Ponderosa
Da Storiealcubo.
| Attenzione: Racconto ad alto contenuto erotico. Se ne raccomanda la lettura esclusivamente ad un pubblico adulto. |
Aveva appena finito il turno 16-24. Uscire dalla questura a quell’ora non le faceva più quell’effetto… non la faceva sentire più allarmata e non si metteva più in guardia come prima, fino all’arrivo a casa. Ormai ci aveva fatto il callo, era più serena ad attraversare il quartiere, anche sapendo che qualche nemico probabilmente la spiava a dovuta distanza. Essere spiata per lei però, era diventato qualcosa di eccitante; non era una minaccia, era un pensiero curioso che riusciva a stimolare le fantasie più nascoste, quelle inenarrabili, quelle per cui suo marito, conservatore e perbenista, l’avrebbe ripudiata. Del resto certe voglie non si addicono ad un ufficiale di polizia. Ma nonostante ciò, era inevitabile sobbalzare di piacere, arrossire di brivido nell’immaginare quella lotta di gruppo, sporca e carnale.
Si erano fatte più o meno le 24.20 e, senza un minimo di controllo razionale, Sara decise di non tornare a casa quella sera. Posteggiò nel primo parcheggio libero trovato per strada, si tolse i pantaloni della divisa e indossò la minigonna di nappa che aveva acquistato lo stesso pomeriggio. Decise di non togliere la giacca della divisa da sbirra, la sbottonò leggermente per far respirare (agli altri) un po’ della sua pelle… morbida e candida. Si mise alla guida e andò a casaccio per le vie della città. Tolse il cappello e la fede d’amore soltanto quando arrivò alla bisca di un quartiere popolare molto lontano da casa sua.
Quando entrò, si avvicinò con passo sicuro verso il bancone del bar, accese una sigaretta e ordinò rum e pera. La sua voce era calda ed invitante, sembrava un sussurro di sirena che incitava Ulisse ad abbandonarsi ai sensi del desiderio. Poco dopo, le si sedette vicino un tizio molto strano, probabilmente era fatto di coca, e disse al barista “Offro io alla signorina” poi rivolgendosi alla atipica fanciulla dall’aria sognante, chiese “Come ti chiami femmina?”. Non era molto gentile dal tono e questa brutalità virile faceva eccitare Sara in modo inaspettato, le sue mutandine di raso si cominciavano a bagnare. Sara rispose che egli faceva meglio a stare allerta, che il suo nome non l’avrebbe pronunciato e che la camicia a scacchi in stile texano la faceva sballare molto. La provocazione fu accolta con una grassa risata dal tizio brizzolato, che aveva già la bavetta all’angolo della bocca, che continuò dicendo “sei una tipa sveglia… ma vedo che fai la sbirra… peccato. Ci saremmo potuti divertire ma al solo pensiero che hai una pistola mi si ammoscia, dolcezza…”.
A quel punto Sara, incurante del codice di sicurezza, tirò fuori la pistola dalla fondina e cominciò a strusciarla sui pantaloni del Cocaman, proprio all’altezza della cerniera. “Non ti impressionare di uno stupido giocattolo… non è mica divertente come il tuo… mi sa che questa pistola non vale niente in confronto al tuo missile…” La sua voce si faceva sempre più pungente, con la lingua chiedeva esattamente quello che il sognante sconosciuto le voleva dare. A questo punto si ritrovarono le lingue ficcate in bocca come una sorta di danza tribale, come l’iniziazione al rito della passione.
Gli altri clienti, sparsi un po’ qua e là dentro la bisca, avevano visto e sentito tutto… uno, che fino a un momento prima stava giocando ad una macchinetta ruba soldi, le si avvicinò da dietro e iniziò a palparle il culo con stuprante energia. I sospiri di lei aumentarono vertiginosamente, quando Cocaman le mise due dita sulla patata. Era bagnatissima e calda. L’altro, il giocatore malato, abbastanza giovane sui trenta, le infilò un dito nell’ano, provocandole una sensazione di piacere afrodisiaco…
La voglia di scopare era diventata intrattenibile, e il bancone del bar sembrava un comodo letto su cui esibire le proprie rotondità. Si sedette sul banco e fece scivolare la gonna; aveva un culo meraviglioso, a mandolino e tonico. I seni scoppiavano di esuberanza nel sua 4 misura naturale. I capezzoli, accarezzati dalle sue mani di fata, chiedevano soltanto “Bevimi”. I tre cominciarono la danza sessuale molto armonicamente, senza lasciare nulla al caso, i preliminari venivano assaporati con ibrido trasporto dai tre. Mentre lei si accarezzava, il trentenne le leccava i piedi e le gambe, mentre il cocainomane le succhiava la vagina, alternando delicatezza a velocità. Le sue urla aumentavano di decibel ogni qualvolta la saliva dei due cani la spalmavano. Il barista non volle restare a guardare e le sbottono gli ultimi due bottoni della camicetta sotto la giacca, così da poter giocare pressantemente con i suoi seni prorompenti. L’odore di fica scottante aveva invaso le narici delle vittime di quello stupro mentale.
Entrò, proprio in quel momento la cameriera del ristorante adiacente alla bisca. Una brunetta dagli occhi di ghiaccio dall’apparente indifferenza.
Si servì da sola prendendo una birra dal frigo, proprio affianco all’orgia in atto, e si mise ad osservare la scena come se fosse davanti la tv. Dopo dieci minuti di visione, decise che era ora di andare nella pista da ballo, la quale nel frattempo, vedeva distesa a culo all’aria Sara la tigre bianca. Senza l’aiuto di nessuno, occhi di ghiaccio si spoglio e salì sul bancone, baciando la tigre sulle labbra e invitandola a toccarla. I corpi non avevano più inizio e fine. Gli strafatti di libidine sessuale si erano fusi in quel gioco contorto di violenza e sensualità. Lasciarono che Sara e la tipa si studiassero un po’; osservavano, come fossero in un sexy club, le due gatte in calore che si sforbiciavano a più non posso, mentre gli orgasmi si manifestavano come la primavera di Vivaldi suonata da un’orchestra impazzita: dolce, passionale, allegro.
I cani decisero di prendere iniziativa e scollarono le fiche delle gatte per ficcargli dentro l’armeria. Il godimento stava arrivando ormai agli sgoccioli. Mentre Sara godeva a più non posso con un cazzo infilato in bocca ed uno dentro il culo, occhi di ghiaccio cavalcava il barista con sinuosa possessività.
Contemporaneamente, le due fanciulle trascinavano le labbra sulle braccia, per trattenere e aumentare l’orgasmo apocalittico, fino a quando una pioggia di seme di vita schizzo come proiettili dal pene del giocatore. Il suo sapore, notò Sara la succhiatrice, era amaro e pizzicava leggermente la lingua. Gli altri due amanti improvvisati, tirarono fuori il fucile a pompa e spararono a casaccio. Gli altri clienti erano rimasti seduti ad ammirare lo spettacolo, troppo timidi per interagire in un evento così sacro, così profano.
Sara, la sbirra, si rivestì, chiese il numero di telefono a occhi di ghiaccio, salutò molto vagamente e uscì. Fine della festa.
Rientrò a casa alle 3.30 del mattino e trovò ad accoglierla un uomo affranto e ubriaco che non le disse nulla, la guardò solamente con aria drammaticamente dispiaciuta. Suo marito stava sfogliando l’album fotografico delle loro nozze, mentre aspettava preoccupatissimo il rientro della compagna.
Poi però parlò “Perché hai spento il telefono? Hai dovuto fare ore straordinarie?” Sara rispose “Sì” con quel filo di voce che le restava, ad occhi bassi, mentre Carlo piangeva a dirotto.
In verità, egli immaginava perfettamente cosa era successo a Sara, ma dopo la sua gravissima e distruttiva operazione, non avrebbe potuto più inebriare la sua amatissima donna di piacere sensoriale… mai più. Il perdono al cedimento di una tentazione era rimasto l’unico modo per rimanere uniti. L’amore avrebbe fatto il resto…
E vissero per sempre estranei e impotenti.
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--Cristiana d'apolito 15:34, 31 gen 2011 (UTC)

