SCOGLIONAS TOWERS
Da Storiealcubo.
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| SCOGLIONAS TOWERS | -> | L’odore del sangue |
| Attenzione: Qualsiasi riferimento a persone o luoghi realmente esistiti o esistenti è puramente causale. |
| Introduzione |
| Alla prima parte non necessariamente ne seguirà una seconda a meno che qualcuno non entri nella Scoglionas story |
I PARTE
A volte la vita è crudele. E i genitori sanno esserlo anche di più: mi chiamo Penzo Piano e sono un architetto. Capirete: non è stato facile!
La mia carriera ha avuto alti e bassi, oggi, quasi in pensione, come architetto sono completamente screditato. Ma sono ricco e me la rido di gusto. Ho esercitato tutta la vita in Sicilla, un’isola splendida ai margini del grande impero d’occidente. Un impero decadente a dire il vero ma pur sempre un impero.
Ero all’apice della mia carriera quando un giorno mi arrivò una missiva del sindaco di Roccacannuccia; tale Don Tano si firmava. Nella stessa Don Tano mi suggeriva l’opportunità di una mia visita per discutere dell’affidamento diretto di un progetto edilizio a suo dire “epico”. Più per curiosità che per altro decisi di andarci. Preparai l’armatura burocratica: gessato d’ordinanza, cravatta, PC portatile, due telefonini etc, e mi misi in macchina per le provinciali verso la meta. Settanta chilometri di ameni paesaggi fioriti mi fecero compagnia mentre sobbalzavo sulle settecentomila buche di cui averi fatto volentieri a meno e, come d’un solo balzo, mi trovai sotto il seicentesco municipio del paese.
Un nugolo di “ausiliari del traffico” vigilava volteggiando rapacemente sul piazzale antistante al municipio proditoriamente fornito dei divieti più assurdi e classisti possibili: Autoblu si, altri colori no, euro 5 si, meno di cinque no, ma se d’anno bisestile il metano forse si ma solo dalle 12 alle 12,17 poi disco orario o permesso del sindaco bollato, vidimato e esibito in permanenza etc…. Gli ausiliari intanto giravano in cerchi concentrici sempre più stretti facendo però finta che io non esistessi. Decisi di fottermene confidando nell’invito della suprema autorità amministrativa del Paese. Abbandonata l’auto mi diressi in fretta verso il portone ligneo dalle ricche modanature del Municipio. Ebbi un vago sentore del fatto che gli ausiliari avevano avvertito l’odore del sangue e fremevano sbattendo nervosamente la penna sul blocchetto. Li ignorai e salii. Ero appena scomparso alla loro vista, quando avvertii un rombo sommesso, come la partenza della F1 ascoltata in Tv dall’appartamento adiacente, precedere un tramestio confuso di lotta a suon di penna nel tentativo atavico di arrivare per primi sulla preda eliminando gli avversari. Giunto nell’anticamera dell’ufficio del Sindaco un usciere-segretario-nonsochealtro, cominciò a spiarmi chi fossi e il motivo della visita. Confessai subito le mie generalità e l’invito del Sindaco.
Soddisfatto della risposta, senza tuttavia lesinare un’indagine indiziaria supplementare sulle mie caratteristiche gomofiseologiche (l’armatura d’ordinanza a prevenire ciò serve), l’usciere sparì dietro una porta a doppia anta in massello robusto per riuscirne dopo trenta secondi con un gran sorriso annunciandomi che il sindaco mi avrebbe ricevuto subito: appena cinque minuti… dopo due ore e mezza, trascorsi che furono i cinque minuti, il segretario mi disse compiacente: “Prego, si accomodi”. I saluti furono calorosi come se io e il sindaco si fosse vecchi amici. Tarchiatello, sulla sessantina, con capelli lisci e lunghi gelatinati all’indietro a mo’ di riporto, Don Tano aveva dei bei mocassini di pelle nera leggermente sformati da quelle che promettevano essere due cipolle nodose ai piedi. Mentre mi accomodavo sulla poltrona di pelle di fronte alla maestosa scrivania di Don Tano intravidi un attimo dalla finestra un carro attrezzi che portava via una macchina del tutto simile alla mia e una frotta di ausiliari che si dirigevano allegri verso il Bar dello Sport al margine destro della piazza.
“Signor Sindaco, a che devo l’onore di questa convocazione” chiesi per arrivare subito al dunque.
“Accomodandosi sulla poltrona in velluto rosso cardinalizio e braccioli d’oro, –manco fossimo in Siam– pensai, Don Tano ridusse a due fessure gli occhi normalmente “porcini” e disse: “Noi, abbiamo seguito molto il suo lavoro e i suoi magnifici progetti”.
Il “Noi” già non mi era di facile decodifica e mi si conficcava come una lama nel cervello riportandomi a vecchie storie dei secoli passati che parlavano di sette segrete, mafie, massonerie etc… cose d’altri tempi insomma. Don Tano continuò: “Abbiamo deciso che lei è l’uomo giusto”.
“L’uomo giusto per cosa? domandai sempre col pensiero al Noi e alla mia macchina.
“L’uomo giusto per dirigere un impresa edile epocale che proietterà Roccacannuccia sulle scene mondiali presenti e future tra le stelle del frizzante firmamento della celebrità”. La mano grassoccia di Don Tano nel mentre compiva un semicerchio spalancando un immaginario sipario a me e al mondo intero.
“ Fantastico.” Dissi. E continuai: “Sono davvero onorato eccellenza. E in particolare di cosa si tratta?”
“un ponte”
“Un ponte?”, “ma siamo settanta chilometri nell’entroterra in aperta campagna…”
“ma no, ma no” mi fermò Don Tano. “Cosa ha capito? Si tratta di un ponte tra le culture. Un ponte metaforico che superi il mare delle etnie, un ponte che vada oltre il mare metafisico del WEB per portare la Sicilla al centro del mondo, così come merita”.
“Ah! Ecco..”, “Insomma una specie di tour Eiffel che renda l’isola un polo d’attrazione”
“Ma che dice amico mio… non mi faccia dubitare di lei proprio ora” – pausa –.
Intimorito e rassegnato, attesi.
Don Tano riprese: “La Sicilla è sempre stata ed è ancor oggi u viddicu del mondo” ¬ – pausa più lunga –.
“Solo che è un viddicu, come dire? Introflesso.”
“Certo”. Dico.
“ E Noi lo vogliamo estroflesso”.
Don Tano avvicina il volto al mio letteralmente sdraiandosi o quasi sulla scrivania e con due dita mi fa cenno di porgergli orecchio per una confidenza: “Come chiddu di mia nuora Mariuccia… ca mi fa moriri”.
“Scusi Don Tano, ma ancora non capisco bene il mio ruolo. Lei, che è uomo di mondo, mi aiuti a capire…”
Don Tano si alza e raggiunge il centro della sala sotto il lampadario di murano e descrive con il suo corto braccio un ampio, si fa per dire, gesto semicircolare guardando in alto verso il lampadario, verso il futuro come dovette fare Edison prima di lui, e proclama con tono baritonale che manco alla Worner Bross…:
“SCOGLIONAS TOWERS”
e rimase immobile a guardarmi con un gran sorriso.
Imbarazzato e sorpreso dissi con un filo di voce : “bello”.
“Volete realizzare delle torri alberghiere per i turisti”
Ora il sindaco rise veramente di gusto. Quando si riprese disse “ma no, ma no, amico mio. Di più. Molto di più. Pensi in grande.”
“Caro Don Tano, non ci arrivo” ammisi.
Chiuse il pollice della mano destra formando un quattro: “Quattro”
Le Petronas towers son due? E allora noi raddoppiamo e facciamo le “SCOGLIONAS TOWERS”. Quattro torri alte il doppio delle Petronas.”
Cominciai a sudar freddo pensando che mentre la mia macchina, unico mezzo di fuga, mi era stata probabilmente portata via dai suoi malpagati sgherri, io ero costretto a immaginare quattro grattaculo agli angeli in mezzo al nulla più totale.
Dovevo pur dire qualcosa di intelligente per uscire da quella situazione imbarazzante… in fondo ero un architetto famoso anche se mi chiamavo Penzo Piano; e che diamine! “Ma… Don Tano” esordii “non pensa che i Sicillani siano già scoglionati dai due secoli e mezzo di promesse per un ponte che manco volevano?
“E qui sta il bello amico mio” disse con lo sguardo da Faina Don Tano. E continuò: “il ponte –pausa– era uno specchietto per le allodole”.
“Alla faccia dello specchietto” pensai
“ Il ponte era il mezzo di ieri per arrivare oggi alle SCOGLIONAS TOWERS”
Alzandomi a mia volta replicai: “Don Tano, ma lei ha una vaga idea di quanto possa costare ciò che lei descrive?”
“Si” rispose secco.
Pausa. Poi continuò: “NOI lo sappiamo”
Questa, amico mio, è una operazione governativa internazionale.
LUI vuole che si faccia. E si farà”.
Presi congedo dal Sindaco e mi diressi verso il posto auto ovviamente vuoto. Dopo tre ore e centosettanta euro sborsati al comando dei vigili urbani arrivai, d’un sol balzo, a casa.
Firma
--Gari 09:08, 15 apr 2010 (UTC)a

