La vera storia di Linda
Da Storiealcubo.
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Cap. I
Seduta al bar, guardava incantata il fondo della tazzina, e agitandola ammirava il residuo di caffè vacillare sotto il fiato incuriosito. Cercava una soluzione, un piano per capovolgere la sua esistenza, era oramai stanca di tutta la gente intorno, voleva diventare un fantasma e rendersi invisibile. La testa disegnava un movimento semicircolare quasi legato da un filo, mosso dalle mani del suo inconscio. In questo bar nessuno l’aveva mai vista, eppure gli sembrava tutto così familiare. Le persone la osservavano con la coda dell’occhio tanto era bella, ma allo stesso tempo di un altro pianeta. Poco distante al semaforo scattò il verde. Si alzò all’improvviso e si rivolse verso la strada, come un corridore in partenza. Camminava guardando il suolo e ogni tanto alzava lo sguardo per scoprire qualcosa del mondo circostante.
Indossava un lungo cappotto verde con cappuccio, una cintina era legata in vita, una vita talmente sottile che sembrava portasse un corpetto. Il passo, nonostante tutto, era elegante, si vedeva che era una donna di un certo livello, che in quel preciso momento si trovava nel posto sbagliato. Bruscamente girò a destra entrando in una stradina deserta abitata solo da qualche randagio e gente poco fidata. Aveva le mani in tasca, era pronta ad alzare il passo quando sentì alle sue spalle in lontananza la presenza di qualcuno. Non si girò, aumentò il ritmo del passo. Voleva raggiungere quanto prima la fine del vicolo per rispuntare su viale Maqueda. I passi alle sue spalle aumentarono di tono, tentò di girarsi per capire cosa stesse accadendo, quando un ombra, enorme, le sbarrò la strada, dopodiché, il buio.
Quando riprese coscienza, era stesa su un divano. La ripresa sensoriale fu molto lenta. Cercò di portarsi in posizione retta sulla schiena. Come uscita da un sogno cercò di focalizzare la scena che vi era di fronte. Gli occhi si adattarono quasi subito alla luce, vi era un’illuminazione fioca nella stanza proveniente da un lume posto su un settimino antichizzato nell’angolo di fronte il divano. Un ragazzino era seduto su una poltrona alla sua destra. La stanza era arredata come la reggia di Versailles, alla sua sinistra vi era un balconcino come quelli degli edifici antichi, stretti e con le inferiate verde Giotto. Prima ancora di destarsi dallo stato catatonico iniziò a mostrare segni di malessere portando le mani alla testa e irrompendo in conati di vomito.
Il ragazzino salta in piedi ed urla: sta male! Sta male! Donna Rosalia! Subito, subito!
Nella stanza spunta all’improvviso una vecchia signora, tutta ingioiellata. La sua massa volumetrica era di notevoli dimensioni, e tutto il peso reggeva su due esili gambine, dove non vi era alcun segno di vene varicose.
La dolcissima signora dallo sguardo ricamato a botte di rossetto e cipria, le si avvicinò e la sorresse cercando di dirigerla verso il bagno più vicino. Spalancò la porta intarsiata con lapislazzuli e apparve un bagno immenso, le piastrelle accecavano la vista talmente erano splendenti, l’arredo era tutto intarsiato con oro zecchino: Da non credere: persino lo scopettino aveva come pomello un cristallone swarosky.
La ragazza diede uno strattone alla “madonna di pompei”, e corse verso il water, si chinò e iniziò a buttare fuori l’anima. Non appena si riprende, con tutta l’aria nei polmoni si gira verso “l’assunta” e grida: “SONO INCINTA! Cazzo ci faccio qui e voi chi siete?”
La vecchia babbiona resta sgomenta, le braccia le se allungano contro il corpo tanto che i bracciali quasi toccano terra. “Resta calma. Ora lavati, lì trovi tutto quello che ti serve, e per ora non fare altre domande!”.
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Il giorno fuori correva lungo la linea invisibile che congiungeva i balconi sul vicoletto. Tutti curati, precisi e carichi di fiori. Era sorprendente come in un giorno normale di vita ordinaria, dove tutto scorre da sé, dove il panettiere sforna e vende pane caldo a grande velocità, dove il salumiere è attento a confezionare i migliori insaccati da mostrare sul bancone, dove la vecchina di turno gira col carrello per il mercato del Capo alla ricerca del pesce migliore e meno caro, sarebbe bastato alzare la testa per trovarsi in un’altra dimensione, fuori spazio-tempo. Il fatto è che tutto questo non interessava a nessuno, tutto era così normale, tanto che questo spirito rientra nella quotidianità di un luogo, unico quanto raro, come Palermo.
Dietro il suo bancone addetto alla macinazione del caffè c’era Vituzzo, dall’aspetto esile e trasandato, portava jeans rattoppati e maglietta a righine verdi-blue. Dal viso traspariva tutta la pacatezza del mondo e la giusta bontà d’animo degna della buon anima di Don Celestino, ammazzato in un agguato mafioso. Vituzzo viveva con la nonna Nina. che l’aveva cresciuto, venuti a mancare i genitori, quando aveva appena dodici anni. Dopo sei anni Vituzzo era cresciuto, indeciso della sua vita, ma non sapeva cosa il futuro gli avrebbe riservato di lì a poco.
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Passata mezz’ora, Donna Rosalia tornò ad affacciarsi in bagno per controllare a che punto fosse la ragazza. La trovò seduta sul bordo della vasca in contemplazione. Con tutta la gentilezza degna della migliore vedova nera, la invita ad accomodarsi in un’altra stanza chiedendole di seguirla.
La giovane non ci pensa due volte, si alza e segue “la madonna” in una processione farsa. Le scappa pure un segno della croce quasi scaramantico. Dinanzi a lei le si apre una porta che accede ad una sorta di salone da ballo immenso, le pareti tutte a specchio, il soffitto a cassettoni in stile sedicesimo secolo decorato con fregi e rifiniture scolpite, che scorrono lateralmente e longitudinalmente. In fondo alla sala una lunghissima seduta e dinanzi nell’angolo a sinistra una signora immobile con sottili occhiali, un lungo camice da divisa nero, e ago e filo in mano. Alle sue spalle montato su un manichino un lungo abito nuziale.
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--SYT 15:32 17 mag 2010 Basilea

