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Una, nessuna, centomila

Da Storiealcubo.


Charlene odiava il suo nome, le ricordava quelle orribili mele che il nonno mangiava a qualsiasi ora del giorno e della notte davanti al porno di turno. Ma non poteva dire niente su di lui, che l'aveva accolta dopo l'ultimo abbandono della puttana, sì... della mamma. Poteva permettersi di chiamarla così lei, visto che quella bestia di donna l'aveva partorita solo perché abortire costava troppo, e poi l'aveva picchiata e trattata da lavapiatti per una decina d'anni infantili. Infine, Charlene aveva avuto uno dei suoi attacchi isterico-epilettici dopo aveva trovata a scoparsi un ragazzetto sul divano di coccodrillo della nonna appena morta... e lei... l'aveva maternamente abbandonata davanti a una clinica per malati mentali.

Con questa storia alle spalle, non stupiva che Marlene fosse una puttanella egocentrica anche lei: 19 anni, mutande commestibili o sottili mezzo millimetro, retine a ricoprire il corpo e push-up fucsia intenso; diceva di vivere a Ballarò e raccontava ai suoi amici africani che era nera come il petrolio più denso, ma che dopo una vincita stratosferica al gratta&vinci si era sbianchita come Michael Jackson. Il naso però lo aveva sfoltito a malapena. Non importava chi credesse a questa storia, quella gente la accettava con tutte le sue stranezze, e i giorni passati a Ballarò con a loro erano tra i migliori della sua vita divisa. Tutti sapevano e lasciavano correre, sorridendo amaramente anche quando Marlene si presentava indossando un lungo vestitino bianco a fiocchetti rosa con in mano un cestino di vimini retrò pieno di mele Marlene e di cetrioli freschi. In quei giorni, era una donna d'altri tempi, di quelle che non danno confidenza a nessuno e si sdegnano per l'acqua stagnante che risiede tra un sampietrino a l'altro. Una volta, il fruttivendolo nero con cui se la intendeva da settimane ci aveva riso su, urlandole: “Marlene, spogliati, che stai meglio nuda!” Lei aveva sgranato gli occhioni blu-puritano, aveva digrignato il suo rossetto rosso-morto da novantenne e aveva girato i tacchi con il rosario alla mano.

Marienne era fatta così: Gesù era la sua vita, e bisognava sempre essere compita e pregare per la redenzione dei porci come quei neri. Aveva una trentina d'anni e viveva col vecchio marito che sgranocchiava costantemente mele Marlene e che la trattava più come una nipote che come una moglie devota. Lei, dall'alto della sua fede, pensava che stargli accanto fosse una missione religiosa. Il fatto che dormissero in due stanze diverse non era così grave; era più grave non avere ancora figli con cui diffondere il verbo divino, ma bisognava offrire queste sofferenze a Dio, che la avrebbe resa prolifica e felice nel regno dei cieli.

“Pesa, quando le mattine decidono di iniziare così, con individui che ti circondano armati di spine-invisibili-ai-più con poche parole pungenti verso chi non ha schermi per parare i colpi. Giorni per cui sarebbe valsa la pena di sparire, avendo il coraggio, ovviamente.” Ann si riteneva una scrittrice depressa. A differenza delle altre “coinquiline”, era mancina e creativa, nonché consapevole del traffico che regnava dentro il corpo ospite di Charlene. Tuttavia, era impotente e debole rispetto alle altre “abitanti”, così sfogava la sua saltuaria “non-vita” con una pregevole bulimia narrativa paranoide: credeva che “le altre” la avrebbero presto uccisa o ammutolita per sempre e voleva lasciare ai posteri le prove scritte della sua esistenza.

Nessuna bulimia narrativa, invece, nei 27 anni di Charlene, che da sempre soffriva di attacchi epilettico-ansiosi e di fortissimi crampi alla testa: dolori feroci, in seguito ai quali si “assentava” per un po' anche con se stessa. La gente diceva che sembrava una di quelle santone che per un po' entravano in trance, e che al loro ritorno sulla terra avevano dei grossi sbalzi d'umore. Fin da piccola lei si era fatta una ragione di questo “tempo perduto” di cui non ricordava nulla. Ma quella stronza della madre era così spaventata dagli sbalzi di umore e dalle crisi bavose della sua bambina l'aveva più volte scaricata alla clinica di via la Loggia, dove medici e svitati l'avevano presa per una psicotica schizofrenica oggi, per una schizoaffettiva domani e per una maniaco-depressiva due giorni prima, a seconda della giornata e del medico di turno. L'ultima volta, i servizi sociali tolsero la custodia alla madre e portarono una Charlene catatonica dal nonno dopo una settimana in cui era stata rinchiusa tra i matti e nutrita con l'elettroshok.

“Sarebbe scappata anche a piedi, ché per ubriacarsi ogni sera ci vuole quel po’ di audacia, quando sai che tanto non è nulla, e poi domani il sole sarà più greve del solito. Ma ne era certa: non era lei ad ammutolire i colori, ogni volta. C’erano persone, sì, alcune persone con questo lavoro, una sorta di missione, è volontariato anche questo, in fondo. E lei quelle persone finiva sempre per amarle non si sa come, calore che ammala e guarisce, serpente vellutato che morde lieve, deliri-abbagli-illusioni, il vuoto spaventoso dell'assenza.”

Tutto continuò come niente fosse tra i silenzi e le assenze; in giro si diceva che Charlene era una poveretta e che ogni tanto aveva bisogno di allontanarsi dalla sua vita grama; così, a nessuno sembrava così strano se spariva per un paio di giorni e poi tornava a casa smarrita.

...Finché un giorno non si svegliò su una branda dell'Ucciardone vestita da uomo e con addosso un odore di alcool e di botte. Ogni parte del corpo le faceva male, e quando chiese al tizio tatuato che le dormiva accanto che cosa fosse accaduto, si sentì investire la faccia da un misto di saliva e di alito pestilenziale di chi non si lava da giorni: “E levati brutta lesbica trans del cazzo! Non ti è bastato ieri?!? Ne vuoi ancora nel culo per caso? Che c'è, oggi la vociona da maschio barbuto ciucciafighe te la sei ficcata nel deretano? Eccerto, è ben dilatato oggi, vero? E dillo che ti è piaciuto!” Charlene restò sconvolta, chiamò una guardia, ma le fu risposto che dopo i disordini che aveva provocato ieri nessuno le si sarebbe avvicinato per giorni, e che era FORTUNATO che la celletta dell'isolamento fosse già occupata. Cercò di ricostruire la situazione, ma si trovò solo tatuato addosso un cuore spinato come quello della madre. Per il resto, il vuoto. Fu colta da una delle sue crisi, cadde dimenandosi sul pavimento lurido della cella 117B e poi il nulla; quando si risvegliò in infermeria, c'era Marienne al suo posto, tutta intenta a pregare i medici e il suo Dio di liberarla da quell'esistenza di eterna prigionia che la sua ardente fede non meritava. Fu affidata al novello Freud della struttura penale, che le raccontò di come si fosse vestita da camionista avesse ammazzato di botte e derubato il nonno. Marienne - che ormai dominava difensivamente il corpo della esile Charlene – piangeva e spergiurava da brava puritana che mai e poi mai avrebbe fatto una cosa simile al suo povero e anziano marito. Davanti a questa scena, il novello Freud fu fulminato: intravide all'istante la possibilità di una promozione e le chiese di iniziare una terapia; in cambio, esaudì la sua richiesta di recarsi in chiesa almeno una volta al giorno e le fece collocare nelle cucine dell'Ucciardone, dove Marienne passò le sue giornate in attesa del processo a cucinare zuppe dietetiche per quei porci detenuti, pregando per la loro redenzione.

Purtroppo, al processo si presentò al suo posto quel bastardo antisociale che l'aveva fatta arrestare; Charlene visse un curioso fenomeno di co-coscienza: riusciva a percepire le sue intenzioni, il suo odio, il suo desiderio di punirla e di farla recludere, ma non riusciva in alcun modo a farlo tacere e a riprendersi il suo corpo. Non le restava che soffrire in silenzio, e sperare inutilmente. Il processo fu un teatrino in cui il bastardo figlio di puttana chiuso dentro una celletta da esposizione fece di tutto per farsi condannare. Il novello Freud fece a sua volta di tutto per spiegare ai giudici imparruccati che quella donna nei panni di un uomo aveva un grave Disturbo da Personalità Multipla: quella donna era una vittima della sua storia traumatica, che l'aveva frammentata in 5 personalità alteregoiche dalle età, dalle caratteristiche, dagli elettroencefalogrammi e perfino dal sesso diversi... che si accaparravano a turno i suoi stati di coscienza. In quel momento, la povera Charlene era dominata da un uomo! Un punitore interno dalla personalità psicopatica che rappresentava i tratti vendicativi e persecutori della madre che l'imputata aveva interiorizzato e che da sempre tentava di rovinarle la vita. I P.M., probabilmente schermati dai pareri altrui dalla loro parrucca di plastica, restarono indifferenti a queste tiritere psicologiste e rilanciarono affermando che il disturbo da personalità multipla altro non è che una via di comodo per giustificare il proprio animo delinquenziale. ...Intanto, il bastardo urlava: “Merito di essere punito, punitemi! Non vi fidate di me, sono un omicida e sono COMPLETAMENTE pazzo, ahahah!”.

Poiché scherniva il suo Freud personale, sputava addosso ai poliziotti e vilipendiava continuamente la corte, il bastardo-Charlene fu drogato di tranquillanti che ne aggravarono la dissociazione: nel giro di 2 ore fu Marienne, che si ferì le ginocchia a forza di pregare in ginocchio davanti ai giudici; poi fu Charlene, che si procurò ben 2 crisi epilettiche per il forte stato d'ansia nel ritrovarsi dietro le sbarre del tribunale; poi arrivò Marlene, che tentò di convincere il poliziotto di guardia a liberarla spogliandosi davanti a tutti; quindi fu di nuovo il bastardo, che si impegnò ardentemente per avere in dono una condanna di 20'anni da scontare nel manicomio criminale più vicino. Infine, fu Ann, che scrisse sul muro con le unghie il suo epitaffio.

"La più grande ironia della vita è che sono le persone più buone a soffrire i mali degli altri.

Serratura.

Dissociate... Noi: singoli temi di una composizione musicale complessa. Voci di rasoio arrugginito infrangono il meditato taglio rosso-dorato dentro il carcere invaso dai mafiosi palermitani. Lei invece avrebbe adorato il silenzio, il silenzio... e un principe-preferibilmente-non-azzurro, dimenticare, essere Una e soltanto Una, e non a turno tutti i centomila personaggi pirandelliani. ...E riuscire finalmente a prendere un po' di stelle di pace, e ad avere una madre decente; addormentarsi sulla sua spalla morbida di pane caldo come amore, stanotte. Lei, e poi finalmente c’era: il nulla; un solo corpo inerme; il silenzio."


...E dopo questo, Charlene non fu più Niente.


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--Clitemnestra 11:44, 18 ott 2011 (UTC)


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