, vorrei allungare questa notte all’infinito.
- Rivelazione
Mi chiedete il motivo per cui tutto sia finito? Curioso! Fino a pochi attimi fa mi stavate giudicando e adesso vorreste il lieto fine? Successe tutto una notte di dicembre: quel mese che col suo buonismo e tutte le disgustose lucine colorate riesce a riaprire tutte le vecchie ferite e a causarne di nuove.
Non stavo bene. Qualcosa non funzionava più. Improvvisamente tutto mi appariva anormale e malsano. Avevo abbandonato il mio monolocale e mi ero trasferito da Linda e Gianna. Ma non era stata una buona idea. Ditemi, come si fa a convivere con due donne? Che futuro ci si può aspettare? Cosa si può costruire assieme? Una famiglia? Figli? Non avevo nessuna urgenza di sistemarmi o di condurre a tutti i costi una vita normale…ma quello era troppo. Ero felice sì, ma forse non riuscivo più ad accettare così di buon grado quella situazione! Mi nascondevo da tutti. Non avevo raccontato nulla agli amici e naturalmente ero incapace di parlarne alla mia famiglia…figuriamoci! Mia madre mi chiamava ogni giorno e mi chiedeva come mai fossi così agitato. Capiva che c’era una donna. Il problema è che ce n’erano due. Cosa avrei dovuto fare? Nulla! Parlarne con loro? Per dire cosa? Il mio umore peggiorava e mi tenevo a distanza loro. Ogni giorno la distanza aumentava. Giovanna mi urlava dietro e Linda restava silenziosa. Tutto inutile, le stavo perdendo e non sapevo neanche perché. E se anche avessi voluto scegliere una delle due non sarei mai stato capace di farlo. Il nostro amore ci rendeva un'anima unica…e le anime non si spezzettano agevolmente in frazioni per motivi di ortodossia! Passò Natale, cominciarono le nevicate ed il freddo abbracciò la città. Finché pochi giorno dopo l’inizio del nuovo anno arrivò quel giorno. Avevo deciso di liberarmi dal peso che mi stava soffocando, volevo provare a parlare loro, a raccontare come stavo, volevo urlare, arrabbiarmi, gettare fuori tutta quella merda e poi abbracciarle ancora e inventarmi un modo per andare avanti. Magari ricominciare da capo assieme.
Arrivai a casa più presto del solito. E le trovai che mi aspettavano. Gianna aveva gli occhi rossi e stava stranamente zitta. Linda mi fulminò con lo sguardo e incominciò a parlare:
- Ti rendi conto che le cose non possono andare avanti così? Io e Gianna ne abbiamo parlato e abbiamo deciso che vogliamo tenerlo.
Non capii subito di cosa stessero parlando e risposi elaborando ancora in testa il discorso che avevo preparato
- Cosa volete tenere? Ne possiamo parlare dopo? Avevo qualcosa da dirvi…
- Non “cosa” ma “chi”…il bambino è ovvio!!
- Sei incinta???? Non posso crederci…ma è stupendo!!
Tutti i miei dubbi sparirono all’istante, Linda aspettava un bambino, un figlio mio, anzi nostro, di tutti e tre. Era magnifico! Che importanza aveva il resto? Ci amavamo. Il bambino sarebbe cresciuto in una famiglia piena d’amore. Una famiglia, un po’ sui generis…ma quale famiglia è normale? Adesso avrei dovuto cercare un lavoro serio, mettere la testa a posto. Avrei dovuto dirlo ai miei…ecco sì, dirlo alla mia famiglia. Avrei trovato il modo. Nulla aveva importanza. Linda aspettava un bambino e tutto sarebbe andato bene. Era stupendo!
Ma vidi che Gianna scoppiò a piangere. E tra le lacrime diceva:
- Perdonaci…
- Ma perdonarvi di cosa? – risposi - Di avermelo nascosto? Ma chi se frega….sono felice…è una notizia bellissima…ma cos’hai Linda?
Linda nel suo sguardo torvo riprese a parlare.
- E’ inutile girarci attorno, questo bambino lo cresceremo io e Gianna. Era da tempo che ne volevamo uno
- Lo cresceremo assieme tutti e tre vorrai dire..
- No, lo cresceremo solo io e Gianna. Lo volevamo da anni ma era impossibile adottarne uno. Le coppie lesbo non possono.
- So cosa vuoi dire Linda, ma io cambierò, mi troverò un lavoro, pagherò i conti…posso farcela…domani chiamerò un amico che…
- Allora non vuoi capire?? – urlò Linda - Vuoi che te lo dica chiaramente? Ci serviva solo il tuo sperma. Ecco tutto. Adesso non ci servi più!! E’ chiaro adesso???
Gianna singhiozzava…cercava di parlare ma quasi soffocava tra le lacrime
- Perdonaci… - diceva – non volevamo ferirti…pensavamo che…non durasse tanto…perdonaci…che non ci saresti stato male…mi spiace…scusaci…
Ricordo il viso duro di Linda.
Non immaginavo fosse così spietata.
Finalmente avevo capito tutto. Adesso avevo assolto il mio compito. Quindi dovevo uscire di scena, il più presto possibile, senza disturbare troppo.
Non c’era nulla altro da aggiungere.
Lo so…avrei dovuto urlare, arrabbiarmi, rompere qualcosa, schiaffeggiarle, riempirle di insulti e poi spaccare tutto.
Ma quella notte qualcosa mi si spense dentro come una sigaretta su un posacenere.
Mi alzai, diedi loro le spalle e me ne andai senza dire una parola.
- Epilogo
Lui fuma e si riflette sullo specchio della taverna rossa. Sta guardando qualcosa che è dietro lo specchio, qualcosa che è dietro anche la sua immagine riflessa nello specchio, qualcosa che riesce a vedere solo lui. Gianna è accanto a lui, e lui lo sa. Sono passati dieci anni ma la riconosce ancora. E seduta vicino e beve silenziosa il suo drink. E’ sola. Lui finisce il suo racconto, spegne il sigaro. Si alza e la guarda. Lei lo guarda. Lui le sorride. Lei lo riconosce. E’ indecisa se parlargli.
Ma lui esce perdendosi di nuovo tra la pioggia.
| Note |
Brani audio:
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Firma
--Don vito 20:50, 11 apr 2010 (UTC)

