Sono antonio e vivo nel cielo
Da Storiealcubo.
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SONO ANTONIO E VIVO NEL CIELO
“Sono Antonio e vivo nel cielo”.
E ‘scritto lì, su quel grosso vaso sul marciapiede, davanti casa della signora A.
Poverina, ama tanto le piante ma non ha nemmeno un balcone e deve tenerle fuori, a terra, in balìa di chi passa e magari se le frega o le danneggia.
Gelsomino….E’ piantato lì ed io sono felice che gli abbia dato proprio il mio nome, si, si, lo posso leggere chiaramente, è il mio nome.
Sono io.
E’ sempre stato la mia passione e anche ora, che a dire il vero di “passioni” non dovrei provarne, lo è ancora. Il suo profumo mi inebria.
Ogni volta che lo sentivo andavo in visibilio: tutto era più bello – intriso di quell’odore soave – ed io..io stesso mi sentivo più forte, più attraente, più…simpatico…
La signora A. era tanto gentile e ogni volta che spuntava un fiore me lo portava sorridendomi e non v’era bisogno che le dicesi “grazie”. Si, perché ogni tanto lo dimenticavo e mia madre mi rimproverava.
Aveva ragione! Ora, qui, ho imparato a dire “grazie” spontaneamente e senza rimproveri, ho imparato a parlare come tutti gli altri e persino a leggere! Così, da solo, dopo quella notte in cui mi sono trasformato – non so come, non chiedetemi – e sono diventato leggero come il vento in primavera.
Mi rimproveravano si, se non dicevo “grazie” alla signora A. ma mi rimproveravano anche se glielo dicevo più di una volta (vai a capirli..) e mi rimproveravano se la chiamavo, affacciato alla persiana da cui guardavo la sua casa, di fronte la mia….E mi rimproveravano se cantavo e se parlavo: piccole botte affettuose sul capo per dirmi che ero solo un pappagallo e che dovevo smettere di fare confusione e disturbare la gente.
Io, dalla persiana, guardavo il mondo che conoscevo: quei gradini sui quali ogni tanto sedevo accanto a mio padre, i bambini che giocavano (e facevano molto più chiasso di me!), la signora F. col suo seguito di animali di ogni taglia, sesso, colore.
Una volta a settimana, magia: mio padre mi portava con sé in campagna. Lui dava acqua alle piante ed io ero fuori di me dalla felicità!
Prima mi distendevo sull’erba, ai piedi dell’enorme pianta di gelsomino che sembrava piegarsi su di me e proteggermi; guardavo il cielo attraverso quelle foglie e quei fiori, il profumo intenso riempiva tutto. Poi, di nascosto, cominciavo a raccogliere – non sempre con la gentilezza dovuta – tutti i fiori che potevo. Ne raccoglievo a decine e questa cosa – ricordo – mi faceva ridere a crepapelle, me ne riempivo le tasche e quando le tasche non bastavano più, li mettevo anche dentro i pantaloni, sotto il maglione, dentro il fazzoletto, dovunque potessi. Nell’alzarmi, nel camminare, dovevo fare attenzione affinché mio padre non si accorgesse di quello che avevo fatto, altrimenti le avrei prese di santa ragione.
“PERDONA”.
Questa è la prima cosa che ho potuto leggere.
Quella notte non ci ho capito niente….solo nelle mattinate mi è passata la nausea, il forte mal di testa, il mal di pancia e – tutto sporco di vomito e di sangue com’ero – sono stato sollevato e ho cominciato a camminare diritto su me stesso e veloce, come se mai fossi stato storpio e deforme.
Eppure ero nato così e nessuno dei medici incontrati e delle cure ricevute era mai riuscito a raddrizzarmi!
…Intanto in quel momento la mia schiena era dritta, il braccio sinistro sbloccato, la gamba destra in linea col piede e col corpo…sentivo l’energia circolare al mio interno e in questo modo sono arrivato subito.
Appena giunto, quella scritta: ho alzato gli occhi e – senza spiegazione alcuna, senza avere mai ricevuto una sola lezione sull’alfabeto – ho letto: “PERDONA”.
Sono qui nel cielo.
Ma sono ancora sporco di vomito e sangue.
Ma sono solo.
So leggere e so parlare.
Ma so anche pensare e ricordare.
E non lo so, se sono davvero nel cielo….
Perché ho lasciato la vita da innocente e baciavo le mani di mio padre che, un po’ per gioco, un po’ per sfogo della propria miseria, a volte mi spegneva la sigaretta addosso, sul braccio sinistro, quello che i medici avevano dichiarato insensibile (si, però…).
E ancora oggi – sono passati mesi – non mi sono mai persuaso delle mie colpe…parlare, cantare??
Hai ragione, mamma, la sera a volte non ti lasciavo guardare la tv. E poi avevo bisogno di te per lavarmi e cambiarmi e spesso me la facevo addosso. Tu eri così stanca….
Ora da qui ti vedo, libera e serena, accudire ancora la casa, mio padre, i miei fratelli, i loro figli. La sera vi sento chiacchierare e anche sorridere davanti alla tv.
Ho fatto bene ad andarmene, ero – effettivamente – di troppo. Ma tu, mamma, hai pianto tanto….
(Anche se ora non piangi più).
(..e guarda che la mia tomba è sempre al cimitero, al solito posto…).
Chi e cosa dovrei perdonare? Penso alle poche persone conosciute….
La signora F. mi voleva bene: tanti anni fa aveva chiamato i servizi sociali, avendo sentito mia madre rompermi un bastone sulla testa. Per un breve periodo ho ricevuto le rare visite (preannunciate) di una signora gentile, che mi trovava ben curato e poteva sistematicamente assistere alle più strabilianti performances della genitorialità da parte di una madre dolce, affettuosa, attenta. Arrivavo a crederci pure io! Insomma, caso archiviato: la signora F. era più pazza e visionaria di me. Lei si, mi voleva bene…
E mi volevano bene tutti, perché ero “un bambino nel corpo di un adulto” e anche se ero brutto e facevo paura ai piccoli, quando stavo bene ero allegro e generoso, offrivo a tutti i passanti i preziosissimi pezzi della mia sterminata collezione di monete da 100 lire.
Come, quanto mi volevano bene tutte quelle persone che abitavano sopra e accanto e di fronte casa mia!
Saranno state le pareti spesse, sarà stato il sonno profondo…nessuno di loro ha sentito le botte che ho preso quella notte. Se solo avessero sentito, sono sicuro, sarebbero intervenuti immediatamente a fermarla, intendo mia madre.
Io piangevo perché stavo male. Il dottore le aveva detto che avevo preso l’influenza A, “quella di quest’anno”. Mamma, come stavo male! Di notte, alle due, ho cominciato a vomitare e non riuscivo proprio a fermarmi. Dopo essere caduto a terra la prima volta, l’ho vista arrivare, guardarmi dall’alto, imprecare e – imprecando – chiamare mio padre. In pigiama è arrivato pure lui, ha provato a sollevarmi ma siccome ero un peso morto e puzzavo troppo di vomito e diarrea, ha pensato bene di piantarmi un calcio sullo stomaco. Nel frattempo mia madre telefonava a mio fratello G. perché quella cosa inutile (io) stava facendo l’inferno (e beh, si…)
“PERDONA”.
Chi? Chi non ha sentito nulla! NON chi – affacciato per l’insonnia verso le tre di notte, a fumare (la gentile signora A.) – mi sentiva piangere e gridare “mamma!”. La signora A. aveva capito che stavo male ed era molto in pena. Tuttavia l’indomani avrebbe avuto una giornata impegnativa e giù 20 gocce “di quelle per dormire”, persiana chiusa sulle mie urla, a letto.
(Non so se perdonarla o meno).
Non appena arrivato, mio fratello G. mi ha salutato con una gomitata sulla schiena (ero piegato sul wc e già avevo iniziato a vomitare sangue) e per le due ore successive, il ritmo della notte in casa B., di quella notte, è stato scandito dalle bastonate che ho preso a turno da ognuno di loro ad ogni conato di vomito, ad ogni colpo di tosse, ad ogni botta di diarrea, ad ogni pianto, ad ogni preghiera che rivolgevo a mia madre affinché la smettessero…
…Fin quando il dolore mi ha invaso anche l’anima: non ho più sentito alcuna sofferenza fisica e in bocca solo il veleno della loro crudele ricerca di liberazione..
Caduto a terra per l’ultima volta, ho perso i sensi e il sangue è esploso fuoriuscendo dal naso, dalle orecchie, dalla bocca. Allora lei ha fermato tutti e ha lanciato un urlo pauroso, avventandosi su di me…ma questa volta per stringermi, si, per abbracciarmi come aveva fatto solo un’altra volta nella vita, quando – ad 1 anno di età – stavo per entrare in sala operatoria per la prima di otto operazioni al cervello.
Povera donna……
La miseria è miseria.
L’ignoranza è ignoranza.
La colpa è colpa.
Io ora so leggere bene, so leggere tutto. E capisco.
Ma siccome ricordo, non perdono.
E siccome non perdono, sono Antonio ma vivo sospeso, vivo a metà….non vivo nel cielo.
(Dedicato ad Antonio B., morto a 34 anni il 30 novembre 2009)
Firma
--Antonellafiore 21:26, 16 apr 2010 (UTC)

