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Passione

Da Storiealcubo.


Non era né bella e neppure famosa. Non ancora; ma inarrivabile lo era, lì, sull’immenso balcone settecentesco del castello sforzesco, e quasi malinconica, nella sua tenera estraneità al lusso e alle risate nasali dei Vip, dei manager e dei dignitari presenti alla festa esclusiva del Cavaliere.

Tirava continuamente su lo scialle, in quella calda sera d’estate, coprendo la generosa scollatura, quasi per ripararsi, ancora per un po’, anche solo per qualche prezioso minuto, dal freddo di quel castello e del suo futuro.

Pensava al padre, al suo sguardo, alla sua allegria. Un povero professore di filosofia che, nonostante i pochi soldi e la terribile tragedia che si era abbattuta sulla loro famiglia e sulla sua vita, la tragica morte della moglie, aveva sempre cercato di non farle mancare niente, di spiegarle che non bisognava mai arrendersi, che la sorte è una cara amica se ogni tanto le sorridi.

Ci aveva provato, ma non aveva resistito. Suo padre non lo aveva più chiamato da quando, abbandonata l’università, si era trasferita a Milano, in cerca di fortuna.

Chissà quante altre figlie del popolo, contadine e cortigiane, in passato avevano calcato quel balcone, pensando le stesse cose che pensava lei, e consolandosi, almeno, con la bellezza del panorama che si poteva ammirare da lì.

- Ora o mai più! – pensai, mentre, togliendomi la giacca da cameriere e nascondendo il vassoio, mi avvicinai, fino ad appoggiarmi accanto a lei, sul balcone.

- Non credo di aver voglia di parlare - dice subito lei, infastidita dalla mia presenza.

- Sai io, invece credo, e credo anche nella stupidità.

- La stupidità? Molto interessante - risponde lei sarcastica.

- Senza la stupidità non ci sarebbe più nessuno disposto a fare la magra figura di avvicinarsi ad una donna senza la più misera scusa, senza la più piccola speranza, sicuri che queste sterili ed improbabili avances saranno inevitabilmente rispedite al mittente.

- Beh, hai capito tutto – dice lei sorridendo.

- Eppure se non mi fossi avvicinato fino a qui, non avrei visto due stelle.

- Due stelle?

- Sì, proprio adesso su questo buio balcone c’è uno stupido che ha due stelle puntate proprio davanti a lui, e circondate da uno stupendo viso divertito, ti sembra poco?

- No, hai stupidamente ragione. - Inspiegabilmente il suo viso divertito lo diventò veramente, ed io avevo guadagnato qualche secondo di conversazione. Per cui buttai il cuore oltre l’ostacolo.

- La verità è che non avevo scelta, ti ho vista entrare e ti ho seguita, fino a qui. Non potevo fare altro, avrei corso anche il rischio di essere preso a schiaffi o di essere buttato fuori.

Lei mi guarda, sorride e risponde: - Sei carino, ma hai scelto la ragazza sbagliata. Riprenditi la giacca ed il tuo vassoio e smettila di sfidare la sorte. Ciao.

La guardo mentre si allontana. Pazienza. Ma un’ultima cosa gliela voglio dire:

- E comunque la sorte è una cara amica se ogni tanto le sorridi, no?

Lei ha un attimo di esitazione. Si volta, ritorna indietro e piangendo inizia a battermi i pugni sul petto.

- Ma chi cavolo sei? Che vuoi? Ma chi te le racconta queste fesserie? Stupido!

- La abbraccio teneramente e lei me lo lascia Fare. E mentre la stringo forte a me, capisco finalmente che cosa era successo quella sera. Aveva bisogno d’aiuto ed entrando aveva cercato uno sguardo amico. Aveva trovato me. Per un attimo i nostri due sguardi si sono detti tutto, su quel luogo, su tutti quei vecchi porci arroganti che si trovavano la dentro. Su quello che ci stavano facendo. E qualcosa dentro di me è scattata, irrimediabilmente.


- Non sono da sola, accompagnavo il figlioletto del Ministro Scamozzi.

- Figlioletto? Chi, quello con la gobba? Avrà almeno quarant’anni!

- Sì, proprio quello.

- Andiamo via?

- Non lo so, sono stanca, non capisco più niente.


Proprio in quel momento d’indecisione, una voce indignata ci interrompe, gracchiante.

- Senta lei, come si permette ad importunare la mia ragazza? Gianna! Anche tu! Un po’ di decoro! C’è Papi dentro che ci sta cercando e dice che il Cavaliere non vede l’ora di conoscerti!

- Lo sai che è molto importante, no? – aggiunge con uno sguardo da pervertito.

Non ci penso due volte, le prendo il viso tra le mani e la bacio, molto più teneramente di quanto avessi immaginato di saper fare. Non potevo lasciarla entrare lì dentro.

Lei mi allontana. Guarda prima me e poi il gobbo altolocato, indecisa. Ma alla fine sorride e mi abbraccia, per restituirmi il bacio.

La dittatura è finita.

Ormai la gente è tutta fuori a guardare ciò che succede nel balcone quando, inspiegabilmente, un’idea insana prende il controllo della mia mano, dimenticando di consultare il cervello. Così, come per magia, il malefico figlio di un’immonda dinastia di leccaculo si vede mostrare, proprio mentre Gianna chiude gli occhi per baciarmi, il classico ditino medio che dolcemente si apre in onore suo, di suo padre e, non ultimo, di quel cornuto del Cavaliere.

Fu così che Gianna ed io ci sposammo e andammo a vivere nel suo piccolo paesino di provincia, non lontano dal mio e da casa di suo Padre.

Un giorno, mentre facevamo l’amore, sentiamo una marea di urla e tumulti provenire dalla strada, ma non ci facciamo caso. Avevamo cose più importanti da fare che osservare stupiti una folla oceanica di persone che inneggiava alla vittoria, senza esibire nessun manifesto politico. Solo l’immensa gigantografia della foto del Cavaliere Impiccato.


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--gecchi 16:48, 25 ott 2011 (UTC)


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