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Da Storiealcubo.

Attenzione: Nulla è ciò che sembra



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Ore 07,49. Parigi si sveglia sotto un cielo che sembra una cappa; una incessante pioggia cade leggera e monotona da ore e nulla lascia presagire che l’acromatica noia debba lasciar spazio ad altro che al grigiore di fine autunno.

L’abbazia di Saint-Germain-des-Prés sembra un fantasma aggrappato a un cielo di piombo fuso.

Le gocce rimbalzano sulle foglie del Boulevard Saint German con un crepitio secco come quello di un Kalashnikov. In rue Bonaparte i negozi con le saracinesche abbassate hanno un’aria triste e sonnolenta come palpebre incollate al sonno.

Sulla Senna spillata di pioggia scivola lentamente un Bateaumouche come una capsula di medicinale che percorra pigramente l’intestino fangoso di un gigantesco mostro addormentato. Sotto il tetto di un rosso sbiadito, solo qualche turista con la fotocamera spenta è intento a guardare la mappa della città umida e sgualcita.

Jasmine, avvolta nel suo chador nero, oltrepassa l’alta cancellata esterna verde chiaro e si avvia a passi svelti in direzione dell’ingresso a sesto acuto della sacrestia.

Alta, forte, di carnagione olivastra, Jasmine ha gli occhi grandi e scuri di un purosangue arabo. Il vestito le scende dritto dalle spalle coprendole i fianchi sottili ma non le forme rotondeggianti e forti dei suoi glutei da cavallerizza. Il chador integrale non nasconde nel movimento arioso tutta l’armonia e l’eleganza del suo corpo.

Raggiunto il portale ligneo dà una furtiva occhiata a destra e sinistra, poi batte tre volte col pesante maglio di ferro sul portone. Attende in silenzio cercando di appiattirsi il più possibile lungo la parete per sfuggire alla pioggia. L’acqua ormai le ha inzuppato il chador. Le forme piene e armoniche del suo corpo risaltano nella loro seducente bellezza.


Ore 08,00. Il bateaumouche attracca a la rive a droit con una lenta scia di bollicine fangose appena visibili a poppa. Ne rigurgita una giovane coppia di turisti nordeuropei e due monaci incappucciati insieme ad un uomo alto, con degli occhiali da vista rettangolari. Trentacinque, forse quarant’anni, spalle larghe, con un vestito scuro di buon taglio e mocassini italiani.

Jasmine da lontano gli rivolge un’occhiata distratta. Il suo nervosismo aumenta. Qualcosa in quell’uomo dal portamento marziale la mette in allarme. Tiene d’occhio i tre uomini che ora si avviano speditamente verso di lei; quando quelli sono giunti a meno di cento metri sente scattare la serratura del portone che cigolando si apre lentamente ruotando sui grandi cardini. Appena vi è uno spiraglio abbastanza ampio vi si infila: “chiudi presto”, dice senza guardare.

La porta è richiusa subito dalla minuta figura in saio che la spinge con entrambe le mani e tutto il peso del corpo rimanendovi appoggiata.

“Ti hanno seguita?” - la domanda si sovrappone al rumore del pesante battente sullo stipite e allo scatto della pesante serratura –

“Non lo so. Forse” risponde Jasmine accostandosi alla stretta feritoia per vedere cosa stiano facendo i tre uomini. Ma non scorge nessuno.

“Probabilmente no. Ma c’erano due monaci e un uomo. Forse un militare o uno dei Servizi. Probabilmente erano solo di passaggio.”. Jasmine si stacca la veletta del chador scoprendo i lineamenti decisi del viso e le labbra intagliate esaltate dal porpora cardinalizio del Christian Dior. Nella penombra della sagrestia gli occhi di Jasmine scintillano. Si avvicina alla figura in saio ancora appoggiata al portale e le solleva il cappuccio rivelando una lunga chioma bionda mossa da leggere onde quasi a formare incantevoli ricci dorati. Le accarezza i capelli e la prende per le spalle. Lei si volta. Jasmine le passa la mano destra dietro la nuca avvicinandosi finché sente sui seni umidi il viso caldo della ragazza. La guarda e i suoi occhi verdi d’un tratto tradiscono paura e desiderio. Poi Jasmine china la testa e le tira a se la nuca finché le labbra non sono a lieve contatto. Con la punta della lingua percorre il labbro superiore della donna finché lei non schiude la bocca in un sospiro di desiderio. Si baciano a lungo lasciando cadere il chador e il saio come due sacchi senza vita sul pavimento. Nella rarefatta penombra grigia della sacrestia di pietra grigia, i due magnifici corpi nudi premuti uno sull’altro si competrano nella luce e nell’ombra apparendo e sparendo fondendosi in un Unico con lo spazio intorno in una lenta danza d’amore.

Entrambe le donne indossano ognuna solo una antica collana con una grande pendente; una perla straordinaria che sembra brillare di luce propria. Nei giochi alterni le due collane danzando ritmicamente con i seni li rendono ancora più seducenti.


I tre uomini vedono la donna che improvvisamente entra in sagrestia e la pesante porta chiudersi alle sue spalle. Si fermano sotto la pioggia guardandosi per un attimo. Poi, uno dei monaci s’incammina senza dire una parola in un’altra direzione; gli altri due lo seguono in silenzio a passi svelti.

Jasmine e la sua compagna entrano, mano nella mano, nella grande sala del Concilio. La giovane bionda si siede su una delle panche mentre Jasmine le si accovaccia in ginocchio tra le gambe portando le labbra su di un capezzolo mentre con le mani le accarezza i fianchi.

Gli uomini, ormai completamente bagnati, avanzano ancora lungo le pareti esterne della navata laterale diretti verso il retro della Cattedrale. L’uomo col gessato grigio scuro è impaziente. Vorrebbe procedere di corsa ma l’atteggiamento inflessibile dei monaci non ammette deroghe. Arrivati sul retro il monaco sfila dal saio una pesante chiave che infila nella serratura di una piccola porta ed entrano. Richiudono l’uscio mentre l’umidità dei loro corpi e dei vestiti inzuppati condensa. “Dobbiamo salire” dice uno dei due frati avviandosi per i gradini di cemento grezzo di una stretta scala a chiocciola.


La giovane bionda ha gli occhi verdi socchiusi mentre Jasmine gioca col suo clitoride già umido.

“Alzati!”- le dice a un tratto. Jasmine ubbidisce.

“Girati e appoggiati alla panca” - ordina poi la biondina assumendo il comando. Jasmine la guarda maliziosamente ed esegue, in silenzio. Le sue lunghe gambe finiscono la loro corsa sotto dei glutei perfetti che non si aprono minimamente neanche in quella posizione provocante e disinibita. La bionda li accarezza con le mani; poi si abbassa per strusciarvi le guance e baciarli. Si alza e le si sposta dietro cingendola per i fianchi e strusciando la vagina sulla pelle levigata del suo sedere con movimenti lenti e ritmati. Jasmine ricambia le spinte tenendosi saldamente in piedi e con dei gemiti sommessi ma sempre più forti e desiderosi d’altro a ogni spinta. Le mani della giovane sanno farsi strada con ritmo delicatezza e forza. Jasmine istintivamente inarca la schiena spingendo ancora più in alto il sedere. La penetrazione è profonda. Entrambe le donne gemono e godono intensamente l’una dell'altra nella discreta penombra monocroma dell’austera e maestosa sala.

L’uomo in abiti civili per salire più agevolmente la lunga scala a chiocciola si sbottona la giacca lasciando scoperta la rivoltella nella fondina ascellare. I due monaci non danno alcun peso alla cosa. Intanto la coppia di fidanzati scatta fotografie tutt’intorno alla Cattedrale aspettando l’ora di apertura.

Ore 08,30. Il forte scampanio copre le urla di piacere delle due ragazze.

L’uomo in borghese però accelera il passo seguito a distanza dai prelati, come se avessero sentito qualcosa. Arrivati alla porta laterale che immette direttamente dietro i banconi del Concilio, uno dei due monaci passa avanti, prende la chiave dalla manica del saio e apre la porta. Il borghese entra di scatto estraendo la pistola dalla fondina. Il retro degli alti banchi gli impedisce la visuale della sala; appoggia le spalle al bancone portando la pistola davanti al volto con le braccia piegate, pronto a irrompere nel grande salone centrale.

'Ore 08,32. Senza dire una parola l’uomo fa compasso sul piede destro e distende le braccia puntando la pistola al centro del salone del Concilio.

Il Vescovo Semir Ben Aziz, un uomo piuttosto alto con una lunga barba e la carnagione olivastra che ne rivela le origini mediorientali, in piedi al centro della sala alza lo sguardo incrociando quello dell’uomo armato pronto a far fuoco. I grandi occhi scuri che incantavano le donne in preghiera e una abilissima dialettica unita a un gran senso della tolleranza e dell’opportunismo avevano fatto di Semir Ben Aziz per anni uno dei più influenti esponenti della Curia in Vaticano e uno dei consiglieri più intimi di Sua Santità. Tuttavia ciò gli aveva anche attirato numerose invidie e nemici potenti; tra questi, il pericoloso direttore dell’Osservatore, che lo aveva soprannominato “la turca”, e gli aveva messo alle costole gli agenti dei Servizi vaticani. Una sera lo sorpresero fuori le mura, durante una retata alla Taverna rossa, a fumare oppio con la giunonica Gianna, un personaggio tristemente noto alle questure di mezzo mondo per reati contro l’infanzia. Le alte cariche del Vaticano convinsero Sua Eminenza dell’opportunità di trasferire temporaneamente il Vescovo in Francia. Fu uno degli ultimi atti del suo amico e protettore Paolo Giovanni Paolo XXIV che firmò l’atto bevendo un caffé amaro e pensando: “vivo in un incubo”.

Ore 08,33: L’uomo esita un attimo, il suo è uno sguardo sorpreso e disorientato. Dall’altra parte del mirino la fronte del Vescovo esattamente nel mezzo dei due grandi occhi scuri al di sotto dell’alta Mitra. Nell’istante in cui preme il grilletto, l’aria è tagliata da un sibilo e una lama gli si conficca alla base della nuca trapassandogli il collo da parte a parte. Il proiettile sfiora la testa del Vescovo. Lui calmo e immobile osserva uno dei due monaci che si avvicinava al cadavere, si china ed estrae con forza il pugnale dal collo dell’uomo. L’altro in ombra, resta fermo e silenzioso nascosto nel cappuccio del saio.

La pioggia continua a battere incessantemente sulle vetrate colorate delle navate laterali riportanti le stazioni della Crocifissione.

Ore 08,35

Un urlo disperato proveniente dalla navata superiore rompe il silenzio. Gli uomini volgono lo sguardo in alto. Due figure fuggono portando in spalla un piccolo monaco in saio. Il Vescovo Semir Ben Aziz ha un sussulto, si volta di scatto e allunga un braccio verso l’alto e muovendo un passo in avanti urla “nooooooo”. Con l’altra mano cerca di stringere qualcosa al suo petto sotto gli spessi paramenti sacri.

I due prelati si scambiano uno sguardo; il monaco in ombra annuisce con un lieve cenno del capo. Si volgono ed escono con calma.

Il vescovo si piega sulle ginocchia mentre le lacrime irrompono nella sua testa con il fragore della pioggia battente; attraverso un vetro rosso del rosone centrale un raggio di sole perfora la navata insanguinando il volto della madonna che si erge al di sopra di Assir Ben Aziz genuflesso sulle sue angosce.


Ore 09.00. Quom (Afghanistan). La voce del muezzin si leva alta sulle guglie dei minareti della città. Il richiamo per la preghiera del mattino oltrepassa i palazzi riempendo strade e vicoli come fumo in un narghilé.

Tre uomini in mimetica nera irrompono nella casa della grande moschea muovendosi come ninja. Non parlano ma avanzano come un sol uomo e le pochissime comunicazioni avvengono tramite segnali in codice.

Il vecchio servitore della Casa, un tempo potente mercante del Bazar di Quom e caro amico personale del muezzin, entra nello studio con un pesante vassoio rotondo di ottone intagliato a mano con sopra due bicchierini di cristallo lavorato con fregi in oro pieni di the caldo alla menta. Il servo spalanca gli occhi restando immobile in piedi mentre dal foro nerastro nel mezzo della fronte comincia a fluire del sangue rosso vivo misto a molle materia grigia e un filo di fumo silenzioso; mentre cade già morto all’indietro un altro del commando già ha in mano il vassoio con il the. Lo posa a terra senza fare alcun rumore e avanzano piano nella Casa come se nulla fosse successo.


Ore 09,00. Pavia.

Il campanello di via San Zeno suona insistentemente tre volte nella casa del professore Beringheri. L’odore del caffè è nell’aria, la vecchia moka ha appena concluso i suoi gorgoglii.

Beringheri, scocciato da questa inopportuna invadenza, data l’ora del mattino, si allaccia la veste da camera e raggiunge il citofono.

-“Pronto”

- “Posta raccomandata professore. C’è da firmare.”

-“Ah!... Si aspetti…, sono in vestaglia la prego di salire. Le apro”

- “D’accordo”.

La graziosa postina sale al terzo piano e consegna la raccomandata al professore visibilmente infastidita per quella perdita di tempo. Richiusa la porta Beringheri si avvia verso lo scrittoio Luigi XIV dello studio, cercando nelle tasche della veste gli occhiali da lettura. Poggiata la busta sullo scrittoio, va in cucina a versarsi il caffè bollente nella tazzina. Tornato allo scrittoio, si siede e apre con flemma la busta inforcando gli occhiali. Solo tre righe in latino battute da una vecchia Remington; Le labbra sporche di caffè restano aperte immobili mentre dietro gli occhialetti tondi gli occhi si spalancano in una espressione vitrea e acquosa. La mano sinistra immobile, sostiene a mezz’aria la tazzina fumante. …

Note
forse questa storia aspetta TE per andare in un'altra direzione.

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--Gari 20:13, 12 gen 2011 (UTC)


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