Sono di nuovo una quasi donna
Da Storiealcubo.
La mia storia è un po’ lunga e complicata ma se avete voglia di ascoltare vi racconterò tutto dal principio. Allora… da dove inizio? Vedete, è un po’ difficile per me raccontarvi tutto, ma adesso ho superato l’imbarazzo e il disprezzo verso me stessa.
Mi chiamo Lola ma non mi sono sempre chiamata così. Lola è il nome che ho sempre voluto avere e quello che ho scelto non perché il mio fosse ridicolo o impronunciabile, ma solo perché terminava in a invece che in o. Il mio vero nome è Massimo… una beffa del destino dato che “al massimo” potevo solo guidare un auto bene come un uomo!
Non mi sono mai sentita un maschio, neppure quando una volta una ragazza mi fece la corte, anzi, quella di sicuro fu una delle esperienze più traumatiche costrette a subire dal mio involucro di peli, muscoli e pomo d’Adamo che in realtà non mi apparteneva. Avevo l’impressione, per farvi capire come stavo, di trovarmi dentro la casa di uno sconosciuto, della quale non avrei mai potuto sentirmi il proprietario, non sapendo neanche dove fossero conservate le posate… Era come se qualcuno mi avesse chiuso in una gabbia, peggio, in una cella di isolamento, da cui pur gridando di uscire non venivo ascoltato.
Quand’è che me ne sono accorto? Forse avevo 10 anni e i miei compagni di scuola si aspettavano che giocassi con le figurine dei calciatori, mentre io giocavo di nascosto con le bambole di mia sorella. Col passare del tempo le esigenze si fecero sempre più forti. Avevo paura di aver ragione, che fossi cioè un uomo intrappolato nel corpo di una donna.
All’età di 16 anni cominciai a scoprire l’universo dei trucchi. Quando i miei uscivano e restavo solo mi chiudevo in bagno e mi truccavo per ore… provavo prima a mettere il fard rosso su una guancia, per poi ripiegare su una tonalità più chiara sull’altra guancia; provavo un’eccitazione spasmodica ad aprire il rossetto e a farmelo scivolare sulle labbra come un frutto del peccato; poi passavo al mascara che a dir la verità non sapevo applicare tanto bene, ma che di certo mi regalava delle ciglia a prova di Moira Orfei! Il passo successivo era il profumo… mia madre aveva un vero e proprio santuario di fragranze di ogni tipo e mi bastava scegliere tra tutti quei flaconi dalle note agrumate alle più dolci. Quando sapevo che i miei genitori sarebbero stati via molto tempo riuscivo anche a mettere lo smalto e a provare le scarpe col tacco alto davanti allo specchio, ma accadeva ben di rado, dato che non c’erano poi tutte queste occasioni in cui rimanessi solo con me stessa. Già, in realtà non mi sentivo affatto solo, con me c’era lei, c’era Lola che stava già diventando donna e che amava giocare con i trucchi.
Quando capivo che i miei stavano per tornare sciacquavo i residui di rossetto, fard e mascara con acqua e sapone, non sapete quante volte ho rischiato di farmi cogliere in flagrante, una volta, persino, ho dimenticato di togliere gli orecchini (a clip s’intende)! Mi sono dovuto inventare allora che stavo preparando una parte per la recita scolastica…
Ma ormai non avevo più scuse, anche se tutte le volte che provavo a parlarne con mia madre dalla bocca non emettevo alcun suono! Mi sentivo una checca. E un codardo. Il coraggio mi venne da Cristiano, il mio attuale compagno. Lui capì subito che ero diverso, impacciato a tenere in mano il rasoio per rimuovere quegli schifosi peli che crescevano un giorno si e un giorno no, incapace di portare un paio di pantaloni senza sentirmi inadeguato o in maschera. Aveva insomma capito che stavo recitando una parte. Fu lui a venire da me, lui che amava gli uomini e non le donne.
“Tu sei una donna” mi disse. Mi si congelò il sangue nelle vene. Il cuore stava uscendo via dal petto. Un tremore mi attraversò il corpo.
Ebbi solo il coraggio di rispondere: “E tu che ne sai?”. Mi spiegava di essere un omosessuale e di avere fatto outing da tempo. Adesso si sentiva libero e padrone di se stesso e della sua vita.
Lo ascoltai con la stessa brama con cui le matricole ascoltano le prime lezioni dalla bocca del professore. Lui ne sapeva tanto, lui era stato coraggioso ad urlare al mondo il suo dolore, da cui però era uscito più forte. Mi spiegò anche di essersene subito accorto, proprio perché rivide in me lo stesso disagio vissuto da lui: l’imbarazzo di passare accanto a un uomo, facendo finta di non provare una forte emozione, la scomodità di camminare con quella giacca che mi soffocava, il terrore di andare in bagno senza provare a chiudere gli occhi…
“Tu sei una donna e nessuno può costringerti ad essere ciò che non sei”.
Quelle parole mi furono di grande aiuto tutte le volte che mi disprezzai davanti allo specchio, che mi ripudiai come uomo perché non lo ero, come donna perché non sapevo esserlo.
E allora, tutto stava nel partire da quella frase TU SEI UNA DONNA. Per essere una donna dovevo almeno provare a camminare sui tacchi senza cadere, no? Fu quello che feci per combattere la mia battaglia ed uscire fuori dal mio guscio. Uscì di casa con i tacchi alti, invece delle solite scarpe da ginnastica. Inutile dire che tutti si voltarono a guardare il mio passo incerto, spaventati come genitori che vedono compiere dal figlio i primi passi. D’altronde iniziava per me una nuova vita e quelli erano davvero i primi passi per me. Da donna. Si, donna lo ero diventata e ogni giorno di più imparavo ad esserlo, soprattutto da quando anche i miei genitori impararono a chiamarmi Lola e non Massimo.
Tuttavia non mi sentivo davvero una donna. Desideravo cambiare il mio aspetto. Cominciai ad assumere ormoni femminili. Prenotai frequenti visite dall’estetista e sempre per la ceretta e alla fine mi decisi anche a parlare con uno psicologo per iniziare insieme un percorso verso il cambiamento di sesso. Lui mi segue da più di un anno e tra soli 6 mesi mi accompagnerà in sala operatoria per cancellare via dal mio corpo tutto ciò che non mi appartiene, ma di cui mi sono sempre servito per recitare la parte dell’uomo, quale non sono. Conto i giorni e non sto più nella pelle, è il caso di dire! Ora sono di nuovo una quasi donna. Il mio compagno non è cambiato, mi accetta così come sono e come presto sarò ed è felice di avermi infuso tutto il coraggio che mi serviva per vivere la vita che ho sempre voluto.
Questa è la mia storia. Una storia di tanti. Vorrei concludere dicendo solo a chi come me si nasconde dal suo vero Io di farlo emergere fuori, di esibirlo con orgoglio invece di soffocarlo. Non abbiamo scelto noi di nascere, ma almeno possiamo scegliere come morire.
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--Corinna 12:57, 21 feb 2011 (UTC)

