SCOGLIONAS TOWERS II
Da Storiealcubo.
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| Attenzione: II PARTE |
II parte
Due mesi dopo il contratto faraonico era pronto e firmato: ero ricco.
Le SCOGLIONAS TOWERS sarebbero costate circa un’intera manovra finanziaria ma avrebbero surclassato le rivali Petronas in numero, altezza, bellezza, efficienza e qualità estroflettendo il sicillano ombelico verso l’infinito, ché magari i Jumbo avrebbero dovuto deviare la rotta.
Trecentocinquanta piani per quattro di democratica e maestosa visibilità planetaria. Avevo fatto proprio un bel progettino..
Tutto pareva andasse a gonfie vele: lavoravamo per entrare nella storia dalla porta principale. Gli operai faticavano il doppio senza chiedere straordinari, i fornitori erano onesti, precisi e puntuali, etc. Il mio scetticismo iniziale crollava a picconate sotto un’efficienza davvero senza precedenti nella memoria di Sicilla. Le giornate trascorrevano operose e serene. A sera i pastori ci portavano vastedde di ricotta calda che mangiavamo col pane appena sfornato, tutti seduti intorno ai fuochi. Al tramonto avevo il vezzo di disegnare sulle pietre con un ciocco di legno dalla punta carbonizzata. Schizzavo delle specie di ominidi come se fossero stuzzicadenti storti, oppure tratteggiavo sgorbi di profili di capre etc… insomma stavamo davvero in pace con l’universo armoniosamente intenti a raggiungere la nostra meta.
La mattina seguente Don Vito mi avvisò che ci sarebbe stata una presentazione ufficiale alla stampa del cantiere alla presenza delle autorità locali. Alle 10 in punto quattordici auto blu sirenate e blindate arrivarono serpeggiando lungo la piccola trazzera di campagna; da ognuna di esse discesero quattro uomini armati fino ai denti più le autorità con armatura d’ordinananza.. Dalla prima macchina emersero Don Tano e il figlio Din, un omaccione più grasso che imponennte, così chiamato in onore a James Dean dal padre folgorato, nella giovanile primavera, dal mito della cinematografia americana; solo che quel paraculo comunista di impiegato dell’anagrafe scrisse proprio Din sul registro. Don Tano e il figlio Din, assessore all’edilizia, scesero dalla prima vettura. Dalla seconda in poi c’era praticamente tutto lo Stato Maggiore del governo della Sicilla. Una fauna giornalistica al gran completo attendeva l’inizio della presentazione; dall’ultima macchina scese eterea una figura femminile in talleur e gonna blu sotto il ginocchio. La chioma mesciata riverberava gaiamente i raggi del sole che nulla potevano contro i grandi occhiali griffati stile anni settanta. Prontamente la Mesciata si diresse verso la zona riservata alla Curia salutando riveritamente la papalina rossa del Cardinale e degnando appena di un sorriso chiunque altro; tutti, tranne Don Tano che si produsse in un bacia mano alla Clarke Gable e al quale l’eterea signora porse i più affettuosi e sinceri auguri di LUI.
Il bla bla di presentazione durò a lungo; ma terminò nel momento stesso in cui i cameraman furono richiamati in sede per il montaggio del girato. Il serpentone blu girò la coda e sparì velocemente in mezzo all’erba. Solo l’eterea s’intrattenne con Don Tano passeggiando nel cantiere fino al tramonto. A un tratto tuttavia l’eterea trasalì fissando in terra qualcosa, e chiese di andarsene subito. A nulla valsero le insistenti e affettuose richieste di Don Tano sul perché di tale turbamento.
L’indomani, mentre ci apprestavamo a iniziare di buon mattino gli scavi, a sirene spiegate e con la pubblica sicurezza in testa tornò la Mesciata che ordinò l’apposizione dei sigilli al cantiere: tutti a casa. A nulla valsero le mie richieste di spiegazioni. M’infilai in machina e corsi a buttare giù dal letto Don Tano, che tanto mattiniero non era. “Din-don”, suonò il campanello. Mi aprì il giovane Din che era quasi pronto per recarsi in ufficio. “Vorrei parlare con Don Tano” dissi. “Perché”mi spiò lui.
“Ricorda quella signora che ieri parlava con suo padre? È arrivata con i carabinieri e con un mandato del giudice e ha chiuso il cantiere apponendo i sigilli”.
Din sbiancò. E disse: “vado a svegliare Don”.
Don in giacca da camera scese per le scale mentre il campanello della villa suonava nuovamente: Din Don… i due si guardarono a lungo; dall’imbarazzo li tolse la governante, nel frattempo giunta, che aprì la porta.
La mesciata in persona apparve ritta sull’uscio.
“Mi scusi l’ora Don Tano, ma fatti gravissimi mi hanno costretta a chiudere il cantiere prima dell’inizio dei lavori”.
“Fatti gravissimi” e madonuzzaa mia cosa è successo? Che ci fu sparatoria? Omicidio? Ammazzatine?”
“ Peggio” disse lapidaria da dietro gli inviolabili occhiali la mesciata; “molto peggio”: “Paleolitici”
“Eeeh?” dissero all’unisono Din e Don.
“Proprio così” aggiunse sussiegosa la mesciata battendo il piedino come una maestrina che rimprovera due monelli: “Voi state scavando in una zona dove sono presenti testimonianze del paleolitico in terra di Sicilla!”.
“Ma veramente noi non ne sappiamo nulla” balbettarono asincroni i due cercandomi con lo sguardo.
Intervenni a sostegno di Dindon affermando di non avere la minima idea di ciò che la mesciata stesse asserendo e che noi durante gli scavi non avevamo rilevato alcun tipo di reperto. “Io stessa ier sera” cominciò con puntiglio l’alto funzionario “mi sono accorta di alcuni incisioni rupestri su dei massi. Non capisco come vi siano sfuggite”. Un po’ mortificati e molto preoccupati Don e Din correvano con lo sguardo da me al cielo e dal cielo in terra come se avessero paura dei fulmini che sarebbero potuti partire da dietro quegli occhiali.
“Comunque ho già tre squadre di esperti al lavoro dentro gli scavi per verificare l’entità del sito. Tuttavia caro Don Tano non posso darle grande speranze per la riapertura del suo cantiere che dovrà senz’altro spostare”. Girò sui tacchi e uscì.
“Sta grandissima figlia di una…” disse Don Tano appena fu sicuro che la mesciata fosse abbastanza lontana da non sentirlo. “ma chi si crede di essere?” incalzò Din menando nervosamente il lembo sbottonato della giacca come un grosso toro infuriato che dimena la codina e alzando le corna, e avoglia pensai, in gesto intimidatorio . Io in silenzio riflettevo in disparte. Conclusi alla fine che era meglio ne restassi fuori e scelsi il silenzio dei giusti:.
“Allora papà che facciamo? Sbaracchiamo?” domandò Din.
“Sbaracchiamo una minchia…” rispose l’inviperito Don con il riportino scivolato a destra.
Rivolgendosi a me mi liquidò temporaneamente:”Si prenda una settimana di vacanza il tempo che quella grandissima leccapapaline finisca di rompere con le sue squadre. Nel frattempo NOI troveremo una soluzione”. “Vorrei poter scegliere” pensai. Ma risposi: “D’accordo Don Tano. Ossequi anche a lei caro Din.” Girai anch’io sui tacchi e uscii.
Una telefonata dopo cinque giorni mi avvisò che l’indomani mattina i lavori sarebbero ripresi e di presentarmi puntuale al mio posto di lavoro. Scesi di corsa per le scale e andai a comprare il Giornale di Sicilla che in cronaca locale titolava su cinque colonne “Ripartono i cantieri delle SCOGLIONAS TOWERS” e sottotitolava: La soprintendenza ha disposto il trasferimento dei reperti paleolitici di superficie al museo nazionale del Gattopardo. Una squadra della soprintendenza vigilerà all’interno degli scavi per eventuali rinvenimenti di nuovi reperti”.
Le quattro torri compreso gli interspazi si sarebbero sviluppate su 1500 ettari di campagna orientandosi sui quattro punti cardinali per estroflettere ai quattro angoli della terra il viscerale messaggio della rinascita di Sicilla. A fianco di questa enorme superficie sarebbero sorti grandi centri commerciali, ospedali, un eliporto e perfino un piccolo aeroporto per piccoli Jet.
Finimmo gli scavi senza ulteriori intoppi, anche perché non ero più dell’umore giusto per disegnare. Le cose stavano decisamente migliorando quando arrivò la posa della prima pietra. Fu una grandissima festa conclusa con cannoli e champagne. L’indomani mattina, nella tarda, tuttavia vi fu una inaspettata visita: il sedentario Din aveva portato le sue grandi chiappe fino al cantiere per sottopormi una variante di progetto voluta dalla moglie e, a suo dire, ma non stento a crederci, caldeggiata dal padre. L’eliporto e l’aereoporto dovevano essere spostati in cima alle SCOGLIONAS TOWERS con una enorme piattaforma di 1500 ettari in acciaio rinforzato tipo portaerei. Perplesso dissi che la faraonica spesa non aveva alcun senso poiché in campagna c’era pianura ancora più che sufficiente per quelle e altre infrastrutture. “Si ma fa caldo. E Mariuccia ha la pelle delicata e d’estate vuole l’ombra in cortile che altrimenti le si scotta u viddicu” mi disse Din con un mezzo sorriso. Balbettai qualcosa del tipo “ma da quell’altezza l’ombra l’avrà in cortile solo al solstizio d’estate a mezzogiorno per 10 minuti. Poi la dovrà seguire in bicicletta! E in inverno che il sole gira più basso la dovrà inseguire in elicottero magari sul mare!”
“Meglio” rispose Din “ Così potremo dimostrare che la nostra opera è meritoriamente ed equamente democratica: “Più ombre per tutti”. Avvilito e rassegnato presi il rotolo con gli incartamenti della variante e continuai a lavorare.
Dopo sei mesi eravamo già giunti al 5 piano di tutte e quattro le SCOGLIONAS TOWERS contemporaneamente, quando improvvisamente ci fu un fortissima scossa di terremoto che ci fece perdere l’equilibrio. La prima scossa con epicentro abbastanza profondo fu seguita da uno sciame sismico con epicentro nelle tasche dei pantaloni dei politici e dei costruttori dove i vibratori dei telefonini cominciarono improvvisamente a fremere contemporaneamente mentre entravano in azione le apposite suonerie, caratterizzate da una fragorosa risata, per segnalare eventi distruttivi di enorme portata.
To be continued
Firma
--Gari 08:27, 18 apr 2010 (UTC)

