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Una ragione migliore per morire

Da Storiealcubo.


Perduta, avvilita, ma cosciente, percorro i paesaggi con l’occhio eclettico dal finestrino del treno. Ci vuole uno piano di fuga, ho voglia di evadere da me stessa, da tutti, voglio tornare di nascosto ad essere un cane invisibile. All’improvviso mi scivola via da sotto il cappotto il pesante coltello da cucina sporco di sangue. Meno male che in questo scomparto non vi è nessuno. Sarebbe forse il caso... stai tranquilla. E’ tutto sotto controllo. Almeno per ora.

La cena si era conclusa col solito litigio, piatti volanti, bicchieri rotti a spiare il buio da fuori la finestra. Immagino qualcosa da dire e fare, qualcosa di poche righe da scrivere nella corteccia cerebrale. Il mio è un universo complicato, anzi complicatissimo. Delusa, derisa da un uomo che non mi ha mai cercata se non in cucina: cosa hai preparato per oggi? Niente, ma ho continuato ad affilare il coltello, lunghissimo. Lo conservo da anni, lo affilo da anni.

I miei pensieri sono divenuti più appuntiti della sua lama, e la solitudine di questo luogo appartato nella mia testa, mi incita ad aspettare, ad aprire questa scatola, ma lentamente. Il mio futuro lo vedo lì tra i flutti a saltare insieme ai pesci arcobaleno. La perdita per la sconfitta, la mia più grande, è l’annullamento.

Lo so, tutto ciò sembra sciocco, ma vi assicuro che perdendo tutto, si ritrova tutto. Si ritrova la consapevolezza di andare al macello, di fustigarsi la schiena con la collera assassina. Non potrò mai dimenticarmi che sono stata una donna infelice. Quella notte, era lì disteso sul letto, inerme, con il corpo rivolto alla finestra, la luna rifletteva la sua luce nella stanza tra le persiane verdi. Tutto era silenzioso, tutto era incerto. Io, in piedi davanti il nostro talamo d’amore, con in mano il coltello, oramai troppo affilato e pronto per essere riconosciuto come tale.

Mi inginocchiai dinanzi il suo volto, inespressivo e senza alcuna traccia di felicità, neanche apparente. Portai il coltello a sfiorare la sua gola, e lì con un colpo netto la recisi in profondità.

Fui inondata da una cascata di sangue caldo ed appagante, ero finalmente sicura di me, mi sentivo viva e pronta per andare via. Ricordo che cercai per l’ultima volta il suo volto che giocava a burraco con la morte. La puntata più grossa l’avevo vinta io.

Non era un sogno, e neanche un incubo.

Fu solo un attimo.

Marito mio, addio.

E andai via, chiusi la porta a chiave come sempre, tre mandate. Estraendo la chiave dalla toppa provai una tristezza infinita per non poter più utilizzare i miei fornelli, ma una voce vellutata dalla mia testa, come una deliziosa zuppa di asparagi, mi esortò a lasciare il pianerottolo e percorrere la strada diretta al primo binario della stazione di Piacenza.

Milano, poi Svizzera. Lugano. Lì inizierò la mia carriera come spia internazionale, o killer da cucina. E’ inteso comunque che non tornerei mai più, ma questa idea ebbe pochi istanti di vita. Così come partorita subì un aborto spontaneo. Non volevo vivere di aspettative avveniristiche, di castelli virtuali, volevo congelare questo mio essere. Congelarlo nelle fredde acque marine. Ora volevo iniziare la mia partita con la morte. Trovare ogni pretesto era come scivolare via tra le onde, ma preferivo quelle gelide. Rimasi così, ferma, quando raggiunsi la prima spiaggia, e a piedi nudi iniziai ad incamminarmi tra le maree lunari. Liberavo il mio corpo di ogni peso tessile di cotone/acrilico che mi ormeggiava al suolo. E quando giungi a fare la puntata più grande, la morte scoprì le sue carte. Con la sua falce mi recise a gola, mentre le acque gelide continuavano le loro mareggiate lunari.

E fu così che vidi negli occhi il volto della vittoria.

Fu solo un attimo.


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--SYT 23:26 27 mar 2010 PIACENZA


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