Tutta la tua vita
Da Storiealcubo.
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Aspettavo con ansia crescente il momento in cui Gianna avrebbe chiamato per confermare l’orario del treno. La mia giornata girava intorno a lei: tutta la mia vita era stata completamente stravolta da un pomeriggio di agosto, quando al tramonto il suo sguardo di cenere come lava liquida si era riversato dentro al mio.
Dopo la separazione dei miei genitori mi era crollato il mondo addosso. Lo scandalo aveva investito violentemente la mia esistenza, trascinando la mia famiglia in tribunale e fornendo abbondante materiale per pettegolezzi succulenti a tutto il paese.
Non mi ero posto troppe domande, né mi erano state date sufficienti risposte per interpretare i fatti che demolivano, giorno dopo giorno, la fragile rappresentazione di una famiglia felice.
Mi chiusi in una visione cinica e asettica della vita, fatta di casualità e sfiducia nella capacità degli esseri umani di legarsi senza ferirsi.
Tutti, a turno, mi avevano lasciato, volenti o nolenti, profonde lacerazioni.
Finii con l’abituarmi a quella visione della vita e a considerarla normale, tanto quanto le altre storie familiari che giravano per i bar del paese.
Il mio primo bacio fu molto tecnico, in gita scolastica a Parigi. Al di là dello sbalzo ormonale, ero perfettamente padrone delle mie facoltà mentali, gestivo la situazione con lucidità, arginavo l’irruenza della ragazza, più esperta di me. Il sesso non aveva sconvolto la mia esistenza, come sostenevano gli sproloqui dei miei coetanei, e ne ero sollevato. La mia nuova auto era il luogo ideale per consumare quei vacui incontri, dove le deboli speranze delle liceali si infrangevano sulla mia cinica visione della vita.
Non una parola nascondeva l’inganno, non un gesto lasciava presagire altro da quello che avevo da offrire: l’evidenza di uno scambio equo. Non riuscivo a capire fino in fondo quel proiettare sogni e speranze sulla mia persona. Non vedevano il mio cinismo, ignoravano il non celato sottile disprezzo per la mielosità della coppia. Non ne facevo mistero, ma questo mio comportamento sortiva l’effetto di una calamita. Più mettevo le cose in chiaro più le attiravo a me. Più stavo in disparte, sfuggendo tutte le occasioni di vita sociale, più mi vedevo braccato da qualche ragazzina curiosa, in cerca di emozioni.
Più prevedevo le loro risatine isteriche più svaniva il mio interesse e il desiderio di conquista. Ero un cacciatore fin troppo abile e la fauna locale non mi incuriosiva più.
Mi sentivo solo e vuoto.
Non avevo amici, solo conoscenti o compagni di scuola che tolleravano la mia stranezza e il cinismo, non commentando le fughe invernali e attendendo pazientemente e senza fare domande la riapparizione estiva. La mia compagnia portava con sé stuoli di ragazzine impertinenti, e questo bastava a tacitare i malumori circa il mio strano comportamento. Quell’anno avevo rimesso in sesto la moto, cambiato taglio di capelli e comprato una camicia nuova. L’aria fresca di fine maggio mi infondeva nuova speranza e un’inattesa serenità. Decisi di fermarmi a salutare il gruppo dei vecchi amici della scorsa estate.
Ancora oggi mi brucia lo stomaco, al ricordo di quello sguardo. La sensazione di impotenza di fronte a quegli occhi che scendevano impietosi nel profondo dell’anima senza averne paura né stupore. Non riuscivo a staccarmi da quegli occhi, grigi come le giornate trascorse nel silenzio della mia stanza, e forse avrei dovuto avere paura di quella sinistra similitudine, ma ne restai affascinato.Non una risatina sguaiata ruppe l’incanto. La perfezione di quell’incontro aveva mandato in tilt il mio sistema d’allarme.
La vedevo arrossire in continuazione e non ne capivo il motivo, ma ne ero irrimediabilmente attratto, tanto da sfoderare il migliore dei miei sorrisi. Restammo a guardarci per alcuni minuti che a me sembrarono ore, senza stancarmi di quel viso acceso da vampate rossastre sulle guance candide.
Non era bella in un senso assoluto, ma risplendeva di un riflesso singolare alla luce del tramonto, con quegli occhi cerulei e la carnagione trasparente. Il tenue incarnato rosato delle rosse, mosso da un’onda di lentiggini che si agitava ad ogni sussulto del suo petto, emozionato per un gesto della mia mano che doveva apparire casuale nelle mie intenzioni. Ne rimasi incantato.
Le nostre anime combaciavano in modo insperato. Ci ritrovammo coinvolti ancora prima di chiedere a noi stessi la natura di quel legame così istintivo.
Mi sentivo inebriato da tanta spontaneità e confidenza, nulla appariva più naturale dell’aprirle la mia anima, confidarle le mie più segrete paure, affidarle i miei sogni che ormai la riguardavano tutti, dal primo all’ultimo.
Più mi fidavo di lei più sentivo lo sgomento crescere dal profondo. Un presentimento terribile di perdita incombente, la sensazione tangibile di una tragedia imminente. Lei mi apparteneva, e il pensiero di perderla mi provocava una fitta nello stomaco e una vertigine mai provata.
Quando le raccontai, a grandi linee, la storia della mia famiglia il suo viso si rabbuiò, mi abbracciò forte e si lascio andare ad un pianto interrotto dagli abbracci e dai baci che mi dispensava come a colmare un vuoto.
Quella sera facemmo l’amore, in modo travolgente, senza alcuna esitazione. Gianna aveva riempito ogni mancanza, ogni spazio della mia esistenza. Trasversalmente, attraverso ricordi e speranze, il passato e il presente sapevano di lei. Il futuro era totalmente dominato dalla sua presenza. Ogni mio gesto era rivolto ad assecondare ogni un suo desiderio o almeno l’immagine che avevo io dei suoi desideri, legati indissolubilmente ai miei.
La nostra felicità attese la fine del liceo prima di svanire, con la stessa insensata casualità con la quale era comparsa. La amavo profondamente, come si ama se stessi, con un innato istinto di conservazione che impedisce ai savi di accanirsi sulle proprie carni, ma io mi accingevo a oltrepassare il crinale della pazzia e mi avventai su di lei facendone strazio, facendo strazio di me stesso.
Ero completamente accecato, drogato dalla gelosia, ottenebrato, e il rendermene conto non mi aiutava a frenare gli eccessi d’ira. Mi detestavo. Giorno dopo giorno, la sua presenza era sempre più connessa al senso di disgusto che provavo per me stesso. Più lei mi stringeva, più sentivo di renderla infelice. Caricava ogni gesto dell’intensità che avrebbe dovuto riservare a una vita intera, consumava la sua passione senza rendersene conto, nel tentativo di rassicurarmi, ma io la vedevo svanire nei miei sogni senza riuscire a reagire.
Rivedevo mio padre nei miei gesti, sentivo la mia voce alterarsi e diventare roca, proprio come nei miei ricordi di bambino, quando mi chiudevo in bagno per cancellarmi da quella casa.
Avrei voluto scomparire, smaterializzarmi e svegliarmi in silenzio come da un incubo terrificante. Invece restavo immobile, immerso in quella che sapevo essere la realtà, seduto con la schiena appoggiata al bordo della vasca, fino a sentire svanire il sangue nelle gambe formicolanti, fino a quando non udivo più nessuna voce ringhiare, e potevo rifugiarmi nella mia stanza senza incontrare nessuno in corridoio.
Ero tremante e incredulo nel constatare la presenza dei mobili nella mia stanza. Il sonno mi aveva trasportato nei ricordi sbiaditi dell’infanzia e mi ero ritrovato al buio, in bagno con la testa tra le mani a tappare le orecchie per tenere fuori le frasi ingiuriose che mio padre riservava a mia madre . Le stesse che la sera prima avevo rivolte a Gianna - come ero potuto cadere cosi in basso? Uniti come distanti, facevamo scempio di noi stessi. Non sapevo come avevo potuto posare la mia mano su di lei, con la forza della disperazione, scagliandola contro la portiera dell’auto per la violenza dell’impatto. La guardavo attonito, con la mente frastornata al ricordo della sua risata incontrollata alle parole volgari di Mario. Nell’incontrare il suo sguardo sorpreso e interrogativo avrei voluto morire seduta stante, svanire, incenerirmi per il rimorso.
Scagliai l’avambraccio vigliacco che la aveva colpita contro il volante e sentii il fragore dell’osso che si fratturava sulla plastica dura. Le lacrime mi solcavano annebbiando la vista, non per il dolore che sentivo di meritare, ma perché sapevo che quello era l’inizio della fine. La sorte mi toglieva tutto, ed io ero lucidamente cosciente dell’enormità della mia perdita.
Tentai di spiegare il mio dolore, provai a dare un senso ai miei gesti, ma le mie parole suonavano come accuse - sei tu che mi provochi tutto questo! hai risvegliato una parte di me che non conoscevo - e lei se ne scusava, senza comprendere quale fosse la sua colpa. Non meritavo la sua vicinanza.
Ma più mi allontanavo più lei mi stringeva e mi legava a sé, certa di poter combattere quella battaglia, convinta di sconfiggere i miei torbidi pensieri. Col passare del tempo, i momenti di annebbiamento in preda ai fumi della gelosia superarono gli sprazzi di lucidità. In quegli attimi mi rendevo conto che la stavo perdendo e cercavo di essere perfetto, dolce, premuroso, attento a ogni suo desiderio.
Lei soffriva nel vedere in me due anime così diverse e contrastanti, e fingeva di dimenticare il mostro che qualche istante prima l’aveva picchiata ingiustamente.
Mi amava senza rancore, senza sospetto.
Il corso degli eventi era ormai segnato e Gianna, come nel mio incubo più straziante, si allontanava lungo un sentiero divergente, mentre io restavo immobile, con i piedi piantati nella sabbia a guardare la mia felicità svanire.
Guidavo in silenzio lungo l’autostrada. Imboccai lo svincolo e mi fermai nella piazzola del cimitero. Gianna era voltata verso il suo finestrino e fissava il vuoto. Avrei voluto stringerla e sussurrarle che l’amavo. La mia mano si mosse per sfiorarla, ma l’immagine di quell’uomo accanto a lei mi accecò, cancellando ogni tenerezza; la mia rabbia si scaraventò sul suo volto. Sentivo la lava incandescente dei suoi occhi bruciare dentro, mentre mi squadrava, la guancia gonfia per il colpo subìto, un rivolo purpureo le iniettava l’occhio sinistro e mi fissava senza nessuna compassione, senza emozione.
Scese dalla macchina di scatto.
Il suo corpo avvolto dall’oscurità, mentre se ne andava a passo spedito, fu l’ultima l’immagine che conservo di lei.
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--AfroditeAx 10:07, 29 mar 2010 (UTC)

