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Pigi

Da Storiealcubo.


Ho le mani sudate e la penna mi scivola tra le dita, come le risposte che segno velocemente senza pensarci troppo. Tanto lo so che non servirà a nulla, ci sono cose che non puoi cambiare e il test d’ingresso alla scuola di specializzazione è una di queste. Dieci posti, nove già assegnati ai soliti noti, e uno, solo uno conteso tra noi comuni mortali, studiosi talentuosi e destinati a ingrossare le fila delle vittime bianche di questa società malata e corrotta.

Già, siamo tutte vittime bianche, morti prima ancora di cominciare a vivere, prima di entrarci in questa fottuta società, sempre pronta a criticarli i giovani e mai a proteggerli dalle ingiustizie; proprio come questa che si consuma sotto i miei occhi, proprio adesso mentre consegno il compito e so già che non servirà a nulla.

Perché tutto è scritto e io posso solo combattere, protestare e restare fedele ai miei ideali, anche se non servirà a molto se non a farmi sentire una persona migliore.

I miei colleghi sono stupiti. Io no, sono impassibile.

Nonostante il mio eccellente curriculum non sono passato. Lo sapevo già, per me è l’ennesima conferma di una sottile congiura ordita contro la meritocrazia. Umberto Barbini è dentro, secondo classificato nonostante non sappia parlare un italiano corretto e il suo quoziente intellettuale rasenta quello dei primati.

Così sorrido e tutti mi guardano sconvolti. Sorrido nauseato dal sentore stantio di queste aule, lancio sguardi disgustati a tutti i presenti e butto gli occhi dentro quelli di Umberto. Lui mi ricambia un sorriso strafottente e prima che possa aggiungere qualcosa a quella sua aria tronfia affondo il mio destro in quella faccia viscida.

Lo so che sto sbagliando, lo so che verrò giudicato male e che in fondo la violenza non serve a niente, se non a mostrare il lato peggiore delle cose.

Ma cazzo come mi sento meglio.

Mi sento proprio meglio mentre lo vedo traballare e cascare come un sacco di merda a terra, tra la folla che si è disposta in cerchio.

Continua a guardarmi con quei suoi occhi pieni di boria. La folla è ammutolita. Pensano che io sia pazzo, un violento, uno che non rispetta le regole e non sanno che sono tutti vittima di questo sistema che se ne infischia delle regole, grazie proprio a quelli come Umberto, che lo piegano il sistema ai propri bisogni, ai propri voleri con il semplice gesto di una telefonata fatta al momento giusto, alla persona giusta, fatta dalla persona giusta, quella alla quale non si può dire di no.

La commissione non ha potuto dire di no, i colleghi non dicono nulla, non si chiedono nulla ma io scoppio di rabbia, vorrei urlare la rabbia che sento covare come lava nello stomaco. Ma non parlo e gli giro le spalle mentre lui è ancora a terra con il volto scosso dal mio destro ben piazzato.

È stato un gesto stupido ma dannatamente umano. È io sono un uomo per dio, non un maledetto burattino. Non lo sarò mai, e pagherò per questo un caro prezzo ne sono ben cosciente, ma mai tanto alto quanto l’annientamento della mia coscienza.

Ogni mattina continuo a guardarmi allo specchio, anno dopo anno, con occhi limpidi, guardo la mia compagna che amo che amerò sempre nonostante i nostri nomi non figurino in nessun contratto e i miei bambini ai quali racconto sempre la verità, senza bisogno di tingerla di colori pastello perché in fondo quello che faccio lo faccio per loro, per poter un giorno sperare di lasciare una traccia, un esempio di lealtà e correttezza, se non da ammirare quanto meno da rispettare.

Quello che mi ha sempre sostenuto nelle mie scelte è stato proprio il rispetto, verso se stessi prima di ogni altra cosa, verso le persone e verso i propri ideali. Il rispetto che permette di salvarsi dal dilagare della superficialità e dalla legge della ragione dei più forti. Il rispetto mi ha impedito di piegarmi al sistema e restarne schiacciato tutte le volte che mi sono trovato a dovere scegliere tra il mio interesse personale e l’onestà. E ho imparato quanto è difficile dire di no. Rifiutare la tentazione della strada più breve, quella che ti porta dritto al tuo posto in giacca e cravatta, stipendio medio basso, modello 740, utilitaria e ferie d’agosto e nome prestampato sulla scheda elettorale.

Forse sono stato stupido a faticare tanto, a compiacermi di avere faticato per ogni cosa che ho ottenuto, a pensare di averla meritata e per questo sentirla più cara e preziosa. Forse sono stato un sognatore e un idealista, in un mondo che se ne infischia degli ideali e i sogni li sbatte in vetrina con il prezzo bene in vista.

Forse.

«Papà ma cos’è la libertà?»

O forse no.


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--AfroditeAx 11:54, 6 mar 2010 (UTC)


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