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Missionari

Da Storiealcubo.


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La prima volta è sempre difficile.

Rimani shockato dopo averlo fatto.

Hai bisogno di riprenderti, prima di ripetere l’esperienza.

La terza volta è quasi semplice.

Alla quarta ti sei già abituato.

E non ne puoi più fare a meno.


Parlo di uccidere.


All’inizio dubiti di esserne capace. Vedi i telegiornali, guardi le scene dei film, così violente e pensi: “è impossibile”, io non sono così. Insomma…premere il grilletto sapendo che stai per rubare la vita a qualcuno, poi le urla, il sangue e tutto il resto. Non riusciresti mai a farlo. Ne sei certo. Senza contare che a cose fatte bisogna anche sopportarne il peso sulla coscienza, il dolore dei familiari del morto, l’orrore della gente che sbircia il cadavere da sotto la coperta insanguinata.

E tu che sai che è solo colpa tua.

La responsabilità non è della società, della tua famiglia, della tv, dei videogame, degli altri assassini prima di te che hai emulato, no, no….tutte cazzate, sei stato tu e basta.


Poi si scopre che uccidere piace.


Ci si sorprende a gustare quell’oscura soddisfazione che ogni assassino si porta dietro. Ecco…ci si rende conto che premere il grilletto fa stare bene. Siamo stati così potenti da strappare la vita da un uomo.

E’ un po’ brutto, vero?

Ma per favore non mi giudicate. E’ un istinto umano. Chi credete abbia inventato la ”lotta per la sopravvivenza”? Non è certo stato “l’uomo moderno”. Se non sbaglio è stata proprio Madre Natura qualche milione di anni fa.

No? Mi sbaglio?

Sì, sì, la stessa Madre Natura che riempie i prati di fiorellini e che fa strisciare le tenere tartarughine appena nate verso il mare. Che bello spettacolo la Natura! Già è splendida nella sua perfezione!

In realtà io non direi proprio che sia perfetta guardando certi pasticci che combina.

Signori è innegabile: siamo carnivori, siamo aggressivi, difendiamo il nostro spazio, ci dividiamo il cadavere della nostra preda con la tribù solo se siamo costretti. E non ci siamo estinti. Già, tra noi ed i dinosauri l’abbiamo spuntata noi. E dipende proprio dal nostro istinto di sopravvivenza e, volenti o nolenti, l’omicidio è uno strumento arcaico di sopravvivenza.

Ricordate: l’omicidio l’ha inventato Madre Natura non noi!!

Togliete le implicazioni morali e legali e scoprirete che tutti amerebbero uccidere…anche se per fortuna non se ne rendono conto.

Non credete?

Sparate e vedrete. Strappate da un uomo tutti i suoi pensieri, fateli volare via dalla sua testa sotto forma di materia grigia e sangue.

L’ultima cosa che passa per la mente delle mie vittime è sempre la mia pallottola.

L’importante è non dargli mai neanche il tempo di formulare altri pensieri. Bisogna essere svelti.

Certo, sembra così assurdo che un gesto banale come tirare un grilletto possa avere delle conseguenze così enormi. Un attimo prima avete di fronte un uomo vivo, uno che mangia, beve, caga, ama, odia, canta, ride, dorme e paga le tasse, un attimo dopo è solo una pozzanghera rossa per poliziotti assonnati.

Un gesto banale, però con conseguenze enormi. Non si scherza con l’omicidio. Non fatelo mai.

Odio quei bulletti di quartiere che per sentirsi importanti girano con una pistola e la usano con disinvoltura. Quelli finiscono male, ve lo dico io. Perché, capite, scambiano la stupidità col coraggio. Credetemi, uccidere non è un atto virile. Non lo è. Quando l’uomo che hai di fronte è inerme e tu sei armato non rischi molto. Io comunque di armi ne porto sempre almeno due (è una mia abitudine ossessivo-compulsiva, dicono). Se poi sei anche bravo a mascherare le tue tracce, non rischi proprio nulla. Non ti scoprirà mai nessuno. Ed io sono bravo a sparire.

La differenza però è tutta nel significato che dai a quell’atto, l’imperativo interiore che ti porta a premere il grilletto, quella motivazione nascosta che ti spinge a sopportare i rischi della coscienza e della giurisprudenza.

Io uccido come atto di Amore.

No, non sono pazzo. Vi prego, non datemi un giudizio così banale. Aspettate di ascoltare fino in fondo la mia storia prima di sentirvi disgustati, prima di credervi così infinitamente superiori a me, crogiolandovi soddisfatti nella vostra vita ordinaria di uomini onesti.

Se voi siete meglio di me non spetta a voi deciderlo. Credetemi.


La prima volta


Iniziò tutto vent’anni fa. Sono un assassino da vent’anni.

La mia prima vittima fu un pedofilo. Era scampato alla galera grazie ad un bravissimo avvocato. Lo seguii fino a Ponte Milvio. Sapete? Il ponte dei lucchetti, dove tutti gli innamorati lasciano un catenaccio legato con i loro nomi. E’ interessante come per i giovani il tempo che impiega la ruggine a consumare un catenaccio sia il massimo tempo auspicabile per una storia di amore.

Dicevo, incontrai quell’uomo. Era notte e durò un attimo. Gli puntai la pistola alla faccia e prima di rendermene conto lui era già in fondo al Tevere DEFINITIVAMENTE MORTO.

Stetti molto male dopo. Mi consolavo dicendomi che non avrebbe più fatto del male a nessuno, che il mio era stato un atto di Amore. Ma mi rimase impresso il suo sguardo sorpreso. Non gli lasciai neanche il tempo di avere paura. Mi rimasero impressi anche i suoi occhi dopo lo sparo. Erano vuoti e insignificanti come in vita. Era come se non fosse cambiato nulla. Quell’uomo nell’animo era già morto e meritava di morire anche il suo corpo.

La prima volta lo feci per rabbia. Ma questo fu un errore. L’omicidio non deve mai avere implicazioni emotive, anzi deve essere qualcosa di razionale, se no è inutile, anche dannoso per la società, se volete.


I missionari


Fu allora che fui contattato dal gruppo denominato: “I missionari”.

I missionari uccidevano.

Erano tutti individui profondamente istruiti che avevano ideato una loro “matematica sociale”. Si identificavano con una Missione: valutavano con una complessa formula numerica se, chi si era già macchiato di terribili delitti, fosse in grado di redimersi. In caso contrario lo uccidevano. Ma era una cosa pulita. La regola era che nessuno dovesse mai infierire sulla vittima, da vivo o da morto. Si identificava un soggetto, si studiava la sua vita e si calcolava se era il caso di ucciderlo. Poi si avvicinava l’uomo, una pallottola in testa, e si fuggiva. Niente cazzate e niente rischi.

Mi unii a loro. Mi trovavo bene.

Vi chiedete come ci arrogassimo il diritto di giudicare? Chi eravamo noi per decidere della vita di un uomo? Eh no…diavolo! Questa obiezione mi fa incazzare!!

Eravamo assolutamente adeguati per giudicare! Ve lo dico io!

Prima del mio primo omicidio nei Missionari dovetti studiare psicologia, sociologia, diritto, statistica, criminologia e tante altre cosette che mi tennero anni chiuso in una biblioteca. Capite? Il punto era valutare le potenzialità di redenzione del soggetto. Il nostro compito era bilanciare il bene ed il male che l’uomo avrebbe potuto fare, e decidere se era necessario o no ucciderlo. Se credete che uccidessimo a cuor leggero sbagliate di grosso. Non ci “arrogavamo” nessun diritto. Studiavamo a lungo l’eventualità di un omicidio.


Il primo compito


Il mio primo “compito” all’interno dei Missionari fu di uccidere un serial killer. Era un omino che rapiva le donne, le torturava e le uccideva molto lentamente. Era stato in galera diverse volte, ma era abilissimo a fare sparire i cadaveri quindi nessun giudice poteva incarcerarlo a vita. Io calcolai che in base al suo profilo psichico, alla sua età, al suo passato, alla sua metodo e al suo coefficiente di libido avrebbe ucciso durante la sua vita ancora almeno altre quattro donne. Mostrai il caso al Gran Maestro, che visionò con molta attenzione i miei calcoli. Che volete, ero ancora un novellino, e tra i Missionari non si possono fare errori.

Si parla di vite umane, cazzo!

Dopo una settimana mi mandò a chiamare, mi consegnò la mia prima pistola e mi affidò il compito di assassinare il serial killer. Io ero esasperato dall’ansia e dall’agitazione. Volevo eseguire il mio compito in modo impeccabile. Chiesi addirittura una seconda pistola nel caso la prima si inceppasse. Credo provenga da qual mio primo compito la fissazione di portarmi sempre due armi.

Incontrai l’uomo a casa sua. Come? Semplicissimo, andai e bussai. Cosa credete che sia necessario intrufolarsi dalle finestre come Diabolik? Magari rischiando l’osso del collo? No, è tutto molto semplice. Gli dissi che ero un poliziotto e che dovevo fargli qualche domanda. Era così abituato a ricevere uomini delle forze dell’ordine a casa che mi apri senza esitazione. Non entrai neanche in casa. Rimasi davanti la porta. Tirai fuori entrambe le pistole, gliele puntai sul viso e sparai otto colpi, naturalmente col silenziatore. Nessuno mi scoprii mai.

Pensandoci adesso mi viene da sorridere. Tutte quelle pallottole sprecate solo per un solo uomo. Negli anni non avrei mai più sprecato colpi. Me ne bastava solo uno. Ormai impiego solo cinque secondi. Individuo l’uomo, estraggo la pistola, sparo, la rimetto a posto e sono già via.

Cinque secondi.

Sono bravo.

In vent’anni ho ucciso 35 uomini. Ho incominciato dai serial killer. E’ facile calcolare il loro danno sociale, è sempre molto alto. Poi sono passato a elementi della malavita. Ed in fine sono arrivato alla politica. Calcolare il coefficiente di danno sociale di un politico è difficilissimo. Sono danni sottili, prolungati nel tempo. Non mi riferisco certo alla naturale e scontata disonestà di ogni politico. Non è un appalto falsato o una donnina a pagamento che danneggiano la società. Ma sono tutte quelle azioni che abbassano la dignità del cittadino, che lo rendono ignorante, che gli impediscono di vivere appieno le proprie potenzialità di uomo, che lo rendono succube di una sopravvivenza difficile e di conseguenza alienato, disperato, fragile.

Studiavamo equazioni complicatissime. Non avete idee di come sia complesso il calcolo delle conseguenze di ogni singola azione sulla società.

Per esempio basta rendere obsolete le linee di trasporto di un paese per creare centinaia di pendolari arrabbiati che sfogano la rabbia al lavoro, e che magari diventando inefficienti. Tutto è collegato, tutto è un unico meccanismo globale. E quantificare i danni sociali diventa una calcolo per esperti.

Ma io ero bravo. Ho evitato tante catastrofi. Ero fiero di me.


Il fallimento


Poi mi affidarono il caso di Umberto Barbini, un politico rampante e disonesto che stava velocemente scalando tutte le cariche pubbliche. Il calcolo del danno sociale riportava un valore altissimo, praticamente il fondo scala! Secondo le equazioni dei “Missionari” quell’uomo avrebbe distrutto il pianeta. Forse sbagliavamo ma avevo controllato i calcoli decine di volte. Quell’uomo DOVEVA morire, e presto.

Andai io, ormai stavo per diventare Gran Maestro. Era il lavoro più delicato e pericoloso che avessi mai eseguito. C’erano numerose guardie armate che circondavano la residenza di Umberto, ma soprattutto a nessuno erano chiare le conseguenze della sua morte. Quel valore di danno sociale così alto ci aveva impressionato. Può davvero un uomo essere così pericoloso?

Mi intrufolai tra le sue guardie. Con l’inganno riuscii a restare solo con lui. Gli dissi che dovevo recapitargli un messaggio segreto di un appaltatore con cui stava trattando. Mi trovai solo con lui, nella sua stanza con la porta chiusa.

Iniziarono i cinque secondi in cui normalmente svolgevo il lavoro.

Ma successe qualcosa. In qualche modo quell’uomo assurdamente disonesto mi risultò simpatico. O forse tutto il carico di morte che mi portavo dietro mi precipitò addosso in un attimo.

Esitai.

E’ vero: l’omicidio l’ha inventato Madre Natura, ma la pietà l’ha inventata il sapiens.

Ed io per la prima volta in vita mia ebbi pietà. Forse quell’uomo avrebbe distrutto il pianeta. E comunque avrebbe causato molto male all’umanità. Ma io ne ebbi pietà

Passarono i cinque secondi.

E Umberto incominciò ad urlare. Io avevo estratto le mie due pistole, ma ero incapace di sparare.

Le sue guardie mi catturarono subito. Non opposi nessuna resistenza. Pensavo mi avrebbero ucciso, invece chiamarono la polizia.

E finii in carcere.


Il giudizio


Ho passato gli ultimi dieci anni della mia vita in attesa del giudizio. Cercando di capire perché ho esitato. Ma non ho una risposta.

Ora sono qui, in questa aula di tribunale ad aspettare una sentenza che non mi sorprenderà affatto. Ormai Umberto Barbini è l’uomo più importante del pianeta. Lui col suo stupido motto: “nessuna pecora si è mai persa” che nessuno ha mai capito. Ma non si chiedono mai spiegazioni al Gran Cancelliere Barbini, si obbedisce e basta.

Guardo fuori dalla finestra e vedo un mondo che speravo di non vedere mai. Il calcolo dei Missionari sul danno sociale di Umberto Barbini era corretto. Ma i Missionari ormai sono stati tutti arrestati e processati, per colpa mia. Ho fallito.

Aspetto la mia sentenza.

Forse se avessi premuto il grilletto, il mondo sarebbe diverso. Ma non l’ho fatto.

Signor giudice questa è tutta la storia. Non ho più nulla da dire. Potete pure chiedere alla giuria di deliberare e di concludere questo processo.

Il giudice Cazzilla per la prima volta in vita sua decise di non aggiungere nulla alla dichiarazione dell’imputato. Rimase in silenzio. Non spettava a lui dare giudizi morali su quell’uomo o sui Missionari. Lui doveva solo applicare la legge.

Note
Don Vito l’ultimo membro della setta dei “Missionari” fu condannato a morte da una giuria di suoi pari nel tribunale di una delle più antiche democrazie del mondo.


L’autore si dissocia completamente dalle scelte etiche di Don Vito.


E per dirla tutta…forse anche dalle scelte etiche della giuria.

Musiche : Kudai - Hutsa Hutsa (CC-BY-NC-SA)

  • Ni naiz
  • Bidea aukeratu
  • Eromena
  • Kudai v1.0
  • Ni eta ni

Firma

--Don vito 14:33, 16 feb 2010 (UTC)--Don vito 14:33, 16 feb 2010 (UTC)


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