Una storia non scritta
Da Storiealcubo.
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Non so perdonare, uso le parole come calce viva per rovinare i muri, pieni di quei murales di arte psichedelica. Ma ci sarà un posto al mondo dove ogni persona possa ricercare un contatto col proprio essere interiore, sempre se ancora pulsante di emozioni? O tutto si limita ad un facile sbriciolarsi i petali sotto la lingua come carne filamentosa e secca? Questo è come mi senta ora, e dico ORA, in questo preciso momento. Consumata e avviluppata confusamente attorno le mie vicende umane. Gianna, il mio nome di battesimo, ma all’anagrafe registrata come Caterina della Fuentes, nome troppo lungo per essere ricordato dal mio Ugo, il quale prim’ancora di pronunciarlo per intero era già trapasssato all’altro mondo. Ugo era collega di Tricazzi, e facevano a turno presso la portineria del tribunale di Trani. Fu lì infatti che conobbi il giudice Cazzilla, vecchio gendarme nei modi ma divertentissimo sotto le lenzuola. Un errore fu! Ma che gran divertimento. Quando Ugo era a casa la sua testa era allo Snai, quando era al lavoro sempre allo Snai, e quando era allo Snai, la testa al Match-Point. Praticamente la sua vita era una scommessa alla Maradona. Difatti il suo cuore, quel gran bastardo, non gli ha retto quell’unica volta che ha beccato i risultati delle partite. Glielo dicevo sempre: guarda che un giorno il destino ti ripagherà della stessa moneta. Alla fine anche il destino ha scommesso, ma su di lui. Che gran figlio!
Sono una donna con tanta voglia di vivere e tanto da offrire, che per la pura legge del contrappasso, è pronta a rimettersi in gioco sul piano quotidiano della vita. In poche parole non voglio finire a fare la mignotta. Però quel giorno, e se ci ripenso, che giorno… troppo chiaramente mi parlò prima lo sguardo di lui, quando poi, curvo sulla schiena e stretto nelle spalle mi chiese se avevo una sigaretta. Emisi l’ultimo respiro dai polmoni come l'ultimo respiro di un moribondo, Lazzaro alzati e respira, mi sarei detta, la pressione mi balzò a duecento e l’immagine di mia nonna si volse verso di me imprecando in cinese con sottotitoli in barese: mnèn awwand la sasizz fin a quand iè cald, ca po’ non rman nund! Ero rimasta praticamente atterrita. Si vede che non sei una bagascia. Che la tieni una sigaretta? Arrossii violentemente. Guarda che non sono uno stupratore! Il mio nome è Toruccio. - Piacere, Gianna. Praticamente, dopo dieci minuti ero stesa sul sedile della sua auto che gli testavo il cambio. La storia è durata un anno poi ho smesso di fumare.
Alla taverna mi chiamano la giunonica, per l’ottava di petto e non per il do di culo. Sin da piccola ero ricercatissima ma solo per la pura soddisfazione dei coetanei, ero quella che aiutava il popolo, vicino la gente. Sarei stata un’ottima candidata nelle liste del PdL, poi è arrivato lui Fulvio, piccolo, onesto e con la voglia di portarmi all’altare. Lo disse seriamente quella sera: G-g-g-g-giannaa miii vvuuuu-ooi spossessare? Rimasi come sempre atterrita dinanzi la proposta, per la prima volta uno che non volesse portarmi nella sua auto, ero senza parole. Io, proprio io, la più ricercata di via Resuttana. Sperare di andare all’altare era un’idea lungi da me, lo ritenevo improbabile più di uno tsunami su Arcore.
Alla fine ho pronunciato il fatidico sì dinanzi Don Ettore Matrioski, parroco polacco. Da quel giorno conduco una vita normale, sono fedelissima, e vado a messa tutte le domeniche, sono diventata una santa con la gonna. Però se la posso dire tutta: cazzo… che due palle!
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--SYT 1:05 13 feb 2010 PARIS

