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Se stesso

Da Storiealcubo.

Introduzione
Specchio

Che ora era?

Giorno, notte?

Aver tolto tutti gli orologi aveva i suoi vantaggi, ma era spesso una seccatura.

Arrivava sempre in ritardo, davanti se stesso, al mattino. Incapsulato in un corpo che doveva portarsi sempre appresso.

Strana la vita, pensava. E mentre pensava, si rendeva conto che non era facile arrivare a capire questo concetto e

padroneggiarlo senza cadere in false illusioni retoriche.

Il suo corpo, fido compagno di vita, lo seguiva sempre, suo malgrado. Alleato da sempre, da sempre suo nemico.

Silenzio attimo. Nanosecondo gridava aiuto e reclamava vita.

Si alzava. Sudore sentiva sgorgare dal nulla corpo che vacillava.

Trascinandosi, affannato e affannoso, copriva nel buio lo spazio che dal corridoio lo portava all’infinito. A memoria,

conosceva anche il millimetro spigolo li all’angolo destro, prima di girare.

Tante, troppe volte l’aveva fatta quella strada.

Al buio, arrivava nell’area benefica del tuo vivere. Uno spigolo di luce si inerpicava dalla strada alla stanza e silenzioso

chiedeva di entrare venendo accolto da buio pesto, che tuttavia assumeva adesso una connotazione di spazio accogliente.

Sull’uscio della porta e del suo essere pendeva, e prendeva ancora tempo da se stesso cercando di portare avanti la sua

esistenza varcando quella porta verso il “suo” spazio possibile. Pochi passi, si girava da un lato. Due passi ancora, si

appoggiava al lavandino. Sguardo al centro del mondo.

Lo vedeva. Si vedeva.

Allo specchio.

Fermo immobile cercava tutta la sua concentrazione per avere il coraggio.

Trafelato, cercava di ricomporsi per non darsi nell’occhio e iniziare come sempre a perder tempo. Indifferente, ancora,

giocava con la cornice dello specchio, tergiversando da se stesso e dalla sua superficie pelle che lo separava dal tutto.

Guardava. Si guardava. Ma ancora non vedeva. Ancorato nuovamente alla sua fisicità, tuttavia sentiva che anche stavolta

se ne sarebbe liberato.

Ancora.

Silenzio, ancora.

Sapeva che sarebbe arrivato il momento, da li a poco. Doveva andare avanti.

E accadde, di nuovo.

Allo specchio.

Si guardò.

Morì.

Inizio di un attimo eterno di vita.

L’etere si fece aureo. Pellicola di vita impressionante e impressionata in uno spazio vitreo. Fotogramma con tempo di posa

infinito dilatava la non forma che allungava il tempo.

Un attimo.

Il suo essere mortale immondo esplose ancora una volta dietro lo sguardo dei suoi occhi. Respiro voglioso stentava ad uscire.

Aria.

Mancava.

La cercava sempre in questo preciso non istante attimo che spaziava attorno alla sua impalpabile aurea. Travolto dall’essere

nuovo, gettava la faccia in avanti per entrare, a questo punto, ancora più dentro verso la sua nuova dimensione ormai

conosciuta ma sempre stupefacente e scambievole. Fluttuava oltre lo specchio, alla rinfusa. Elettrone impazzito senza

direzione percorreva tutte le direzioni. Contento del nulla che lo avvolgeva, senza sofferenza, senza tempo. Contenuto da

questo nuovo spazio che lo accoglieva.

“Senza”.

Ma Essenza.

Stavolta, ancora. Trovava il punto del tutto e si faceva avanti in uno spazio etereo, camminando e correndo a tratti.

Impaurito a volte. Ma con tutto il suo essere voglioso di scoprire di nuovo il conosciuto difficile da trovare quando ne era fuori.

Iniziava il gioco esistenza che lo esplodeva a nuova matrice di vita, in un luogo talmente lontano alla coscienza umana che

faceva sempre fatica a ricordare. Anche adesso, in questo preciso istante in cui vi era dentro.

Giocava, Adesso. E camminava.

Ancora.

E scopriva. Si scopriva, spariva e navigava se stesso. Esistenza smarrita, tuttavia ritrovata.

Qui.

Senza sofferenza, capace di sbattere le ali e volare davvero senza peso, senza pensieri pesanti, senza ossa e pelle. Senza

dolore, provava qualcosa che si instaurava ad un livello superiore del piacere stesso. Senza sangue che scorreva ma solo

essenza che sgorgava. Pura essenza che riemergeva da una palude e si ergeva verso il monte vita che lo abbracciava

in una luce vivida e pura.

Pura vita, pensava.

Silenzio.

Vinceva sempre lui questa parvenza di gioco oltre ogni limite di esperienza umana. Batteva sistematicamente la sua

esistenza e oltrepassava quella soglia tanto sottile ma difficilissima da varcare. Perché non la vedeva sempre.

Era già fortunato, pensava, se a volte riusciva a coglierne i battiti e ad acciuffare l’estrema punta di velo che discreto spariva

repentino, senza lasciare la pur minima traccia di se stesso.

Nell’istante eterno in cui si trovava a cavallo fra le due dimensioni e con lo specchio che attraversava tutta la sua anima

squarciandola e facendola urlare, lui sentiva libertà. Toccava, accarezzava, baciava libertà. Danzava un po’ con

quell’esperienza che lo avrebbe portato da li a poco nello spazio senza nessun tipo di connotazione fisica, ma solo mentale.

Forse.

Non sapeva esattamente come definirlo, quasi un mare senza acqua in cui si avverte l’attrito di qualcosa che però non c’è,

pur tuttavia trovandosi senza leggi fisiche che stipavano il suo essere. Riusciva a nuotare, a camminare, a volare, a spaziare

appagato in un altro se stesso che aveva sempre conosciuto.

Era lui.

Pochi istanti prima non lo sapeva, tutto avvolto nel suo corpo che lo imballava e proteggeva dal mondo.

Lo specchio rifletteva dall’interno. Tutto qui. Era questo il gioco adesso. Il segreto stava nel diverso punto di vista in cui si

metteva e costringeva a guardare se stesso e le cose.

Le cose.

Le sue mani, capelli toccava, anime pie vedeva che lo attraversavano e acqua sgorgava remota nel suo essere. E luce

vedeva e aria mangiava con le mani.

Con le sue mani giocava, poteva muoverle, non sentiva dolore ai tendini, articolazioni e muscoli. Tutto muoveva in una

danza sincronica con se stesso che ballava di vita.

Ma.

Doveva tornare.

Adesso.

Sentiva suonare il tempo nuovamente. Canzone stridula e primi pizzichi di dolore lancinante che lo esortavano a tornare. Lo

acciuffavano e sbattevano verso i canali dimensionali persi pochi attimi eterni di vita prima. Ripercorreva in un nanosecondo

tutto il percorso al contrario, con le mani che cercavano di afferrare l’eterno nel vano tentativo di restare aggrappato. E

morire di vita.

Li dentro.

Ma.

Era tutto gelato adesso. Cristalli di ghiaccio tagliavano le sue membra e procuravano nuovamente dolore. Succhiato verso

l’altra parte dello specchio. Compresso, svelato e rivelato nuovamente nel suo spazio monotono e irriverente di vita.

Vita.

Piombato nuovamente con le mani attaccate al lavandino per sorreggersi e non cadere, stentava a girarsi e tornare indietro.

La porta bussava. Non si era chiuso stavolta, sapeva che sarebbe stato tutto più semplice e veloce così.

Cadde. Si spense l’interruttore nuovamente. Troppa energia “sprecata” nel viaggio.

Ma.

Quanto era stato bello.

Lo avrebbe rifatto anche subito e poi di nuovo e di nuovo ancora.

E ancora.

Ne valeva la pena. Sempre.

Cercava di pensare con tutto se stesso a cosa era stato stavolta, mentre una mano forzuta lo afferrava e tirandolo sù lo

scuoteva. Scosso dalla vita poche eternità prima, adesso era scosso dall’infimo forte richiamo a tornare il se stesso che

conosceva in maniera più semplice.

L’infermiere lo tirò su. Era l’ora della terapia.

Che questi ultimi mesi di vita fossero stati pieni di altri specchi, tutti per lui.

Perché.

Tuttavia.

Di vivere ne valeva sempre la pena.

Per rivederli.


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--Pietro Lauria


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