Uno per tutti, un’arancia per Peestorius
Da Storiealcubo.
Dopo tre inutili giorni di brutto tempo il cielo si schiarì, e all’orizzonte si stagliò il profilo di
una collina. Nessuno sapeva cosa fosse lo scorbuto chiamato con i mille e orribili appellativi
che la ciurma andava spettegolando sottovoce: «gli è venuto il crimen…»; «moriremo tutti, ha il
silentium anchilosis…». Invero, Max Peestorius, il fabbro, andava abbandonato alla deriva insieme
al maleficio che si portava addosso. Così, avevano fatto gli altri pirati e corsari. Erano quelle, le
regole.
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Max gli volevano bene: segarono a metà la botte più grande che c’era e gli addobbarono un giaciglio di paglia e stracci. Con lui, Cocco, un bastardo di gatto bianco sempre arruffato e sporco di fuliggine, com’era la barba di Peestorius prima che la tagliassero per spremergli addosso un panno imbevuto. Da quando Max Peestorius era svenuto sulla tolda, non c’era altro modo per idratarlo e anche il suo corpo non era più niente: né carne, né ossa, ma pelle lacerata e sangue. Lo scivolo si apriva come un ponte levatoio solo nelle mattinate di calma piatta e due energumeni trascinarono la botte fino a dove il mare sfiorava il piano inclinato. L’ultima spinta fu del nostromo, e Peestorius scivolò nel Mediterraneo senza splash. Solo due vortici intorno alla botte che lo ospitava seduto, aggrappato per le ascelle al bordo circolare. Il gatto, ai suoi piedi, miagolava un lamento intonato con la fame. Max Peestorius e Cocco, galleggiavano. Il nostromo guatò la calma piatta mentre la botte si allontanava semisommersa nel Mediterraneo imperlato di rosa, guardata a vista dai gabbiani che remigavano alti. Poi, rientrò nella stiva e chiuse il ponte levatoio che sparì nel fianco della goletta.
Max Peestorius non s’era reso conto di niente. Il suo cervello non c’era più. Aveva già preso dal corpo tutto quanto c’era da prendere e ora, s’era spento. Sopra il sangue già perso e raggrumato, ne versava altro dal naso e dalla bocca sui suoi piedi e sul pelo di Cocco. Gli occhi di Max non vedevano niente, esistevano come biglie inanimate dentro il cranio riverso. Le mani penzoloni erano una rete di squarci e da sotto le unghia gocciolava altro sangue, sull’acqua. La lingua giaceva nella sua bocca come un muscolo inanimato. La voce tonante oltre i colpi di mazza sull’incudine e lo sbuffare del mantice azionato con una gamba, era un ricordo che la ciurma mormorava con nostalgia: le urla da sacripante si udivano dalla fucina fino al cassero del nostromo anche a vele spiegate.
Lo scorbuto era sempre così: era famoso per come piegava alla nullità le energie più tenaci o i caratteri più duri. Le altre innumerevoli ferite non c’era bisogno di vederle, s’immaginavano sotto i vestiti macchiati dal sangue.
Ora, la goletta aveva issato le vele. Dal Giant, vedevano la terra e il silvestre rigoglioso che affettava il cielo per chilometri. Ma era come un funerale, nessuno cantava e i pirati non piangono. Invece, mormoravano sul tempo che avrebbe impiegato per raggiungere la riva e speravano che Max Peestorius la toccasse in vita perché, si sapeva, ogni isola aveva resuscitato i suoi malati di scorbuto, anzi di crimen o silentium anchilosis. Quella di Robinson Crusoe, è una storia vera. Dopo cinque ore di bagnomaria, l’ultima ondata riversò il contenuto della botte, sulla spiaggia. Peestorius neanche aveva la forza di aprire le palpebre, la sete lo bruciava, beveva il suo stesso sangue che si mescolava al respiro. Riverso sulla battigia, la sabbia gli infettava le ferite e il sale aumentava il tormento. Tuttavia, non era in grado di capire se era vivo o morto. Invece, Cocco, o per paura dell’acqua o per il cibo, era già alto su un ramo.
Max Peestorius si svegliò sopra un letto di canne e foglie, all’ombra di un albero. Avevano buttato acqua sulle ferite. Faceva caldo, ma non abbastanza da pensarsi in inferno, anche se era il posto che meritava. Aveva costruito troppe lame e forgiato centinaia di palle da cannone, per non buscarsi la dannazione. Un refolo d’aria profumata gli pizzicò le narici e aprì gli occhi. Vedeva male, ma vedeva, e con molta fatica sollevò la testa. Accanto a lui, un cesto di frutta. Alcune di queste non
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le aveva mai viste. Riconobbe l’uva, le albicocche, aveva già gustato le ciliegie dalle tavole dei generali arrembati, ma non conosceva quelle forme arancioni che profumavano l’aria d’agrodolce e quella mezzaluna ticchettata di semi, cos’era? Ma che fatica! E svenne. La testa ricadde sul giaciglio con un ansito di liberazione.
Quando riprese conoscenza, il profumo degli agrumi aleggiava intorno al pagliericcio e certi odori ispirano ottimismo al solo annusarli. Ma appena tentò un respiro profondo, fu come se non avesse le ossa e di nuovo si chiese che posto era quello, in inferno. Peestorius fece avanzare le dita nel cesto finché al tatto riconobbe l’uva. Provò a staccare un acino che, però, resistette alle sue dita. Rinunciò. Era questo il supplizio infernale? Poi, il tatto gli rivelò un gambo e tirò una ciliegia fuori dal cesto. L’appetito lo torturava, la sete lo bruciava e la debolezza lo avviliva. La portò alle labbra con una lentezza esasperante, aveva paura di perderla, fino all’ultimo non fu sicuro di trattenerla fra le dita, finché addentò la drupa. Una fitta lancinante ai denti, peggio di una carie, lo trafisse. Impossibile decifrare una smorfia su quel volto amorfo, ma in mezzo al dolore riconobbe un sapore nuovo. Era il sapore della sopravvivenza. Come la prima poppata al seno materno, l’innato sapore della Vita lo eccitò e morse di nuovo incurante del dolore. La succulenta goccia incise il sapore del sangue come un aratro smotta la terra seminando brividi per tutto il corpo: i reni pulsarono, lo stomaco si scosse in uno spasmo simile a un terremoto, i muscoli si avvolsero alle ossa per un attimo e il cuore batté due battiti uno dietro l’altro. Max Peestorius capì d’essere vivo e sorrise. Impossibile decifrare il vezzo dalle pieghe del labbro, ma in cuor suo era un sollucchero. Già stringeva un’altra ciliegia fra le dita e quando riuscì a liberarsi del primo nocciolo, l’addentò. Il sapore della vita cedeva velocemente spazio al gusto. Poi, ne prese una terza e una quarta. A questo punto, Peestorius era sicuro di stare meglio e aprì gli occhi. La bocca gli bruciava come una caldera, ma la frutta stava compiendo il miracolo. Alzò di nuovo la testa e con tutta la forza disponibile guardò il cesto, prese la mira e staccò un acino d’uva. Lo guardò: era maturo, verde, ovale, gonfio di succo… Ma tremava, e fece attenzione a non perdere la presa. Appena morsicò, la bocca s’inondò d’ambrosia e Peestorius decifrò molti segreti della perfezione. Fu un’estasi fino alle tonsille, sentì l’ugola contrarsi e l’aria inondare i polmoni. In un attimo raggiunse il paradiso. Rammemorò il sapore del vino, e pensò che la vita scorre anche sotto forma di ricordi. Tutti i pirati veneravano il vino. E Peestorius era famoso per come lo reggeva. Durante le gare di tocco, li stecchiva tutti. Nessun altro restava in piedi sulla tolda e spettava a lui riempire il primo bicchiere della prossima gara. Un primato che Peestorius onorava recitando filastrocche mentre tirava calci, menava scapaccioni e scolpiva pignatelli che ferivano come picconate chi scordava un ritornello, saltava la bevuta o pagava pegno fra le risa ubriache miste a quell’orbe di rime, botte e calci. Come sappiamo, volevano bene a Max Peestorius, il fabbro. Quell’acino restituì energia al corpo flaccido che rinvigorì fino a staccarne un altro al primo tentativo. Malgrado la fame, Peestorius rimase ad osservarlo, ammirato. Non aveva mai riflettuto su quanto fosse piccolo e contemporaneamente infinito, Dio. E morsicò di nuovo, consacrandosi interamente alla saga di miracoli che testimoniava come un iniziato.
«Ahhh…», proferì con leggerezza; e ricadde sul giaciglio mentre una piccola farfalla più che volare, sembrava aggrapparsi al vento ad ogni battito d’ali. Zigzagava. Sentì avvicinarsi molte voci. Sentì cinguettare gli uccelli. Ascoltò il suono schiumoso della risacca e annusò l’odore salmastro, ricco di iodio. Lo conosceva bene. Frattanto, un coro disordinato di voci giocose si faceva sempre più vicino, finché lo stuolo improvvisamente si zittì. Max Peestorius aprì gli occhi e vide una decina di giovanissime gambe intorno a lui. Guardò meglio, non erano armati, neanche una pietra: osservavano in silenzio il più grande Gioco della Vita. Peestorius provò una vergogna talmente profonda da sentirsi intimamente ferito e sarebbe voluto scappare; avrebbe voluto gridare di andare via! Via!… Invece, emise una specie di grugnito e si coprì il volto con un braccio, proprio come Cesare si avvolse nel mantello. Avrebbero potuto fare di lui qualsiasi cosa. Poi, il silenzio calò profondissimo: il vento fischiava e da lontano giungeva il canto delle foglie blandite dal vento. Una bambina dai capelli rossi s’inginocchiò vicino a lui. Con una mano stringeva Cocco al petto, e fra il
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pollice e l’indice dell’altra, la bimba stringeva lo spicchio di un’arancia appena sbucciata: «Prendi. Mangiati questo», disse mentre avvicinava il boccone. «Li ha fatti alzare, parlare e camminare», continuò. Peestorius non capì niente, solo che doveva mordere. E morse. Stava dando un sapore al profumo che aleggiò al suo risveglio. Buono, succulento, dissetante, Peestorius fu imboccato una, due, tre volte, senza fatica. Ogni spicchio d’arancia era vitale come la Vita che sconfiggeva la morte. Anche Cocco miagolava la sua soddisfazione. «Grazie» disse Max Peestorius. Il suo sguardo era più eloquente di qualsiasi parola. «Torneremo domani, quando potrai parlare» disse la bambina nella sua lingua incomprensibile. E si allontanarono da lui. Tutti per uno, un’arancia per Peestorius.
Firma
--AndromAndro 07:40, 30 set 2011 (UTC)

