Mario Treppuzzi
Da Storiealcubo.
Una distesa di pietre azzurre si muove con passo compatto, in battere e in levare, senza scomporre le ordinate file di quattro elementi con un intervallo brevissimo di due vuoti e mezzo, per poi ricominciare all’infinito, come un minuscolo esercito di lumache pietrificate.
Sento il loro viscido avanzare, e posso annusare l’effluvio della loro scia organica e appiccicosa. Vengono verso di me e gioco con loro stringendole per le corna lunghissime. Sono giraffe adesso che mi sollevano sulla loro testa ossuta, sopra il fogliame fitto di un bosco di cedri del Libano, ed io vedo il mare schiumeggiare per il levante furioso. Mi sporgo troppo e cado mollemente, galleggio nell’aria come fossi acqua su un letto d’olio, chiudo la bocca perché sento l’aria molle entrarmi dentro e inizio a sputare per non soffocare. Ho la gola ostruita dalla massa d’aria gelatinosa e smetto di agitarmi capendo che posso farne a meno.
Sono un sasso azzurro che avanza compatto in fila per quattro verso il mare increspato dal levante. Ci buttiamo tutti in fila perfettamente allineati contemporaneamente nelle onde e galleggiamo come pomice di Lipari. Sono un sasso di pomice azzurra in balia della corrente del Golfo di Sorrento.
Ho pensato troppo quindi affondo nelle acque scure, tocco il fondo fangoso e sento freddo. Sto sbattendo i denti, qui non arriva un solo raggio di luce. La pressione e fortissima e la materia porosa di me/sasso si sfalda in polvere azzurra che comincia a risalire lenta in superficie. Dall’alto vedo la macchia azzurra di me/polvere che si spande, subito dispersa dalle onde e da sette cavalli a dondolo che risalgono la corrente.
Mi attraversano separando i granelli galleggianti ma torniamo vicini e azzurri più che mai. Il vento ci sbatte sulla spiaggia e volo sulle case, sono grosse scatole di scarpe tutte della stessa misura, fottute decolté nere con tacco a spillo numero 42. Ogni scatola ha un giardino con accanto conficcato nelle aiuole quel fottuttissimo tacco a stiletto.
Una donna entra nella sua auto e mangia il gelato avidamente con grandi leccate che le freddano il cervello ma ride forte, ride mostrando i denti cariati della quarta fila e le otturazioni scure e un dente d’oro. Che schifo Cristo santo, non può avere un dente d’oro e poi quelle macchie scure sembrano tane d’insetto nelle sue gengive.
Ecco lo sapevo li vedo, i vermi azzurri le invadono la bocca, strisciano sul gelato e sul cruscotto della sua auto. Ma lei continua a ridere e a mostrare quel cazzo di lavoro di merda del suo dentista. L’esercito di sassi marcianti sta schiacciando i vermi sporchi di gelato. Ecco finalmente. Giustizia è fatta, non se ne poteva proprio più di esseri striscianti trasudanti glucosio e coloranti.
Ho la ricrescita, cazzo devo tingermi i capelli! E depilarmi le ascelle. Stasera lavoro e non posso mica presentarmi con tutta l’esplosione tricotica della mia carica ormonale. Gli ormoni, devo prendere gli ormoni entro le 10 di stasera.
Cazzo cazzo cazzo.
Sono tornato.
Anzi sono tornata. Ormai sono Mary , Mary Mary. Ho le tette, le labbra carnose, le gambe depilate e i capelli lunghi da far invidia a tutte le cassiere del GS, minchia! Mi alzo 500 euro a sera e una tripletta di maschi attizzati dal lavoro della mia estetista.
E pensare che quando facevo il giornalista 500 euro era la mia paga mensile, quando mi andava bene. La tripletta di maschi la facevo uguale ogni fine settimana “aggratis” e alla fine mi ritrovavo con il culo a terra in ogni senso.
Oggi mi posso permettere di “viaggiare”, anche ogni sera se voglio. Sono tornata dall’ultimo fottutissismo viaggio e già sento la voglia di ripartire, di perdermi nell’indefinita realtà della mia mente. Sovrappensiero porto la mano destra alla bocca, addento l’unghia dell’indice - che schifo è amara - colpa dello smalto deterrente. E che diamine! Tanto non cambia niente.
Posso avere le mani rovinate, il rossetto sbavato non è quello che guardano.
No, loro mi toccano le tette finte e sode, mi toccano l’uccello vero e duro, e godono della perversione di fottere un uomo che odora di buono, che è morbido e seducente più delle loro mogli, delle loro fidanzate. Che gli succhia l’uccello meglio di qualunque donna.
Ripenso a quel giudice che si era innamorato di me. Cazzilla, ecco come si chiamava ... e già il nome era tutto un programma. A quel vecchio professore che voleva sposarmi. Tutte vittime dell’inganno, spettatori della recita che ogni sera continua ad andare in scena. E non c’è che dire il tutto esaurito è garantito.
Ma anche io mi sto esaurendo, più mi riempiono più mi svuoto e allora sento il bisogno di fuggire, di partire, di non sentire più le conferme che è tutto vero. Che questa è la mia vita, e che il futuro arriverà mio malgrado.
Non ci saranno sassi azzurri a farmi compagnia mentre mi lancio tra le onde e i cavalli a dondolo ormai non li fanno più. Posso solo galleggiare in un altrove indefinito che costa 100 euro a sera. Tutto sommato è un prezzo onesto per non pensare, pagherei il doppio per non ritornare. Ecco, non tornare: questa si che è un’idea. Ma si, in fondo basta solo spendere di più e tuffarsi senza esitazione. Domani raddoppio la dose.
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--AfroditeAx 19:23, 17 nov 2010 (UTC)

