Silvia
Da Storiealcubo.
Era un sabato sera come tanti, senza niente in particolare da fare, niente di organizzato.
Era questo il brutto di non avere una comitiva, che quando non si aveva niente da fare, si finiva col rimanere da soli.
Per non passare il resto della serata in compagnia di Maria De Filippi e dei suoi amici postini, Luca si gettò la giacca sulle spalle e come una scheggia fu fuori dal suo appartamento di via Croce Rossa.
Palermo era già sveglia da un po’, con quel suo traffico di macchine incolonnate,così attaccate da sembrare bicchieri di Nutella, incastrati l’uno dentro l’altro.
Così non prese la macchina, no, mica poteva passare dall’abitazione all’abitacolo della sua Twingo! Tanto camminare nell’aria fresca di Dicembre lo avrebbe ritemprato e svegliato del tutto.
Fuori faceva freddo, così, dopo una breve passeggiata sul ciglio della strada si imbucò dentro il primo locale che trovò.
Era la solita birreria, dove sedeva al bancone per bere in compagnia del bar-man, diventato il soggetto più adatto cui raccontare la sua vita, che sotto l’effetto di litri di birra scorreva più velocemente e allegramente…
La musica di Ligabue si percepiva appena, sopraffatta dalle chiacchiere della gente.
Sembrava che tutti quella sera avessero voglia di parlare! Luca ordinò la sua solita bionda, corrucciandosi di non averne una in carne e ossa al proprio fianco… La sua era buona, per carità, e gli dava anche alla testa, si, ne era proprio innamorato, perché non la cambiava mai per nessuna rossa o scura che pure gli veniva offerta… Anche all’ amica bionda raccontava le sue cose, fissando il contorno di vetro che al tocco delle dita tintinnava.
Rimaneva, però, il fatto che la bionda in sua compagnia era sempre e solo una birra! La trattenne con la mano e la portò a sedersi insieme a lui, in un tavolino in fondo al locale, dopo averla pagata neppure tanto.
Dopo il suo solito discorsetto, ne mandò giù un sorso e prima di riappoggiare il boccale sul tavolo, si trovò faccia a faccia con una bionda vera, in carne e ossa! Era emozionato e prima che avesse il tempo di capire sentì la donna di fronte a lui chiedere se quel posto fosse occupato.
Luca, concentrandosi per non sbagliare la risposta che avrebbe significato mandare in fumo i suoi sogni, disse un secco “No!”.
Così, si presentò.
“Mi chiamo Silvia, piacere!”.
“Silvia…che bel nome…!”.
“Si, come quella di Leopardi…ahahah!”.
“Io mi chiamo Luca, come Luca Cordero di Montezemolo, ma con molti meno soldi!”.
Ebbe così iniziò la conversazione, che fece ordinare loro una bionda dietro l’altra…adesso Luca aveva la fila, ma solo una per lui contava veramente, il resto le lasciava alla campana verde della raccolta differenziata.
Silvia era bella.
E bionda.
Aveva i capelli lunghi e mossi, come spighe di grano che oscillavano al vento e a cui si sarebbe aggrappato volentieri, occhi verdi, come il mare di Mondello, dentro cui si sarebbe tuffato, e un fisico tonico.
“Cosa fai nella vita? Io sono un’istruttrice di fitness.”
“Si vede… hai un corpo perfetto! Io sono un fotografo”.
Non sapeva come mai scelse proprio lui per iniziare quella conversazione, senza poi capire fino in fondo ogni parola, data la confusione.
Doveva essere perché era l’unica sedia libera e a Silvia dispiaceva portarsela via, senza averlo prima lusingato un po’, da brava donna furba, quale doveva essere.
Luca si perdeva tra questi pensieri, quando fu riportato alla realtà dalla domanda di Silvia:
“Facciamo due passi?”.
“Certo!” rispose lui.
Il freddo non gli era sembrato mai così dolce, come adesso che c’era lei.
Scambiava quasi le foglie marce per fiori caduti dall’albero.
Tutto si ammantava di bellezza.
I cani randagi quella sera avevano l’aspetto di Levrieri snob in caccia di tartufi.
Luca non si rendeva conto della realtà e invece di camminare con i piedi per terra, fluttuava su tappeti persiani volanti….
Silvia era bella davvero, non era l’effetto delle birre già tracannate.
Aveva intorno a sé un’aurea di luce e l’aspetto davvero curato: unghia impeccabili, capelli mossi, ma con garbo, pelle idratata.
I due fecero ancora un po’ di strada a piedi, percorrendo tutta via Libertà.
I negozi erano chiusi, ma con le luci accese e di tanto in tanto Silvia si fermava a guardarli.
Sembravano le sei del pomeriggio, e invece era quasi mattina.
Tornati indietro, proprio davanti al locale, Silvia, all’improvviso, lo salutò con molta fretta, un bacio distratto sulla bocca… Mica male, per quel poco che sapeva di lui, ma presto Luca scoprì che era ancor meno quello che lui sapeva di lei.
La seguì, cercando di strapparle ancora qualche minuto alla sua vita… non era mai stato così a suo agio e non si vergognava neanche della sua sfacciataggine.
Lei arrossiva, tentennava, metteva davanti scuse banali per tornarsene a casa, ma in cuor suo, anche lei aveva voglia di passare altro tempo col suo nuovo amico.
Gli bastò poco per convincerla.
“Già te ne volevi andare? Non abbiamo visto neanche l’alba ancora” scherzò Luca.
Lei sorrise, ma dai suoi occhi una voglia trattenuta, un desiderio imprigionato che cercava di liberarsi, la mandava in confusione.
“Lo sai che facciamo ora? Ti porto a casa mia e ti offro da bere gratis!” propose Luca, sperando di non apparire troppo maleducato.
Invece Silvia mostrò di apprezzare quell’idea e senza dire nulla fece solo un cenno con la testa, mentre un sorriso malizioso faceva capolino dalla sua bocca.
Salirono le scale col fiatone, ma più per l’eccitazione che per la stanchezza, dato che era appena una rampa.
Luca perse un po’ di tempo a trovare la chiave giusta, che gli avrebbe spalancato le porte del paradiso.
Il salotto era disordinato, con cuscini a terra e il tavolino davanti al divano, pieno di piatti sporchi, bicchieri vuoti e fumetti di Topolino.
“Scusa per il disordine” si affrettò a dire Luca.
In compenso c’era un bel camino al centro della stanza e in fondo anche i cuscini a terra non le dispiacquero, infatti è proprio lì che si adagiò, senza alcun pudore.
Si tolse la giacca, poi la borsa e anche la sciarpa.
La salivazione di Luca era ormai azzerata, e questo gli ricordò il motivo per cui erano saliti a casa sua, cioè per continuare a bere, solo che se ne stava già dimenticando.
Andò in cucina e tornò con due bicchieri di vino rosso stavolta.
Uno lo diede alla sua musa che lo fece tintinnare contro al suo.
Ne bevve un sorso osservandolo attentamente, quasi a volerlo provocare e un’evidente traccia di rossetto si andò a posare sui bordi del calice.
Com’era bello adesso quel bicchiere… colmo di vino e di rossetto rosso.
Bastò un altro di quegli sguardi per farli cadere l’uno tra le braccia dell’altra.
Come presi da una furia impetuosa, cominciarono a baciarsi, poi a toccarsi, con passione sempre più intensa, finchè non presero a levarsi anche i vestiti.
In breve si ritrovarono nudi, davanti al camino, che non si era del tutto spento.
Il loro desiderio era molto più forte e ardeva come non faceva già più la fiamma che aveva finito di bruciare l’ultimo ceppo di legno.
Si mordevano, si bagnavano, avidi, affamati.
Affondavano le unghia sulla pelle come animali selvaggi in combattimento.
La pelle bianca di lei profumava di gelsomino e lui si sentiva già tutto bagnato.
Ogni volta che aveva voglia di ricordare un momento molto piacevole, Luca avrebbe ricordato sempre, da quella volta in poi, questa serata, iniziata bene e finita meglio.
Lei sorrise, ben consapevole che Luca stava impazzendo, e gli spalancò le porte del paradiso.
Il desiderio era al culmine e fu allora che lui entrò dentro di lei, come una furia, un’onda che si infila in un anfratto.
Iniziò a muoversi con un moto regolare su e giù, finchè non sentì la sua amata gemere dal piacere e a quel punto anche lui si sentì invadere dal piacere dei sensi per poi, uscire dal suo corpo e buttarglisi sopra, ancora col fiatone.
Dopo essersi ripreso un poco iniziò a mordicchiarle i seni e a giocare con il suo ombelico.
Poi si addormentò.
Al suo risveglio Silvia non c’era più.
Gli sembrò di aver sognato, ma poi vide a terra lo stesso bracciale che indossava la sera prima quella donna misteriosa.
Non sapeva come restituirglielo, dato che di lei non sapeva niente e tantomeno dove abitava.
Fiducioso, pensò che l’avrebbe rincontrata presto, ma non pensava che l’avrebbe rivista solo dopo poche ore e per quale motivo poi…
Infatti, appena visualizzò nella sua mente gli appuntamenti del giorno, si rivestì in fretta e in poco tempo era già fuori, con tutta la sua attrezzatura, che comprendeva: una macchina fotografica, un faro, vari rullini e un pannello per catturare la luce.
Di corsa si infilò in macchina, ma non dimenticò di portare con sé quel bracciale, come rassicurazione per quel che era accaduto veramente e non solo nella sua testa.
Percorse via Sciuti e svoltò a sinistra, posteggiando la macchina nei pressi della Chiesa di San Michele.
Quel giorno aveva una coppia di sposi da fotografare.
Nastri bianchi ornavano l’ingresso e fiori di gelsomino erano sistemati sui banchi della Chiesa.
Si preparò tutto il materiale per iniziare qualche scatto, mentre gli invitati attendevano l’arrivo della sposa.
Erano le quattro del pomeriggio e Luca non era di certo sveglio, data la notte brava.
Ogni tanto, poi, si perdeva tra i suoi pensieri.
Quando la macchina si fermò, scese la sposa, misteriosamente coperta da una veletta bianca.
Anche a lui vennero i brividi, nonostante non la conoscesse.
Le spose, seppur fossero già passati anni da quando aveva iniziato questo lavoro, gli facevano tutte lo stesso effetto, ma nonostante ciò, non si decideva a sposarsi, forse per godere appieno di questi momenti, che se riguardavano gli altri, risultavano estremamente piacevoli.
Si posizionò accanto al prete, vicino l’altare, pronto a immortalare il momento felice.
La sposa avanzava e sempre di più si avvicinava al fidanzato.
D’un tratto si bloccò, senza riuscire più ad andare avanti.
La folla tremò.
Pensavano tutti che fosse per l’emozione.
Subito dopo trovò il coraggio di andare avanti e tutti tirarono un sospiro di sollievo.
Quando fu accanto al fidanzato si tolse la veletta e… si, era proprio lei, Silvia! A momenti Luca sveniva.
Si sentì male, gli mancava l’aria.
Poi si ricordò del bracciale nella tasca e capì che era tutto vero.
Non lo uscì fuori, però, per paura che il futuro marito lo avrebbe scoperto.
Iniziò a scattare le foto di rito e a fare quello che faceva sempre, ma con maggiore difficoltà e per nulla ispirato dal momento.
Certo, la sposa era bella, ma non si aspettava lei, la stessa che gli aveva fatto passare una notte di passione, senza chiedergli nulla, neanche il numero di telefono.
Ora capiva perché… capì che per lei era solo un addio al nubilato e che non poteva rovinare i suoi progetti.
Forse per lui non fu solo questo, ma che importava ormai? Continuò a scattare e in tutte le foto, stranamente, quella donna apparve triste come qualcuna che aveva sbagliato l’abito a un funerale.
Quando si trovò solo con lei, dopo che il prete aveva già dichiarato i due marito e moglie, dopo il fatidico bacio e dopo il lancio del riso, lui finse di scattarle una foto e invece le restituì quel monile che era la prova del loro incontro.
Lei lo ringraziò e con un filo di voce sussurrò:
“Scusa”.
Firma
--Corinna 10:51, 21 gen 2011 (UTC)

