Mario Porchettio
Da Storiealcubo.
Mario Porchettio quella mattina era veramente eccitato, la sera prima era riuscito ad infiammare gli animi dei partecipanti con un intervento di appena 25 minuti.
Dentro la sede del partito "La Corda", di cui era un importante esponente, aveva usato al meglio tutta la sua esperienza dialettica.
Aveva argomentato le sue ragioni ben calibrando i picchi ed i bassi della voce, accompagnandoli con la gestualità degna di un leader.
In 25 minuti la maggioranza dei presenti urlava e lo incitava.
La votazione che ne seguì fu una barzelletta, ottenne quasi l'unanimità.
Così quella mattina erà lì alla stazione di Borbagnate con una decina di giovani nerboruti della circoscrizione locale. Era pronto a salire sul treno delle 7.30; quello pieno di "bingo bongo" che si recavano a lavorare nelle fabbriche disposte intorno la periferia del capoluogo.
L'idea era quella di disinfettare e profumare i treni dagli immigrati, sicuramente clandestini, che con i loro fetore rendevano impossibile la vita dei cittadini Italiani di razza.
Quegli Italiani che volevano contribuire a mantenere alta la fama di regione più produttiva d'Italia.
Era inaccettabile che per farlo erano costretti a trascorrere tutto il viaggio in piedi perché qualche scimmia senza peli aveva occupato il loro posto.
La situazione meritava un intervento da parte dei membri de "La Corda".
Salirono sul treno armati di bombolette spray di profumo e disinfettante. Ogni volta che incontravano qualche rappresentante della giungla nera, spruzzavano un po di disinfettante prima, ed il profumo poi.
I giovani bestioni servivano soltanto con le scimmie maschio, le femmine quasi sempre con con bambini a seguito, non protestavano neanche, si alzavano di corsa cercando di proteggere i loro bambini con le cartelle marroni bucate.
Eh già, perchè le scimmie mandano pure i bambini a scuola!
"Giusto! Per imparare a contare le banane." sentenziò.
Mentre le giovani leve stavano strattonando un bingo bongo un pò irascibile, si accorse di un vecchio negro con una barba bianca.
Il vecchio aveva un infinità di collane d'osso intorno al collo ed una serie di braccialetti colorati su ambedue le braccia.
I vecchi clandestini lo facevano incazzare più di ogni altra cosa, erano assolutamente inutili, presto si sarebbero ammalati, per finire ricoverati in qualche ospedale Italiano, col solo scopo di mangiare e dormire a spese del servizio sanitario nazionale.
Che se ne tornassero a morire a casa loro!
Muzi Akelele, così si chiamava il vecchio, stava sognando di essere ancora nella sua casa di campagna al confine tra il Congo ed il Ruanda. Sognava il suo vecchio nonno, uno studioso di religioni Vudu, mentre faceva dei giochi di prestigio con una matita di legno.
Alla morte del nonno il piccolo Muzi aveva rubato dalla biblioteca segreta il libro con gli appunti di magia nera. Per un periodo si era impegnato ad imparare qualche rito, ma visti gli scarsi risultati si era dedicato a mestieri più semplici e decisamente più redditizi come il trasporto del riso.
Poi il 1994, in un mese un milione di morti, tutti gli africani di etnia Hutu, come se si fossero messi d'accordo, impazzirono.
Una strage di parenti. La fuga. L'arrivo in Italia.
Muzi bambino durante il sogno rideva a crepapelle mentre il nonno faceva sparire la matita tra le sue dita, quando ad un certo punto vide il nonno alzarsi in piedi ed urlare, urlare a squarciagola una sequenza di cinque parole, sempre le stesse, sempre più forte, mentre un fumo puzzolente gli usciva dalla bocca.
Muzi era terrorizzato.
Si svegliò proprio mentre Porchettio stava per spruzzargli il profumo dopo avergli dato una bella dose di disinfettante.
Muzi scattò in piedi, gli occhi incendiati dal disinfettante e dalla rabbia.
Ripeté in automatico la formula del nonno, afferrando i polsi di Porchettio che, con le mani occupate dalle due bombolette, rimase a guardarlo con un mezzo sorriso di sfida ed un sincero timore nell'animo.
Le urla di Muzi furono interrotte da un gran cazzotto sulla tempia dato da Umberto Barbini, il più grosso del gruppo.
Muzi cadde a terra privo di sensi, il gruppo, preoccupato dalle grida dei passeggeri - anche Italiani, accidenti! - scesero immediatamente dal treno.
Scapparono ognuno in una direzione diversa. Porchettio, un pò turbato, si diresse a casa propria.
Trascorse la giornata a preparare il testo del volantino che avrebbero dovuto distribuire l'indomani davanti i cancelli della Caritas.
Quei religiosi traditori! Davano da mangiare a gente di tutte le razze, cosicché si spargesse la voce che in Italia si mangia e si dorme gratis, hai voglia ad affondare barconi nel mediterraneo, i flussi di morti di fame non si sarebbero mai fermati.
Alla sera dopo il TG, aveva finito il testo, era venuto veramente bene, sapeva su quali leve fare pressione per convincere le masse.
Dopo una cena di polenta e canederli andò in bagno per lavarsi i denti, mentre aveva lo spazzolino in bocca alzò lo sguardo e si vide allo specchio, la sorpresa fu tale che il braccio scattò d'improvviso, il risultato fu una gran botta proprio sul dente che gli doleva da settimane.
Svenne per il dolore.
Qualche ora dopo si ritrovò riverso in bagno con un gran dolore alla bocca ed una strana sensazione sulle labbra. Si sollevò, si guardò nuovamente allo specchio e cacciò un urlo atroce.
Chiuse gli occhi, li strizzò con il dorso della mano, si diede anche due gran ceffoni per assicurarsi di essere ben sveglio, li riaprì.
Capì di essere fottuto, completamente fottuto, e diede un gran cazzotto a quella faccia da negro che lo guardava dallo specchio.
Con la mano insanguinata andò ad aprire alla porta, visto che qualcuno stava suonando insistentemente.
Aprì la porta, la vecchia signora Branzini restò un secondo pietrificata prima di lanciare un urlo così acuto da spaccare i vetri di un intero grattacielo.
Poi scappò gridando:
"Oh mio dio! Chiamate la polizia ! C'è un negro in casa Porchettio! Ha tutte la mani piene di sangue! Lo ha ucciso!! Presto, presto! Chiamate la polizia !!".
Porchettio si guardò la mano, capì la situazione.
Era fottuto, doveva scappare.
Prese le scale a tutta velocità, al primo piano si trovò il vecchio colonnello Chissotti armato con un bastone di scopa - o meglio, un pezzo di bastone, visto che era spezzato - impugnato come fosse una sciabola.
Lo atterrò con un ceffone, ma non prima che quello riuscisse a conficcargli la punta del bastone nella coscia.
Zoppicando raggiunse la strada.
Era buio, cercò di raggiungere il parco che si trovava proprio di fronte o stabile.
Il parco un tempo era un ritrovo di spacciatori e prostitute, ma da quando le ronde della Corda avevano cominciato a controllarlo, si era magicamente ripulito.
Bestemmiando e zoppicando verso il parchetto sentì la voce della signora Branzini che urlava al balcone.
"Assassino, ha ammazzato Porchettio, fermatelo!!"
Neanche il tempo di mandare una maledizione a quella vecchia stronza, che un gruppo di energumeni lo atterrò a suon di pugni.
Rimase raggomitolato cercando di proteggersi la testa mentre la ronda del suo partito gli riservava un trattamento speciale.
Picchiavano forte ma finchè teneva la testa e la pancia protetti, poteva ancora farcela.
Purtroppo i ragazzi della Corda erano stati addestrati proprio bene, un calcio di punta alla base della colonna vertebrale gli causò un dolore così forte che non potè fare a meno di inarcarsi.
Si portò le mani ai fianchi nel vano tentativo di raggiungere il punto colpito, adesso il viso era scoperto.
Senti a punta dello stivale entrargli direttamente nel cervello, ebbe l'impressione che l'occhio sinistro schizzasse fuori, poi tutto si fece scuro, buio. Silenzio assoluto.
Il mattino dopo si risvegliò nel suo letto, per prima cosa si portò una mano all'occhio, era li, non faceva male, anche la mano non era ferita, ma soprattutto, era bianca!
Evviva! Era solo un incubo.
Un maledetto, realistico e doloroso incubo. Ma niente di più, meno male.
Scese dal letto, nell'infilarsi le pantofole le trovò un pò più grandi del solito, sul momento non ci fece caso, andò in bagno ed anche il lavello gli sembrava un pò più alto del solito.
Si guardò allo specchio, ebbe un capogiro.
Si sedette sul water, le orecchie gli fischiavano e cominciò ad ansimare.
Cazzo non può essere, diceva. No! Non posso essere diventato un cinese!
Questa volta si guardò bene dal gridare e non diede neanche un pugno allo specchio, che oltretutto era tornato sano.
Si preparò per uscire. Cappellino da baseball, sciarpa, nonostante fosse maggio ed occhiali da sole.
Uscì con molta cautela dall'appartamento e si diresse verso un posto isolato nella speranza che un pò di pace e serenità gli consentissero di analizzare per bene la faccenda e trovare una via d'uscita.
Si sedette su di una panchina in un parchetto ad appena 5 isolati dal suo appartamento. Sarebbe stato più comodo il parco di fronte casa, era un buon posto per mettersi a pensare, ma proprio non riusciva a fare un passo in quella direzione.
Seduto sulla panchina cominciò a pensare come venirne a capo. Si ricordò di quel suo compagno di scuola che aveva acquistato una clinica di chirurgia estetica vicino Bolzano. Poteva farsi aiutare da lui. Valva la pena tentare.
Era così concentrato sul da farsi che non si accorse della pattuglia di polizia regionale che accostò a pochi metri da lui.
Fece un balzo sulla panchina quando sentì:
"Uè cinesino, fà un pò caldo per la sciarpetta neh? Ce l'hai mica il permesso di soggiorno? Fà un pò vedere i documenti su!".
In automatico prese il portafoglio e gli diede la carta di Identità.
Appena il poliziotto la aprì, mise subito la mano sulla pistola e disse all'altro:
"Sto deficiente di un cinese ha rubato il portafoglio niente meno che a Mario Porchettio, e pensava che non mi sarei accorto della differenza!".
Capì immediatamente la cazzata che aveva fatto, se lo arrestavano addio clinica e nuova identità, si girò e cominciò a correre.
Dopo un paio di secondi il poliziotto aveva già la pistola in pugno puntata su Mario e diceva all'altro:
"Da qui lo prendo facile sotto la ciapett."
E l'altro :
"Ma sei scemo, così poi lo dobbiamo pure portare all'ospedale e perdere un mare di tempo. Non ci ha visto nessuno, mira un pò più in alto, e poi andiamo via, penseranno ad un regolamento di conti della mafia cinese."
"OK. Però la carta d'Identità di Porchettio me la tengo per ricordo".
Mario non sentiva grida, nessuno gli correva dietro, pensò di avercela fatta.
Fu l'ultimo pensiero, poi una pallottola, entrata dalla nuca, lo spense per sempre.
La mattina seguente, appena si svegliò non pensò a nulla, non controllò alcunchè, scese dal letto e corse in bagno per scoprire cosa era diventato.
Cazzo sempre peggio.
Ora era un fottuto zingaro di merda.
Non fece nulla, non urlò, non ruppe niente e non provò neanche a mettere il naso fuori.
Tornò nella sua stanza da letto, si sedette in un angolo e cominciò a piangere e singhiozzare sulla sua misera condizione.
Ogni tanto si calmava, si asciugava gli occhi, vedeva quelle mani scure, callose con le unghie sporche di nero, e ricominciava a piangere.
Ando avanti così per buona parte della giornata, poi all'improvviso capì.
Andò al computer. Inviò una mail.
Fece una breve ricerca sull'elenco telefonico, aspettò una decina di minuti e compose il numero.
Dall'altro lato Franco Paletta rispose un pò scocciato, era appena uscito dal bagno dopo aver fatto una cosa che rimandava da ben due giorni, e con i pantaloni sulle ginocchia era dovuto correre - per quanto possibile - a rispondere.
"Chi parla?"
"Ti sei divertito bruttopezzodimmmerda, ora mi diverto io."
Franco Paletta non capì.
"Ma chi cazzo sei?".
"Sono Mario Porchettio, ho capito che tutto quello che mi stava succedendo non poteva essere reale, era troppo folle e sadico. Sei stato tu a divertirti alle mie spalle con quel racconto di merda che stai scrivendo, ma non sai che sono molto più furbo di te lurido comunista del cazzo. Ho scritto una mail ai miei ragazzi, stanno venendo a prenderti, e allora si che ci divertiremo."
Franco Paletta chiuse il telefono e corse subito al suo racconto, aveva lasciato Porchettio piagnucolante sul letto quando l'intestino aveva lanciato la pressante richiesta.
Lesse sul computer la conferma di quanto aveva detto Porchettio.
Fu preso dal panico, aprì la porta di casa e corse giù per le scale.
Arrivato al portone si trovò davanti tre giganti con le teste rasate, riuscì a notare solo il colore delle loro camicie: una verde, una azzurra ed una nera.
Poi arrivarono le botte. Tante. Fortissime. Ovunque.
Fu una spranga di ferro a farsi strada dentro il cranio di Franco Paletta.
Porchettio restò per sempre uno zingaro.
Firma
--Pigi 18:57, 20 dic 2009 (UTC)

