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SOVRAPPENSIERO

Da Storiealcubo.


Ritorno a scrivere, ritorno sui banchi di scuola.

Chissà quale storia racconterò, o nessuna.

Sono certo che la penna non si fermerà come al solito prima di un’ora. L’attesa compensa sempre un ritorno, gradito alle volte, ma biasimato da molti.

Ci si sente passionali di un essere che vive in corpo, e ogni tanto fa capolino al cervello in anchilosi.

Questa volta tratterò del movimento di un’articolazione inconscia, il pensiero.

Pensare, o forse pensare-pensiero?

Cogito, ergo sum.

Quindi, il pensiero interpreta la realtà circostante, si prende coscienza del mondo.

Fin qui tutto ok.

Ma se ci si ritrova chiusi in se stessi, quale è la chiave di lettura?

Ritengo che qui intervenga qualcosa di più alto. Qualcosa che nasca dallo spirito, che non si concretizzi, ma che resti indefinito ed interpretato dal nostro inconscio sotto forma di sogno o sensazioni. Infatti quando si dice sovrappensiero si indica il distrarsi dal mondo reale.

Potremmo definirlo una forma evoluta del pensiero che smarrisce i punti di riferimento visivi per cercare in altre coordinate sensoriali la giusta chiave interpretativa.

Quando scrivo chiudo gli occhi. Le dita seguono il sovrappensiero che con voce sottile mi parla nel cervello.

Abbandonarsi in essere-coscienza è viaggiare nei meandri della psiche, veleggiare con il vento in poppa verso lidi sconosciuti, ancora da interpretare. Scovare. Studiare se trattasi di terre emerse o abbandonate nottetempo.

Si scrive una lirica o un racconto. Si fa una dedica al proprio amore. Si compongono melodie ancestrali. Oppure, abbandonando ogni rosea finalità ci si pone una visione nera, oscura. Profonda come il senso della morte. La morte è tema ricorrente. Questa sconosciuta.

La si ama e la si odia. La si teme più della vita stessa. Il fermarsi del proprio tempo, lo scoccare della mezzanotte che conduce i corvi a riprendersi l’anima per riportarla indietro nello spazio-tempo e riseminarla in nuova vita. E se invece ci abbandonassimo al fluire dei pensieri così come generati, neutri, laici?

Forse risulteremmo animali istintivi, senza pregiudizi, solo accecati da impulsi di sopravvivenza. La società, invenzione goliardica, sarebbe un puro set cinematografico come il cinegiornale di Kane in Quarto potere. “Io sono un'autorità su come far pensare la gente”.

Siamo tutti in fin dei conti condizionati dalle regole, dai limiti autoimpostici per frenare lo scorrere fluviale dell’inconscio con tutti i suoi pericoli.

Torniamo indietro controcorrente. Siamo salmoni, che risalgono la corrente, sino alla sorgente. Lì non andiamo a scoprire dove nasce e si diffonde la vita, lì ci andiamo solo per abitudine, per scambiare due chiacchiere o bere un Daikiri alla fragola. Non ci andiamo per pensare, ma neanche biasimo questo atteggiamento. E’ buonissimo il Daikiri.

Ora tutto si sorregge sulla potenza della portabilità di un I-pad, sulla forza dei social-network, e i libri?

Per quei pochi che leggono esistono ancora degli scrittori che si autofinanziano per esprimersi. Il resto si improvvisa autore-tv o creativo di packaging per la confezione regalo del prossimo profumo di natale.

Quindi, pensiero o sovrappensiero? Quale preferite?

Secondo i sondaggi un 45 per cento degli italiani ha detto: pensiero, un 30 per cento: sovrappensiero, e il rimanente 25 per cento ha risposto: non so.

Non ci resta che attendere il prossimo natale per acquistare il nuovo profumo Gocce di Salmone, o recarsi in libreria a prenotare una copia della “Bestia di stile” di Pasolini. Per lo meno farà riflettere su come sia difficile lasciarsi andare ai propri sovrappensieri, essendo impossibile, in questa società che non contempla differenze, appunto il “pensare”.


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--Syt 23:24, 23 ago 2010 (UTC)


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