Vai e cerca il vento
Da Storiealcubo.
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Era una fredda mattina di gennaio ed Eris camminava sulla spiaggia fissando il mare increspato dal Levante. Tutt’intorno era una distesa di sabbia e sale misto a minuscole goccioline d’acqua tenute in sospensione dalle raffiche costanti. Il freddo le aveva arrossato le guance ma lei non poteva vederlo e sentiva solo l’aria fredda avvolgerla come in un’anestesia.
Pian piano il suo corpo aveva smesso di tremare e ora l’immobilità era un piacere da concedersi senza fastidio. Guardava i suoi piedi sprofondati nella sabbia e i piccoli granchi che si erano abituati alla sua presenza, non fuggivano più ma si accalcavano intorno ai suoi stivaletti di camoscio. Sapeva che si sarebbero rovinati con l’acqua di mare ma non le importava. A che serviva preoccuparsi degli stivaletti in quel momento.
Continuava a fissare le onde quando una lacrima le rigò il viso, senza motivo, senza un dolore più intenso di quello già provato e ormai archiviato. Il vento raggelò quella manifestazione ribelle della sua umanità costringendola a reagire. Si asciugò la lacrima e prese a camminare a passi lenti sul bagnasciuga. Gli stivaletti erano ormai irrimediabilmente rovinati e a nulla sarebbe servito tornare indietro.
Meti compose il numero e attese un suono rassicurante. Il telefono squillò a lungo senza sortire alcun effetto su quello che era il corso delle cose, poi la conversazione restituì solo il suono del vento e il rumore delle onde sulla spiaggia.
- Parlami! Con regolare cadenza i marosi si rincorrevano impazienti.
- Dove sei, devo parlarti adesso, non puoi continuare ad ignorarci.
Una folata più decisa sibilò nel ricevitore, poi si perse tra gli alberi del litorale.
- Ho capito, almeno ascoltami. Non siamo qui per questo, non possiamo interferire. Lo so che fa male ma il tuo dolore non lenirà la sua pena.
Un sospiro spezzato getto fuori l’amarezza e interruppe la conversazione.
Moros guardava il suo corpo sprofondato nel letto. Si guardava la sporgenza ossuta dell’anca e il suo membro inerme riverso sulla pelle tanto bianca da risultare trasparente. Si concentrò sul percorso bluastro di una vena che conduceva nella piega del ginocchio e si perdeva in un punto che non poteva vedere restando in quella posizione; ma non aveva la forza di muoversi né la voglia di farlo. Pensava all’inutilità di quel corpo privo di vita, scosso solo dal flebile susseguirsi di un respiro.
Li accanto c’era ancora l’odore di Eris e poteva sentire allungando la mano il calore del suo corpo che pian piano evaporava, rendendo anche quei pochi minuti appena trascorsi un ricordo destinato a dileguarsi e perdersi nel nulla delle sue esitazioni.
La vita gli scorreva addosso e i suoi vani sforzi per afferrarne miseri brandelli gli procurava solo un’immensa stanchezza e un chiaro senso di impotenza.
Era impotente. Lo pensò mentre tormentava quel ricciolo di pelle avvizzita. Pensò al peso dei ricordi e a quel pomeriggio che aveva sancito la fine della loro storia, almeno cosi lui credeva. Sapeva di sbagliare anche mentre ci provava, concedendosi il beneficio del dubbio e sperando che il caos portato da quegli occhi di cenere nella sua vita potesse risvegliare quel suo corpo traditore.
L’aveva vista sorridere e ballare leggiadra incurante dell’empasse e poi raccontare della luna e dei falò. Lui aveva capito ed era stato la gioco. Ma da solo, sprofondato in quel letto vuoto sentiva di avere sbagliato e di non poter tornare indietro.
Così l’aveva tradita e aveva consegnato al passato l’euforia di quel pomeriggio, per non doversi ricordare ad ogni incontro di quel piccolo segreto che li accomunava. Eris aveva capito e non aveva aggiunto altro a quel triste epilogo se non il suo dolore. Eterno.
Eris non poteva spiegare la natura della sua essenza e non poteva che ricambiare un sentimento umano. Anche volendo non avrebbe potuto convincerlo a tornare indietro. Le era concesso solo di amare chi l’amava. Non la seduzione né la strategia. Lei lo avrebbe amato d’un amore divino, al di la del tempo e della vana manifestazione del corpo. Ma questo lui non poteva saperlo e l’aveva persa senza conoscerla.
- Vai e cerca il vento, quando lo troverai capirai che è lui il mortale al quale sei stata donata. Se lui ti amerà vivrete le gioie e i dolori degli umani. Se cosi non sarà tu tornerai al cielo e lui vivrà senza amore i giorni che gli rimangono sulla terrà. Alla fine del tempo vi rincontrerete e lui capirà. Questa sarà la sua punizione per aver rifiutato il nostro dono.
Eris comminava a passi brevi sul bagnasciuga e sentiva lentamente la sua aura farsi più brillante mentre il corpo svaniva in un riverbero rossastro che si confuse col chiarore del tramonto.
Qualcuno giurò di aver visto una donna rispendere in riva al mare ma nessuno ci prestò attenzione.
| Note |
| Eris il caos
Meti la prudenza Moros il destino avverso e inevitabile |
Firma
--AfroditeAx 16:00, 6 mag 2010 (UTC)

