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Rifiorire

Da Storiealcubo.


Il cielo aveva appena smesso di riversare sulla terra i suoi umori quel pomeriggio, e l’umidità dell’aria cominciava a contagiare anche i miei pensieri.

Sentivo la poca energia vitale che mi rimaneva dissolversi e farsi liquida nel mio corpo, come la rugiada che osservavo sospesa sulle foglie degli alberi attraverso la vetrata del salone.

Quella linfa vitale che mi manteneva in vita era ancora nelle mie viscere, ma sapevo che sarebbe scivolata via per poi evaporare, come le gocce di rugiada al primo raggio di sole.

Forse per questo temevo il sole; lo avevo sempre temuto da quando mi ero trasferita.

Che gusto ci trovava la gente nel farsi prosciugare dalla luce violenta di quel disco abbagliante nelle ore più calde dei giorni d’estate sui marciapiedi incandescenti?

Avevo osservato molte volte, nelle mattine d’agosto, il tratto di strada gremito di folla visibile dal punto della terrazza dove raramente uscivo, solo per scoprire il mistero di quell’insensato piacere nei gesti e nei movimenti dei passanti.

La loro lentezza, però, rivelava solo una progressiva perdita di linfa vitale; i corpi si irrigidivano in pose deformi, come foglie accartocciate e arse, pronte a frantumarsi al primo soffio di vento.

Ma la pioggia di quel pomeriggio di settembre aveva per fortuna annunciato la fine dell’estate e mi aveva inondato di una fresca gioia.

Oh se potessi trattenere per sempre nelle mie viscere quei liquidi vitali!

Andavo fuori solo una volta al mese, per precauzione, e rimanevo non più di un’ora e sempre nel punto più ombreggiato della terrazza di casa mia.

Tuttavia solo in casa mi sentivo al sicuro; la grande vasca al centro del salone mi assicurava che nell’aria ci fosse il giusto grado di umidità; invece fuori, dove il vento secco sembrava bloccare anche il respiro dei passanti, nessuna vita poteva esserci davvero per me.

Erano passati venticinque anni da quando mi ero trasferita lì, nel lussuoso appartamento di Madrid dove vivevo sola; sola… ovvero in compagnia di Lola. Sembrava che quella donna non mi vedesse, ero del tutto trasparente ai suoi occhi.

Tutti i giorni, questa corpulenta e indifferente straniera veniva per occuparsi della casa, e io, per lei, ero parte della casa; o meglio, ero parte di un lavoro noioso che le era toccato in sorte, tanto lontano dalla sua casa, dalla sua famiglia, dal suo paese.

Alcuni giorni al mese veniva a trovarmi anche lui, Diego, l’uomo che aveva voluto a tutti i costi portarmi nel suo appartamento; più che un gesto d’amore era stata una dimostrazione della sua ansia di possesso.

Ricordo il giorno in cui mi vide per la prima volta: rimase incantato di fronte alla mia esotica bellezza.

Allora vivevo ancora dove il cielo aveva voluto che nascessi, dove, senza l’alternarsi delle stagioni, la mia esistenza fluiva serena e in costante contatto con la natura e con l’aria: una dolcissima aria impregnata di vapori.

Come la soffriva Diego quell’aria umida! Aveva deciso di partire subito, prima del previsto; ma non poteva lasciarmi lì: dal giorno del nostro inaspettato incontro la sua smania di possesso aveva fatto sì che desiderasse portarmi con sé.

Così fui strappata dalla mia terra e attraversai l’oceano. Non sapevo ancora che mi avrebbe aspettato un destino di solitudine.

I primi mesi, i primi anni, furono difficili, ma allietati dalle attenzioni di Diego, che si vantava della mia presenza nella sua vita e mi mostrava con orgoglio ai suoi amici; molte volte li invitava solo per presentarmi a loro.

Sapevo che ero poco più di un ornamento nella sua lussuosa casa, e non posso dire che la mia vita fosse felice, perchè rappresentavo il trofeo di un uomo capriccioso, una delle sue conquiste destinata a cadere nell’oblio dopo un fugace momento di gloria e ad essere sostituita da qualcosa di più affascinante che, prima o poi, sarebbe entrato nella sua vita.

Però mi piaceva che mi ammirasse, mi piaceva che si prendesse cura di me.

Come avevo previsto, tutto cambiò; i viaggi di Diego divennero sempre più frequenti ed egli cominciò a lasciarmi sola per periodi sempre più lunghi.

Nutrirmi, trascinarmi da un punto all’altro della casa, portarmi fuori una volta al mese, era tutto quello che Lola faceva per me, ora che mi sentivo vecchia, appassita e priva di vigore.

Lei, se avesse voluto, avrebbe potuto parlarmi, avrebbe potuto toccarmi: non le apparteneva una forma di esistenza simile alla mia, silenziosa e incapace di contatti volontari, fatta di lenti, impercettibili movimenti.

Quel giorno di settembre, però, la donna era entrata in casa con un insolito sorriso, e si occupava delle faccende domestiche cantando canzoni esotiche che mi risuonavano familiari.

Chiamò al telefono Diego; gli disse che sarebbe tornata al suo paese, il Nicaragua. Per questo era così di buon umore!

Mi portò in terrazza trattandomi con una dolcezza nuova e chiamandomi “Caro sacuanjoche”.

L’aria che la pioggia aveva appena smesso di attraversare, riempiendola di umidità, e le melodie cantate da Lola, mi fecero tornare col pensiero a luoghi sepolti nella memoria, al paradiso dal quale Diego mi aveva strappata; mi trovavo di fronte a un alto edificio madrileno, ma vedevo giardini lussureggianti pieni di tutte le tonalità dei colori che non avevo più assaporato: azzurri luminosi, gialli abbaglianti, rosa e rossi intensi. Ogni colore mi invadeva la mente un attimo, mescolandosi con profumi intensi e gradevolissimi, per poi trasformarsi in immagini che recuperavo dagli abissi della memoria: specchi di mare, fiori tropicali di moltissime varietà, colline verdi disegnate su cieli sempre celesti.

Mi sentii rinvigorire alle radici e le mie membra indolenzite recuperarono la perduta forza. Percepivo la linfa vitale che mi scorreva nelle viscere e mi attraversava fino alle estremità.

Dieci giorni dopo sei boccioli spuntarono tra le mie foglie. Quando i loro petali coriacei si aprirono, come piccole dita strette in pugno che sbocciano con lentezza, sei pomelie rosa-violacee mi adornarono e un profumo di vaniglia e mandorla, che ormai avevo dimenticato, mi inondò. Finalmente ero tornata a fiorire!

Note
Il sacuanjoche o fiore di maggio, ovvero la pomelia, aveva per i Maya un valore divino, perché il suo frutto ha due baccelli che scendono da un solo stelo; ciò costituiva per loro la rappresentazione simbolica di due generi distinti, uno maschile e uno femminile, la cui origine procede dallo stesso principio vitale.

Si racconta che gli indigeni immergevano i neonati nella zagara del sacuanjoche.

Oggi il sacuanjoche è il fiore nazionale del Nicaragua.

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--Plumeria 13:22, 6 set 2010 (UTC)


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